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Cristiani nel mondo musulmano

“La nostra vita l’abbiamo già donata”

Il monastero di Tibhirine [Ps2613 CC BY-SA 3.0 - Wikimedia Commons]

Sette dei diciannove martiri d’Algeria avevano studiato al PISAI di Roma. Cosa significa per l’Istituto oggi

Ultimo aggiornamento: 07/12/2018 12:24:15

Intervista a don Valentino Cottini, già preside del PISAI, a cura di Livia Muccini

 

Il prossimo 8 dicembre saranno proclamati beati i diciannove martiri uccisi in Algeria tra il 1994 e il 1996 nel contesto della sanguinosa guerra civile. Sette di loro hanno frequentato il PISAI, il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica, di cui Valentino Cottini è stato preside per sei anni fino a quest'estate.

 

Livia Muccini - Che cosa può dirci degli studenti del PISAI che hanno testimoniato la propria fede in Algeria fino al martirio?

Don Valentino Cottini - Sono sette, tra i diciannove martiri d’Algeria, quelli che hanno studiato al PISAI nel corso delle diverse fasi storiche che si sono susseguite dal momento della fondazione dell’Istituto nel 1926. I più anziani vi hanno studiato quando il PISAI si trovava ancora in un sobborgo di Tunisi, la Manouba. Tra questi sette ex-studenti martiri, ci sono quattro Missionari d’Africa, cioè “Padri Bianchi” (Jean Chevillard, Charles Deckers, Alain Dieulangard e Christian Chessel), una suora agostiniana missionaria (suor Esther Paniagua Alonso), una Piccola Sorella del Sacro Cuore (suor Odette Prévost) e il più famoso di tutti, il trappista Christian de Chergé. Anche se non ho conosciuto personalmente nessuno di loro, mi trovavo a studiare al PISAI quando sono stati uccisi e ricordo molto bene le reazioni che questi fatti suscitarono tra insegnanti e studenti. Molti professori e studenti avevano avuto l’occasione di incontrarli. Padre Borrmans, ad esempio, che era già docente quando ancora il PISAI si trovava in Tunisia, li ricordava tutti molto bene. A quasi tutti poi era noto Christian de Chergé per la sua funzione di priore presso il monastero di Tibhirine in Algeria. Recentemente è stata pubblicata anche in italiano la sua corrispondenza con Borrmans (Lettere a un amico fraterno, UUP, 2017).

 

Il sentimento predominante in quelle occasioni – accanto al senso di estrema tristezza dovuto alla perdita di vite umane per mano di gruppi jihadisti in una situazione molto confusa come quella dell’Algeria del tempo – è stato un forte senso di fierezza, seppure in mezzo alle lacrime. Quei tragici eventi mostravano che il lavoro intenso che facciamo qui al PISAI non era stato e non è inutile: i nostri testimoni, pur essendo ammazzati da islamisti, avevano il coraggio di dire che l’Islam non può essere ridotto a questa unica dimensione. Anche oggi il nostro Istituto cerca di formare dei testimoni, degli operatori di dialogo inermi e disarmati, lontani da ogni forma di proselitismo aggressivo: questa è l’essenza della formazione del PISAI.

 

 

LM - Apparentemente però, la loro morte potrebbe sembrare un fallimento.

VC - I Padri Bianchi, le due suore e il monaco trappista Christian de Chergé, riferiscono di essere stati tutti assai consci del pericolo che stavano affrontando. «In fin dei conti – dicevano – questa è la nostra testimonianza, è la testimonianza di Cristo». Anche la fine di Cristo sulla croce in effetti è stato un fallimento da un punto di vista umano. La loro testimonianza peculiare sta nell’atteggiamento di non calcolare eventuali conversioni o profitti. Quasi tutti dicevano: «La nostra vita l’abbiamo già donata, quindi se ci ammazzano non fanno altro che confermare qualcosa che, in fin dei conti, abbiamo già scelto».

