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Cristiani nel mondo musulmano

Tibhirine: «Aspettiamo ancora domani, per tagliare la corda»

Porta del monastero di Tibhirine

Quei sette monaci che scelsero di restare in un’Algeria tormentata dalla violenza, per testimoniare la possibilità di un dialogo con i musulmani

Questo articolo è pubblicato in Oasis 18. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 12/06/2018 17:00:52

Oasis n. 18 è disponibile in libreria e online.

 

 

Il monastero di Tibhirine – i giardini – porta queste parole profetiche nel suo stemma: «Segno sui monti». Si erge infatti a 1000 metri d’altezza sui contrafforti dell’Atlante algerino, dove la vista spazia e i tramonti bellissimi facevano dire, perfino nei momenti più duri della guerra civile, a Fra Luc, il medico che viveva in quei giardini da ormai 50 anni: «Aspettiamo il tramonto di domani sera per tagliare la corda!»[1].

 

 

Le piante più belle e dalle radici più profonde di quei giardini, che non cessano anche oggi di destare meraviglia e di porre interrogativi, sono i luoghi di vita e le tombe dei sette fratelli uccisi nel 1996. Ogni giorno li visitano decine di persone provenienti da ogni orizzonte, ma soprattutto algerini e musulmani: Tibhirine è divenuto più che mai un segno sui monti, emblema e simbolo di misteriose ragioni per cui si può vivere e si può morire, per amore, in piena libertà. Solo le teste troncate dei fratelli fecondano la terra del monastero, mentre i loro corpi, sepolti non si sa dove, come è accaduto a tante altre vittime innocenti della guerra civile, fanno di tutta l’Algeria un grande reliquiario. Grazie a questi uomini di Dio è ancora possibile credere al trionfo della vita sulla morte e dell’amore sull’odio.

 

 

Grazie a loro è ancora possibile credere al trionfo della vita sulla morte I giardini, erano stati piantati in terra algerina a metà degli anni Trenta del secolo scorso. In quell’epoca la Francia poteva contare nei suoi territori d’oltremare sulla presenza di un milione di coloni, per lo più cattolici. Per questi cristiani era nato e cresciuto il monastero di Tibhirine. Concepito come i grandi monasteri dell’Occidente, Tibhirine era stato costruito come una fortezza, al centro di una grande proprietà, dove i monaci pregavano, lavoravano e vivevano in una vita semplice e fraterna, a contatto e a servizio soprattutto dei correligionari, ma prestando anche aiuto materiale e indicando agli abitanti del luogo, di origine berbera, un modo razionale e moderno di praticare l’agricoltura. Per circa trent’anni, fra tutte le alterne vicende che segnano la vita di ogni comunità, Tibhirine crebbe o decrebbe come propaggine di un monastero francese in terra algerina.

 

 

 

 

 

Solo ospiti, ma ospiti amici

 

 

La guerra d’indipendenza e la cessazione del potere coloniale produssero una grande svolta: l’Algeria si svuotò dei suoi coloni. Il grande esodo dei cristiani fece cambiare non tanto il cuore profondo, ma certamente il volto della comunità monastica e le sue ragioni di rimanere in terra algerina. Cessò la speranza di vocazioni autoctone e i monaci si ritrovarono come ospiti in una terra che avevano considerato come appartenente alla loro patria. L’amore al luogo e ai fratelli che caratterizza la vita monastica, vissuta secondo la regola benedettina, spinse i monaci a restare in una condizione di povertà e di debolezza, solidali con la sparuta Chiesa algerina, quasi invisibile goccia d’acqua nel grande mare musulmano, «un relitto cistercense nell’oceano dell’Islam»[2], come affermava padre Christian.

 

 

La nuova situazione, con le sue conseguenze di instabilità, condusse la comunità alla quasi estinzione: un rinforzo di personale giunto da monasteri francesi nel 1964 e il dispensario di Fra Luc, aperto a tutti i malati che si presentavano («anche al diavolo, se fosse venuto», diceva lui), concessero al monastero una nuova ripresa.

