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Religione e società

La nuova costituzione egiziana: passo avanti o prova di equilibrismo?

Che Costituzione hanno approvato gli oltre 19 milioni di elettori egiziani che al referendum del 14 e 15 gennaio scorso hanno approvato il lavoro del Comitato dei 50 incaricato di redigere la nuova Legge fondamentale? Secondo Nathalie Bernard-Maugiron, uno dei massimi esperti di diritto egiziano, è lecito chiedersi se questo testo sia veramente «la prima tappa verso una transizione democratica capace di riformare i malfunzionamenti dello Stato o soltanto il riflesso dell’attuale equilibrio dei poteri e degli interesse corporativi delle diverse istituzioni dello Stato» (cfr. La Constitution égyptienne est-elle révolutionnaire?).

Ultimo aggiornamento: 05/02/2018 14:23:30

Dietro la nuova Costituzione non è infatti difficile scorgere la mano delle forze che hanno provocato la destituzione del presidente Morsi. Innanzitutto l’esercito: il preambolo proclama con una certa enfasi che esso è unito al popolo egiziano da un «legame indissolubile» (al-‘urwa al-wuthqà, un termine coranico), così da farne esplicitamente l’istituzione più significativa dello Stato egiziano. Esso conserva i privilegi che già gli attribuiva la Costituzione del 2012: il suo bilancio è ancora sottratto al controllo del Parlamento, mentre il Ministro della Difesa dovrà essere scelto tra gli ufficiali, con l’approvazione - e questa è una novità del testo del 2013 - del Consiglio Supremo delle Forze armate per un periodo transitorio di 8 anni (due mandati presidenziali). Vengono mantenute anche le famigerate disposizioni sul diritto dei tribunali militari di processare i civili, anche se rispetto alla Costituzione del 2012 ne vengono precisate meglio le condizioni di applicazione.

 


 

L’altro beneficiario del processo di revisione è la Magistratura, che durante il mandato di Morsi aveva rappresentato un tenace contropotere alle ambizioni egemoniche dei Fratelli. Essa recupera le garanzie di cui l’aveva privata la Costituzione del 2012 e ne ottiene di nuove, tra cui la possibilità per l’Alta Corte Costituzionale di selezionare i propri membri e nominare il proprio Presidente.

 


 

Vi è poi una forte impronta delle forze politiche e sociali di sinistra, ben rappresentate all’interno del Comitato dei 50. Non solo nel preambolo risuona una certa retorica nasseriana, cui non è insensibile il generale al-Sîsî, ma la Carta estende il capitolo dei diritti sociali e determina obiettivi di bilancio tali da provocare, se rispettati, il collasso economico di uno Stato già in grave affanno (cfr. E. Trager, Egypt’s new Constitution: Bleak Prospects).

 


 

Il nuovo testo ridimensiona invece il ruolo dell’Islam. L’articolo 2 della Costituzione rimane invariato e i principi della sharî‘a continuano a essere definiti «la fonte principale della legislazione egiziana», ma il preambolo stabilisce che l’interpretazione di tale norma debba avvenire alla luce della giurisprudenza dell’Alta Corte Costituzionale, tradizionalmente liberale. Spariscono inoltre l’articolo 4, che obbligava il Parlamento a consultare al-Azhar su tutte le questioni legate alla sharî‘a, l’articolo 219, che dettagliava la nozione di “principi della sharî‘a”, e l’articolo 44, che proibiva di insultare o attaccare i profeti. Allo stesso tempo si afferma che l’Egitto è uno «Stato democratico moderno retto da un “governo civile”», un termine sufficientemente ambiguo da significare allo stesso tempo “non-religioso” e “non-militare”. Infine vengono proibiti i partiti a base religiosa (art. 74), una norma che, se punta comprensibilmente a evitare gli abusi prodotti dall’uso politico della religione, tradisce una certa incoerenza: come vietare infatti un partito religioso quando l’intero impianto giuridico del Paese dovrebbe essere fondato sui principi della sharî‘a?

 


 

Novità positive emergono dall’ampliamento dei diritti e delle libertà protetti, compresi quelli contenuti negli accordi e nei trattatati internazionali ratificati dall’Egitto in tema di diritti umani. Inoltre, per la prima volta, lo Stato si impegna a proteggere le donne da ogni forma di violenza e a realizzare la loro piena parità con l’uomo in materia di diritti civili, politici, economici, sociali e culturali (art. 11). Per quanto riguarda invece la libertà religiosa e di culto, il diritto riconosciuto a cristiani ed ebrei di applicare le proprie leggi in materia di statuto personale non viene esteso ad altre religioni. In compenso, la libertà di credo, che in precedenza era «garantita», diventa «assoluta» (art. 64). Si tratta evidentemente di una norma la cui portata reale dipenderà dall’interpretazione che ne verrà data, visto che, solo per fare un esempio, tra i principi della sharî‘a cui l’articolo 2 fa riferimento vi è la protezione della religione (islamica).

