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Religione e società

La dimenticanza di sé, radice della crisi

Generatività. Per ricostruire le istituzioni urge riprendere consapevolezza del nucleo originario dell’Europa, nel quale sono custoditi i presupposti antropologici delle nostre democrazie. Da qui può ripartire il lavoro sul corpo sociale e l’impegno nell’educazione.

Uno sguardo anche superficiale alla stagione politica che stiamo attraversando in Italia e in Europa ci dice che siamo nel mezzo di una crisi politico-culturale e istituzionale di dimensioni gigantesche, ben più preoccupante della pur dolorosa crisi economica di cui tanto si parla. C’è veramente bisogno di “rigenerare le istituzioni”. Ma il compito è reso arduo dal carattere “epocale” della crisi di cui stiamo parlando. Una crisi che pervade non soltanto le istituzioni dello Stato, ma la società civile nel suo insieme e che non è imputabile semplicemente a una “casta” politica, fatta di gente incompetente, lussuriosa, avida di denaro e di potere, né alle banche, all’Europa o alla Signora Angela Merkel. Sarebbe troppo semplice. Così come sarebbe troppo semplice pensare di uscirne invocando la fuoriuscita dall’Europa e magari una sorta di palingenesi, dove la casta sarà sostituita con rappresentanti provenienti dalla mitica “società civile”, animati soltanto da competenza e passione per il bene comune. Chiacchiere che non conducono da nessuna parte, se non a polarizzazioni politiche sempre più radicali che non faranno altro che aggravare la crisi.

 

 

So bene ovviamente che quando in alcuni Paesi, come la Grecia, la Spagna o l’Italia, il numero dei disoccupati cresce oltre certi limiti e lo stipendio di un operaio non basta più a sostenere la famiglia o a far studiare i figli, è facile che prendano il sopravvento i radicalismi politici più diversi. So bene anche che in questi anni le istituzioni europee non hanno fatto nulla affinché i diversi popoli europei sentissero come affare proprio le politiche di rigore che venivano loro imposte. È forse soprattutto per questo che si è diffusa l’impressione che a imporle fosse una tecnocrazia finanziaria senz’anima, percepita come nemica delle popolazioni europee e, per giunta, incapace di difendere l’Europa nel grande gioco degli interessi economici e politici mondiali. Per farla breve, non intendo certo negare l’emergenza drammatica rappresentata dall’odierna crisi economica. Ritengo tuttavia che le cause più profonde di questa emergenza non siano in primo luogo di natura economica, bensì culturale e istituzionale, e che proprio per questo è urgente rigenerare in qualche modo le nostre istituzioni.

 

 

L’esito negativo del referendum sulla Costituzione europea in diversi Paesi, gli attentati terroristici di Madrid e di Londra, il potere crescente della Commissione Europea rispetto al Parlamento Europeo, segno di una burocratizzazione che contrasta apertamente con i meccanismi della rappresentanza democratica, la mancanza di una strategia europea per fronteggiare il dramma dell’immigrazione, la crisi dell’euro sono tanti fenomeni che stanno a dimostrare come il cammino verso l’unificazione anche politica dell’Europa non possa fermarsi, se si vuole evitare che l’Europa perda poco a poco i suoi pezzi (la Grecia, il Portogallo, la Spagna l’Italia, ma poi anche la Francia e via di seguito), fino a ridursi a un enorme cumulo di macerie economiche e politiche. E invece ci rendiamo conto che il sogno dell’unificazione europea sembra essersi inceppato proprio nel momento in cui l’Europa e il mondo intero ne avrebbero avuto più bisogno.

 

 

 

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