 

 

I giardini di Tibhirine, con la vasta clausura di più di 300 ettari, furono ridotti a semplici orti di 12 ettari, coltivati in comune con i vicini. La lunga storia di prossimità con la gente del luogo faceva dei monaci cristiani non più soltanto degli ospiti, ma degli ospiti amici. I vecchi fratelli, che avevano perseverato e che erano conosciuti da tutti, morivano ad uno ad uno e restavano vicini per sempre agli abitanti del villaggio, che si era formato in prossimità del monastero. Nel cimitero monastico riposavano sotto grezze lapidi che riportavano soltanto il loro nome e le date dell’entrata e dell’uscita da questo mondo. Altri fratelli arrivavano: pochi, ma ben motivati, e la comunità diveniva più stabile e ben radicata sul posto. L’elezione di Christian de Chergé a priore della comunità nel 1984 segnò una svolta e impresse una direzione più decisamente rivolta al dialogo e alla comprensione del patrimonio religioso dei vicini musulmani. P. Christian spiega così questo rapporto di amicizia profonda che si venne via via sviluppando:

 

 

Oranti in mezzo ad altri oranti […]: nulla potrebbe spiegarsi al di fuori di una presenza comunitaria costante e della fedeltà di ciascuno all’umile realtà quotidiana, dalla porta al giardino, dalla cucina alla lectio divina e alla liturgia delle ore. Il dialogo che è così venuto a costituirsi ha le sue modalità, caratterizzate essenzialmente dal fatto che noi non ne assumiamo mai l’iniziativa. Mi piace qualificarlo come esistenziale. È il frutto di un lungo “vivere insieme” e di preoccupazioni condivise, a volte molto concrete. Questo significa che raramente è di ordine strettamente teologico. Abbiamo piuttosto la tendenza a fuggire le diatribe di questo genere, che consideriamo limitate.

 

 

Dialogo esistenziale quindi, cioè concernente il materiale e lo spirituale nello stesso tempo, il quotidiano e l’eterno, a dimostrazione di quanto sia vero che l’uomo o la donna che ci sollecitano possono essere accolti solo nella loro realtà concreta e misteriosa di figli di Dio “creati prima in Cristo” (Ef 2,10). Cesseremmo di essere cristiani – e anche semplicemente uomini – se dovessimo mutilare l’altro della dimensione nascosta per incontrarlo solamente “da uomo a uomo”, cioè in un’umanità depurata da qualsiasi riferimento a Dio, da ogni relazione personale e perciò unica con il Totalmente-Altro, privata di qualsiasi sbocco su un aldilà sconosciuto[3].

 

 

 

 

 

Sette fratelli

 

 

La parola chiave dei monaci di Tibhirine era dunque “presenza”. Una presenza che era accoglienza amichevole e fraterna, nella fiducia di essere accolti anch’essi dai propri vicini. L’incontro con l’altro avveniva nella vita di tutti i giorni: era un dialogo della vita, inter-culturalità e inter-religiosità messa in pratica, in uno scambio di doni che affermava ciascuno nella sua propria identità.

 

 

monaci trappisti tibhirine in Algeria.jpgChi erano questi uomini assetati d’assoluto, consapevoli di portare un tesoro in vasi di creta e disposti a scoprirlo anche nel cuore, nella vita e nella religione dei loro vicini? Bastano poche parole per caratterizzare la fisionomia di questi sette fratelli così diversi fra di loro e così uniti di fronte al pericolo e alla morte. Attraverso la descrizione che ne fa uno dei due sopravvissuti, P. Jean-Pierre Schumacher, eccone un abbozzo[4].

 

 

     