 

Anche un altro nostro ex-studente, Andrea Santoro, ucciso a Trebisonda in Turchia nel 2006, testimonia questo stile, secondo cui l’altro non è calcolato né come una preda, né come qualcuno di inferiore da elevare culturalmente o religiosamente. Si tratta semplicemente di credere che l’altro vada rispettato e amato per quello che è, malgrado questo possa comportare il fatto di subire un danno da parte sua o addirittura di rimetterci la vita. Al di là di questo però, il tratto comune ai martiri d’Algeria – non voglio dire però che sia tutto merito del PISAI, ci mancherebbe! – è che tutti avevano una profonda coscienza sia del pericolo che vivevano sia di essere chiamati a ripercorrere la strada di Gesù Cristo. Erano consapevoli di poter andare anche incontro all’apparente fallimento – perché a convertire e a guidare la storia non sono gli uomini e le donne ma è Dio – per donare la vita in maniera totale.

 

 

LM - La possibilità di un sacrificio stava quindi già maturando durante il loro percorso di formazione?

VC - Certo, assolutamente. Essi avevano questa consapevolezza da tanti anni. I quattro Padri Bianchi, ad esempio, erano nati rispettivamente nel 1919, 1924, 1925 e 1958, suor Odette era nata nel 1932; non era quindi gente catapultata improvvisamente in una situazione di pericolo, erano tutti molto preparati. Ricordo in particolare alcune mie compagne tra il ʼ94 e il ʼ97 che venivano dall’Algeria e che, pur sapendo benissimo quello che stava succedendo laggiù, continuavano a dire di voler ritornarvi perché «quello è il nostro popolo». E alla fine ci sono effettivamente tornate. C’era un’affezione profonda a quella terra, non si trattava di un progetto limitato, ma di una vita donata, nient’altro.

 

 

LM - Gli attuali studenti del PISAI come vivono la testimonianza di questi martiri?

VC - Oggi c’è un senso di fierezza tra gli allievi, perché i martiri d’Algeria non sono né i primi né gli ultimi studenti del PISAI che muoiono durante la missione tra i musulmani o che, come in questo caso, muoiono proprio per mano di musulmani. Studiando la storia, ciò che da questo punto di vista mi ha sempre colpito è il fatto che i missionari tradizionali – sto pensando all’archivio storico di Propaganda Fide all’Urbaniana – scrivevano spesso ai loro superiori: «Noi qui siamo inutili perché i musulmani non si convertono». Adesso, se penso ai nostri studenti, nessuno ragiona più in questo modo: ora noi cerchiamo l’incontro, cerchiamo di capirci, di andare avanti insieme con semplicità e fierezza, ma senza mettere come metro di misura la conversione. I nostri studenti, molti dei quali poi torneranno nei loro paesi a maggioranza musulmana (mentre sono pochi ormai quelli che vanno in missione tra i musulmani), sono molto sereni al riguardo.

 

LM - Dal punto di vista del PISAI in quanto istituzione, questi fatti hanno avuto qualche riscontro?

VC - Non particolarmente, uno degli aspetti caratteristici del PISAI è un certo understatement. Faremo sicuramente una commemorazione liturgica, ma non mi sembra che ci siano in programma iniziative pubbliche eclatanti… Questo fatto nasce da una convinzione che trovo molto bella: per noi del PISAI questi eventi sono in qualche modo parte della normalità, sono il modo in cui i nostri studenti sono chiamati a stare nella quotidianità. Una prerogativa del nostro Istituto è di sforzarsi di evitare una lettura ideologica dell’altro. Diciamo soltanto: «Noi siamo cristiani e siamo ben coscienti della nostra identità. E da cristiani tentiamo di conoscere e di comprendere i musulmani nella loro realtà umana e religiosa». Così, semplicemente, al di là di ogni tentativo di lettura apologetica. È chiaro che facciamo anche le nostre valutazioni sull’Islam, come è normale che sia, ma in maniera pacata, serena e scientifica. Questo metodo, che passa principalmente attraverso lo studio della lingua araba, pensiamo sia un percorso non banale per conoscere dall’interno l’altro, mettendoci anche dalla sua parte. È un metodo particolare, che richiede impegno e rende il percorso di studi piuttosto duro ma fecondo. Se dovessi riassumere la formazione che il PISAI tenta di dare rispetto all’Islam, parlerei quindi di serenità e scientificità. Come metodo e come approccio.

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