 


 

Molti si aspettavano un testo più coraggioso e più in sintonia con le aspettative suscitate dalla Rivoluzione del 2011. La Carta, che è comunque un piccolo passo avanti rispetto al testo precedente, ha effettivamente molti limiti. In generale essa appare troppo schiacciata sulla contingenza sociale e politica attuale: diritti e doveri sono minuziosamente attribuiti in base all’appartenenza sociale e professionale a scapito di una visione sintetica; aumentano le garanzie, ma allo stesso tempo si continua a dotare lo Stato degli strumenti per aggirarle, l’equilibrio dei poteri è ancora sbilanciato a vantaggio del Presidente, mentre la retorica e stereotipata celebrazione della storia del Paese e della Rivoluzione contenuta nel preambolo suona più come legittimazione previa del regime che potrebbe venire che come narrazione in cui si riconoscano tutti gli egiziani (o almeno la maggior parte di essi).

 


 

Sarebbe tuttavia sbagliato giudicare l’intero processo di transizione alla luce della nuova Costituzione. L’ingegneria costituzionale può - e deve - incentivare la buona politica e la buona società, ma non può istituirle. La ricostruzione della vita pubblica egiziana, avvilita da decenni di autoritarismo, è il paziente compito con cui dovranno cimentarsi tutti i soggetti della società civile e della politica e non può scaturire per incanto dal lavoro di un’assemblea o di un Comitato. In questo senso, il richiamo di Papa Francesco a privilegiare il tempo dei processi all’occupazione degli spazi di potere (Cfr. Evangelii Gaudium 233) ha veramente valore universale. 

 


 

Certo, nel travagliato contesto egiziano non stupisce che si prendano in considerazione illusorie scorciatoie. Lo scriveva nel novembre scorso il politologo, nonché membro del Comitato dei 50, Amr Shobaki, vedendo crescere tra gli egiziani la speranza in un uomo della provvidenza: «la gente non deve aspettarsi un salvatore con la bacchetta magica e non deve immaginarsi che una persona, per quanto potente e popolare, possa cambiare la situazione dell’Egitto senza un impegno di tutti: non solo di chi appoggia la coalizione al governo, ma anche di chi vi si oppone. Entrambi possono costruire insieme un nuovo spazio politico di cui nessuno abbia il monopolio e in cui l’opposizione non si ponga come unico obiettivo il fallimento di chi è al potere». 

 


 

La discesa in campo del Generale al-Sîsî rappresenta per molti la possibilità di ristabilire un certo ordine (anche se non democratico) nella vita politica dopo tre anni di scossoni. Ma non si può frettolosamente etichettare questa operazione come “un ritorno al passato”. Molti sembrano non riconoscerlo, ma la popolarità di cui in questo momento gode l’esercito non è segno della volontà di liquidare la parentesi rivoluzionaria, quanto il desiderio di voltare pagina dopo la disastrosa esperienza del governo dei Fratelli Musulmani. I dati del referendum lo confermano, anche se in maniera più discreta di quanto si aspettava la coalizione che ha destituito Morsi. I paragoni tra la tornata referendaria del 2012 e quella odierna vanno fatti con molta cautela. Tuttavia, se è vero che l’affluenza del 38% è superiore di soli 6 punti percentuali alla partecipazione fatta registrare dal referendum che ha approvato la Costituzione dei Fratelli (un dato comunque molto significativo se confrontato con l’epoca di Mubarak) in termini assoluti i “sì” alla nuova Costituzione sono quasi 20 milioni (il 36% del corpo elettorale egiziano) contro gli 11 del 2012 (22% dell’elettorato egiziano). Allo stesso tempo, il referendum apre alla candidatura di al-Sîsî alle prossime elezioni presidenziali, ma non gli consegna incondizionatamente le chiavi dell’Egitto. Certo, esiste il rischio che in Egitto si rafforzi ulteriormente lo Stato-caserma, ma molti di quelli che hanno votato per la Costituzione, e tra questi alcune categorie, come le donne e i cristiani, che in passato erano tradizionalmente refrattari alla partecipazione politica, sono disposti a correrlo pur di chiudere il breve ma tormentato capitolo dello Stato-confraternita.

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