  • P. Christian De Chergé Quello che mi ha colpito in lui era la sua passione interiore per la scoperta dell’anima musulmana e per vivere questa comunione con loro e con Dio, pur restando veramente monaco e cristiano. Voleva lasciarsi prendere da tutto quello che nell’Islam è seme del Verbo, segno della sua presenza attiva e del suo soffio creatore, per essere il più vicino possibile ai suoi fratelli musulmani: andare a Dio con loro, ma in Gesù Cristo, nel suo Spirito e come autentico membro della sua Chiesa. Christian ha dovuto conciliare quest’appello personale con quello della comunità, anch’essa portatrice di una missione di presenza in terra musulmana.
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  • Fra Luc Non era sacerdote, era fratello. Potevamo confidarci a lui, perché era pieno di saggezza. Quando avevamo un problema o una difficoltà di relazione con un fratello, per prima cosa andavamo a vedere Fra Luc, perché sapevamo bene come ci avrebbe risposto. Durante le riunioni, anche durante il periodo di tensione e di paura, aveva sempre una parola per farci ridere. Era prezioso per la vita comune… Come medico, stava nel dispensario tutto il giorno e, in più, faceva la cucina! 
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  • P. Christophe Quello che mi è rimasto a proposito di Christophe negli ultimi due anni è il tormento intimo riguardo all’AMEN che doveva pronunciare, così difficile da dire, ma che egli non voleva schivare e che ha finito per assumere a causa dell’amore per Gesù che l’abitava completamente. Si è lasciato condurre verso la somiglianza con Lui e verso il suo Mistero Pasquale. Tutto ciò era nella linea della sua anima ardente, tesa in avanti, preoccupata di abbandonarsi all’amore di Cristo, dei suoi fratelli, dei poveri…con le sue debolezze, le sue fragilità.
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  • P. Bruno Quello che caratterizzava Bruno era la sua calma, il suo carattere riservato, sorridente e affabile, nonostante l’impressione che dava ad un primo approccio di essere severo e sbrigativo. Superiore a Fès, amava la vita semplice e nascosta che si conduceva in questo piccolo monastero. A Fès, in primavera, una parte del giardino e il viale riservato agli ospiti divenivano una festa di colori grazie ai fiori che egli coltivava: era una manifestazione della sua anima segreta.
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  • Fra Michel Uomo silenzioso, povero e umile, viveva in semplicità il dono di sé a Dio e alla comunità. La sua ricerca di Dio nel monastero era legata inseparabilmente alla ricerca dell’anima dell’Islam, per essere in comunione con i suoi fratelli musulmani e per offrire se stesso per loro. Da alcuni fratelli della comunità e da molti ospiti era ritenuto un santo, ma dubito che egli se ne accorgesse…
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  • P. Célestin Il fondamento e la fonte della vita spirituale di Célestin erano il legame con Cristo, attraverso il suo sacerdozio e la professione religiosa, l’impegno educativo che aveva vissuto per vent’anni con la gente di strada (drogati, alcolizzati, prostitute) e il legame d’amicizia con un partigiano algerino che egli aveva salvato durante il servizio militare come infermiere in Algeria e, mediante lui, con tutto il popolo algerino.
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  • Fra Paul Gioioso, affabile, servizievole e dalle mani d’oro, Fra Paul era amato da tutti: dai fratelli, dai vicini, dai contadini associati al lavoro dei monaci. Non sapeva l’arabo, ma riusciva a farsi capire con i gesti e soprattutto con le opere. Realista, non si faceva illusioni sulla situazione politica ed economica dell’Algeria: era cosciente di quello che sarebbe potuto capitare da un momento all’altro. Che mistero il fatto di raggiungere i fratelli per dovere di fedeltà a Dio, a loro e all’Algeria proprio alla vigilia del sequestro!
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Lo scatenarsi della violenza 

 

 

Gli algerini avevano acquisito l’indipendenza a caro prezzo nel 1962 e avevano poi scelto di percorrere la via del socialismo, ma senza raggiungere i frutti sperati. Nel 1988 la situazione di degrado del Paese aveva provocato disordini ad Algeri e in altre città, favorendo la scalata politica di un Islam rigorista, che si presentava come la soluzione di tutti i problemi: predicava la virtù, aiutava i poveri, dichiarava guerra all’Occidente corrotto. Tutta la regione di Medea, dove si trovava il monastero di Tibhirine, era un feudo del FIS (Fronte islamico di salvezza), che nel 1990 aveva vinto le elezioni nella maggior parte dei comuni algerini. Tutti i vicini dei monaci, contadini berberi molto poveri e molto religiosi, lo avevano votato in massa: «È il partito di Dio», dicevano.

 

 

L’11 gennaio 1992 l’esercito interviene con un colpo di Stato: annulla le elezioni e scioglie il partito vincente. Nascono allora i gruppi armati: l’Esercito islamico di salvezza (AIS) e il Gruppo islamico armato (GIA): vengono attaccati anche i civili e si intima agli stranieri di lasciare il Paese. L’Algeria piomba nel caos e nella guerra civile, una lotta spietata per mantenere o per conquistare il potere.

 

 

La sera di Natale del 1993 i fratelli di Tibhirine ricevono in monastero la “visita” dell’emiro del GIA, Sayyah Attiya, con un gruppo di altri cinque uomini armati. Vengono a chiedere medicine, denaro e vogliono portare con loro Fra Luc, il medico. Christian de Chergé, assumendo molti rischi, si oppone a queste richieste. Qualche giorno prima dodici croati che lavoravano in un cantiere erano stati assassinati a Tamesguida, a qualche chilometro dal monastero. Erano conosciuti dai fratelli perché venivano al monastero per le feste. Finalmente l’emiro se ne va, ma promette di tornare. La parola d’ordine che stabilisce per farsi ricevere con i suoi uomini è “Monsieur Christian”.

