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Religione e società

La Pasqua dei cattolici nella terra degli sceicchi

Luca Fiore

Lacrime di gioia scendono dalle guance di molti fedeli durante la messa per la consacrazione della prima chiesa della storia del Qatar dopo quattordici secoli. È sabato 15 marzo, il giorno prima della Domenica della Palme, e in diecimila hanno camminato per quasi due chilometri di deserto per raggiungere il nuovo complesso di Nostra Signora del Rosario a Mesaimeer, nella periferia di Doha. "È un momento che attendevo da tanto tempo - dice una donna filippina - è come un sogno che si avvera". Tra la folla che gremisce la Chiesa per la celebrazione presieduta dal cardinal Ivan Dias, prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, ci sono anche loro, quelli che i tempi delle catacombe gli hanno vissuti in prima persona. I tempi in cui la comunità era costretta alla clandestinità: sassi contro le finestre delle case che ospitavano gli incontri e le Messe e un sacerdote arrestato nel 1985. Non resiste alla commozione neanche lo svizzerotedesco mons. Hinder: «Sì, mi sono proprio messo a piangere dalla gioia. Il momento più emozionante è stato quello della processione dei rappresentanti di tutte le nazionalità presenti nella parrocchia: mi sono di nuovo reso conto del valore di questa presenza cristiana così varia e ricca. L'unico aggettivo che possa rendere l'idea per descrivere questo fenomeno è "cattolico", quale altra associazione, quale altra ideologia può accomunare gente così diversa?».

 

Un sogno che si avvera e un punto di non ritorno per la vivacissima comunità locale formata da circa 140mila cattolici immigrati nel Paese da una settantina di nazioni diverse. «I rapporti diplomatici tra il Qatar e la Santa Sede - spiega mons. Paul Hinder, cappuccino svizzero Vicario Apostolico dal 2005 - sono diventati realtà nel 2002, ma già da qualche anno la situazione era meno tesa di un tempo. Dobbiamo ringraziare l'emiro Sheikh Hamad bin Khalifa al Thani che ci ha concesso questo terreno». Ma che cosa ha spinto il sovrano a fare questa apertura? «Io credo - spiega mons. Hinder - che questo sia un passo che fa parte di una generale apertura politica. Secondo me è evidente che l'emiro, e non è l'unico nel Golfo, vorrebbe creare un Paese moderno senza per questo perdere il tradizionale sfondo religioso che caratterizza questa società». Fino al 2002 non erano bastate le garbate pressioni da parti dell'ex vicario apostolico Bernardo Gremoli e neppure quelle della Santa Sede. Decisivi pare siano stati gli interventi degli allora ambasciatori di Stati Uniti e Francia. Ma non solo. Arrivato al potere nel 1995 spodestando con un colpo di Stato il padre, l'emiro Kalifa al Thani pur mantenendo vigore la legge islamica, la sharia, come legge dello Stato, ha fatto fare al Qatar molti passi avanti dal punto di vista economico e sociale. L'ultima passione dell'emiro è quella delle grandi manifestazioni sportive. Nel 2006 ha portato in Qatar gli Asian Games e il prossimo giugno si candiderà per l'organizzazione dell'Olimpiade del 2016. Anche questo, in fondo, è un buon motivo per fare qualche piccola concessione ai non musulmani del Paese, accreditandosi come "riformista" presso la comunità internazionale. «L'emiro vorrebbe aprire il Paese al mondo - spiega mons. Hinder - ma egli sa anche che questo non è realizzabile senza dare agli immigrati anche la libertà di poter esercitare la propria religione di origine». Il vice primo ministro e ministro dell'Energia del Qatar, il potente Abdullah al Attiya, ha parlato addirittura di una possibile visita di Benedetto XVI nel Paese. Eppure non tutti vedono di buon occhio le aperture del sovrano verso i cristiani e le proteste non sono mancate. La mattina della consacrazione sono giunte informazioni alle ambasciate di Gran Bretagna e Stati Uniti su possibili attacchi alla nuova chiesa. Per accedere al sagrato di Nostra Signora del Rosario, infatti, tutti i fedeli sono stati controllati con i metal detector. «Una stanza del nuovo complesso - confida il parroco filippino padre Tomasito Veneracion - l'abbiamo data in uso alla polizia locale che sarà presente quotidianamente. Così siamo tutti più tranquilli».