 

 

P. Christophe esce dalla cantina dove si era nascosto quando sente il suono delle campane che annunciano la Messa di mezzanotte, meravigliandosi di trovare i fratelli ancora in vita. I monaci vanno in chiesa a celebrare la notte della Natività come una loro nuova nascita. Per loro si pone ormai la questione della partenza. Dopo molte riflessioni, decidono liberamente di restare, almeno per il momento: come lasciare la loro vita, il Paese, i vicini musulmani, la Chiesa d’Algeria? Ma attorno a loro si scatena la violenza ed essi sanno che non è esclusa l’eventualità di una morte violenta. P. Christian narra così l’esperienza vissuta durante la notte di Natale:

 

 

Dopo la visita di Natale, mi sono occorsi quindici giorni, tre settimane per tornare indietro dalla mia propria morte. La morte – non preoccupatevi – la si accetta prestissimo, ma poi per rimettersi in piedi ci vuole molto tempo. Dopo mi sono detto: “Quella gente, quel tipo con cui ho avuto quel dialogo così teso…, che preghiera posso fare per lui? Non posso chiedere a Dio: Ammazzalo. Ma posso chiedere: Disarmalo”. Poi mi sono chiesto: “Ho il diritto di chiedere: Disarmalo, se non comincio col chiedere: Disarmami e disarmaci in comunità?” Ora questa è la mia preghiera quotidiana, ve lo confido in tutta semplicità [5].

 

 

Fra Luc pregava alla Preghiera universale della Messa: «Signore, facci la grazia di morire senza odio nel cuore»[6]. Fra Michel confidava a P. Christophe: «Non è più come una volta. Da quando sono venuti ‘loro’, io sono senza forza»[7].

 

 

 

 

 

Un inedito di Padre Christian

 

 

P. Christian aveva cominciato la stesura del suo testamento prima del massacro dei croati e l’aveva terminata dopo la visita natalizia dei mujahidin: è un testo mirabile, ormai conosciutissimo, che rimarrà come un capolavoro della letteratura religiosa contemporanea. Ma il testamento era accompagnato da una nota tuttora inedita a Christophe, che era il secondo superiore della comunità: “Per Fra Christophe, nel caso in cui...”. L’emiro Sayyah Attiya aveva lasciato come parola d’ordine “Monsieur Christian” e Christian, in qualità di superiore, pensava di essere l’unico a essere preso di mira dagli islamisti. In questa nota, estremamente significativa e commovente, egli dava dapprima alcuni numeri di telefono per le persone da avvisare (il prefetto, i gendarmi, il Vescovo) nel caso in cui..., poi scriveva:

 

 

Ci sarebbe da prendere disposizioni per una rapida evacuazione, a meno che non convenga fare diversamente, e per la sorveglianza dei luoghi che si abbandonano. I dati che riguardano i fratelli, me compreso, si trovano nel portadocumenti. Pensa con amore al futuro di Mohamed, della sua famiglia, del nostro Ali e dei contadini che lavorano in associazione con noi. In caso di morte brutale, vorrei rimanere fra loro, sepolto nell’atrio, dalla parte opposta, rispetto alla croce di fondazione, della tomba del nostro Padre Aubin. Mia madre dovrebbe provarne dolcezza. A tutti e a ciascuno chiedo misericordia e l’elemosina di un ricordo nell’Eucaristia. Possa Dio continuare il lavoro iniziato qui. Io gli rendo grazie per avermi permesso, credo, di acconsentire al DONO, per TUTTI.

 

 

Attraverso te, abbraccio tutti. GRAZIE per tanta fiducia.[8]

 

 

 

 

 

Corrispondenza di guerra

 

 

Il dilagare dell’odio, della paura, della follia cresce e costa la vita a circa 200.000 persone, fra cui anche religiosi e religiose cristiani. Alla fine di agosto del 1996 saranno 19 i religiosi uccisi durante la guerra civile, fra cui – ultimo – il Vescovo di Orano, Pierre Claverie. La corrispondenza di Fra Luc, meglio di tante altre parole, lascia intravedere il clima di quegli anni tragici e il cammino di dono di sé a cui egli era arrivato.

 

 

Qui la situazione è diventata inquietante e forse in futuro sarà pericolosa… La morte… sarebbe una testimonianza resa all’assoluto di Dio. Io sono come un vecchio cappotto, usato, bucato, rattoppato, ma lì dentro la mia anima canta ancora. Fra poco sarà Natale. Ci è nato un liberatore. Dal 1° dicembre 1993 un ultimatum del GIA è stato indirizzato a tutti gli stranieri perché lascino il paese (17 dicembre 1993).

 

 

Qui la nostra situazione è sconfortante e pericolosa. Viviamo in un clima di violenza. Siamo isolati, siamo soli, ma il Signore è con noi. Malgrado il contesto difficile persistiamo a restare nella Fede e nella Carità. Che cosa ci può capitare? Di andare a vedere Dio e di essere inondati dalla sua tenerezza. Il Signore è il grande misericordioso e il grande perdonatore (9 gennaio 1994).

 

 

Quando leggerai questa lettera la Quaresima sarà sul punto di terminare e la luce della Pasqua comincerà a splendere. Ogni anno, con commozione e meraviglia, vedo i primi mandorli in fiore. La primavera, per l’uomo, per il cristiano, consiste nell’offerta della sua vita a Dio, offerta che bisogna rinnovare ogni giorno nel corso degli anni. Ma alla fine della strada c’è la Pasqua con la sua Luce e la sua Gioia. Qui la violenza continua (6 marzo 1994).

 

 

Grazie di seguirci con il pensiero, in mezzo agli avvenimenti dell’Algeria. Un religioso e una religiosa sono stati assassinati. Non c’è tregua per la violenza. Qui siamo sette religiosi e persistiamo. Siamo come l’uccello sul ramo, pronto a volare verso altri cieli! Dei cieli nuovi e una terra nuova. Ovunque andiamo, ovunque siamo, Dio ci accompagna. Dio non è contro di noi, ma con noi. Quando sbarcheremo da questo pianeta, ancora tutti immersi nelle nostre preoccupazioni terrene, non avremo paura, perché superando la soglia angosciante della morte troveremo Cristo che ci introdurrà nella casa del Padre (25 maggio 1994).

 

 

Recentemente riflettevo su questo pensiero di Pascal: “Gli uomini non fanno mai il male così completamente e gioiosamente come quando lo fanno per ragioni religiose” (giugno 1994).

 

 

…Qui fa molto caldo e in più è stato appiccato il fuoco alle montagne di fronte al monastero. La violenza persiste e si esaspera. L’11 luglio, dodici morti ad Algeri. Io non penso che sia possibile un dialogo. È una prova di forza. E noi restiamo sempre a Tibhirine in un contesto difficile. Per il momento è un luogo di calma e di pace. Il futuro? Ho più di 80 anni. La paura è la mancanza di fede, la fede trasforma l’angoscia in fiducia. Allora di che cosa e di chi dovremmo avere paura? (12 luglio 1994).

 

 

Gesù appare come l’uomo libero per eccellenza, libero in tutto. Amare Dio in verità è dunque accettare, come Lui, la morte senza riserve. Essendo un incontro con Dio, la morte non può essere oggetto di terrore. La morte è Dio! (28 maggio 1995).

 

 

Dunque ho 82 anni. Un uomo anziano è solo una cosa miserabile, a meno che la sua anima canti. Prega per me perché il Signore mi custodisca nella gioia. La nostra regione è di nuovo immersa negli orrori della violenza. Dio non vuole la sventura. Egli si trova con le vittime. Dio con noi (15 marzo 1996).

 

 

Qui la violenza è sempre allo stesso livello, anche se la censura vuole nasconderlo. Come uscirne fuori? Io non penso che la violenza possa estirpare la violenza. Non possiamo esistere come uomini se non accettando di farci immagine dell’Amore, così come si manifesta in Cristo, il giusto che ha voluto subire la sorte dell’ingiusto (24 marzo 1996 - due giorni prima del sequestro) [9].

 

 

 

 

 

Verso la Pasqua

 

 

Ciascun monaco da parte sua e la comunità nel suo insieme si erano preparati all’eventualità di una morte violenta. Il cammino è stato diverso per ogni fratello, secondo l’età, il temperamento, il grado di maturità umana e spirituale raggiunto da ciascuno. Così racconta p. Jean-Pierre:

 

 

Quello che abbiamo vissuto a Tibhirine, insieme, è stata un’azione di grazie. Ci siamo preparati insieme. Per fedeltà alla nostra vocazione avevamo scelto di restare, sapendo molto bene quello che poteva capitare. Il Signore ci aveva inviati e non potevamo dimissionare, anche se intorno a noi i violenti cercavano di farci partire, come pure le istanze ufficiali. Ma noi avevamo il nostro Maestro e avevamo preso un impegno davanti a Lui. In secondo luogo è venuta anche la volontà di essere fedeli alla gente del circondario, di non abbandonarla: era minacciata come noi, presa fra due fuochi, fra l’esercito e i terroristi. La decisione di non separarci era stata presa nel 1993 e anche se fossimo stati dispersi con la forza, ci saremmo ritrovati in Marocco per ricominciare, stabilendoci in un altro Paese musulmano[10].

 

 

La morte

 

 

Quello che a lungo era stato temuto, sofferto, preparato e accettato, accadde. Nella notte fra il 26 e il 27 marzo 1996 i sette fratelli di Tibhirine furono sequestrati. I rapitori, i cui mandanti sono tuttora ignoti, cercavano sette monaci. In realtà, in quella notte, i monaci presenti erano nove: Bruno, arrivato da Fès per l’elezione del priore e Paul, giunto la sera prima dalla Savoia dopo una visita alla famiglia. Entrambi furono prelevati. Scamparono alla cattura Amédée e Jean-Pierre, che la Provvidenza di Dio riservava per dare continuità e testimonianza all’amore dei loro fratelli.

 

 

Si può vivere e si può morire per amore, in piena libertà Diciassette anni dopo il mistero non si è ancora dissipato: ogni tanto uno sprazzo di luce, vero o solo apparente, sembra illuminare le tenebre che nascondono il delitto, scatenando inutili e sospette tempeste mediatiche. Perché sono stati rapiti? Da chi? Perché non sono stati uccisi subito, ma tenuti in sequestro per un tempo che ignoriamo? Come, quando, perché si è poi deciso di giustiziarli? Che cosa si nasconde dietro il silenzio o la menzogna dei possibili assassini?

 

 

Ma il loro sacrificio non è stato vano: sono stati fedeli a Dio, alla Chiesa d’Algeria e al loro voto di stabilità fino alla fine; hanno scelto di restare e di condividere la sorte di un’Algeria malata e corrotta, aiutando i piccoli, i poveri e i malati, nella speranza di un futuro più limpido e fraterno; hanno amato fino al segno supremo, come Cristo, i loro vicini, l’umile gente del posto, i contadini di Tibhirine, che erano in pericolo, offrendo loro un’amicizia sincera. È stato loro concesso di rendere testimonianza all’assoluto di Dio e alla possibilità di amare senza limiti con il dono supremo, libero e totale della vita.

 

 

 

 


 

 

 

[1] Citato in Guido Dotti (a cura di) Più forti dell’odio, gli scritti dei monaci trappisti di Tibhirine, Piemme, Casale Monferrato 1997, 80-81.

 

 

[2] Frère Christian de Chergé, Comunicazione alle Giornate romane, settembre 1989, Bollettino n. 73 (1990/1) del Pontificio Consiglio per i non cristiani, citato in Più forti dell’odio, 38.

 

 

[3] Ibi., 38 ss.

 

 

[4] Cfr. Jean-Pierre Schumacher, I sette fratelli di Tibhirine, in Testimoni cistercensi del nostro tempo, Trappiste di Vitorchiano, 2006.

 

 

[5]Christian de Chergé, L’invincible espérance, Bayard/Centurion, Paris 1997, 314. Traduzione italiana nostra.

 

 

[6] Il soffio del dono, Diario di Fr. Christophe, monaco di Tibhirine, Ed. Messaggero, Padova, 2001, 34.

 

 

[7] Ibi, 49.

 

 

[8] Originale negli Archivi del monastero trappista di N. D. d’Aiguebelle (Francia). Traduzione italiana nostra.

 

 

[9] Luc Dochier, Stralci delle lettere di Fra Luc, monaco trappista di Thibirine in «Rivista Cistercense», 23 (2006), 327-352.

 

 

[10] Cfr. Jean-Marie Guénois, Jean-Pierre, le dernier moine de Tibhirine témoigne, in «Le Figaro Magazine», 04/02/2011.

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