 

I cristiani negli Emirati Arabi Uniti

 

 

L'allerta per la sicurezza resta alta durante la settimana successiva in occasione delle celebrazioni del Triduo Pasquale in tutto il Vicariato che comprende, oltre al Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, l'Oman, il Bahrein, lo Yemen e l'immensa distesa dell'Arabia Saudita. «È la diocesi più estesa del mondo - si schermisce monsignor Hinder - e ospita all'incirca due milioni di cattolici». La Saint Mary's Church di Dubai è presidiata da una camionetta di militari che controllano chi entra nel complesso, che ospita, oltre alla chiesa, il convento dei cappuccini, una scuola e gli spazi dove si svolge la vita della più numerosa comunità cristiana degli Emirati Arabi Uniti. Per dare le proporzioni, i bambini che seguono il catechismo, solo a Dubai, sono oltre 4.600.

 

È difficile garantire la sicurezza, soprattutto in questi giorni in cui le già affollatissime funzioni religiose si moltiplicano. Il giorno di Pasqua a Dubai e ad Abu Dhabi (capitale degli Emirati Arabi Uniti e sede del vicariato) sono in programma ben diciannove Messe: sei in inglese, due in arabo, e poi in filippino, cingalese, tamil, urdu, malese, konkani, francese, italiano, spagnolo, polacco e tedesco. Diecimila persone ad Abu Dhabi partecipano la funzione del Giovedì Santo e almeno trentamila sono le presenze alle diverse liturgie della Passione il venerdì. Non ci sono alternative a queste celebrazioni oceaniche: la chiesa di Saint Joseph ad Abu Dhabi deve servire tutte le centinaia di migliaia di cattolici presenti nell'emirato. Arrivano qui a frotte: in auto, in taxi, noleggiando pulmini. Fanno fino a 30-40 chilometri per arrivare alla Messa festiva del venerdì o a quella della domenica. Sono soprattutto indiani, moltissimi sono anche i filippini. Ma nella parrocchia di Abu Dhabi le nazionalità presenti sono un centinaio. Tutti sono immigrati: chi da pochi mesi, chi da alcuni decenni. Sono venuti qui in cerca di fortuna, anche se pochi l'hanno trovata. La maggior parte spera di tornare in patria appena riuscirà a risparmiare abbastanza denaro per vivere dignitosamente. Ma negli ultimi anni il costo della vita negli Emirati Arabi è aumentato esponenzialmente e moltissimi lavoratori e operai faticano a pagare l'affitto per una camera dove abitare. In questo modo per moltissimi di loro il sogno del ritorno a casa si trasforma in miraggio.

 

I luoghi di preghiera semiclandestini

 

 

È appena finita la celebrazione del Giovedì Santo ad Abu Dhabi e le migliaia di persone lentamente abbandonano il sagrato della chiesa. David, un amico del parroco, mi fa salire sul suo fuoristrada. Domando: «Dove andiamo? ». Mi risponde: «Andiamo a trovare quelli che non avevano i soldi per venire in Chiesa oggi». È già buio e le luci dei grattacieli del centro della città si allontanano all'orizzonte. L'auto percorre una quarantina di chilometri e si ferma in un parcheggio buio. Entriamo dentro un cancello e David incomincia a raccontare: «Vengo da Kerala, in India, e questa è la mia officina da meccanico di auto». Accanto all'officina, David mi mostra uno stanzone . «Qui veniamo per incontrarci e per pregare. L'unica chiesa in tutto l'emirato di Abu Dhabi è quella di San Giuseppe, ma chi non può arrivare fino a lì, si ritrova in questo salone». Sono indiani di Kerala, lavorano duro per un pugno di soldi dall'alba fino alle sei di sera. Poi vengono qui, anche perché vivono in piccole camere che ospitano anche sette o otto persone, in complessi non molto differenti - fatta eccezione la tv satellitare - a campi di concentramento. «Questa gente è sola, vive in condizioni davvero precarie e lo sconforto è sempre dietro l'angolo. Noi diamo ospitalità a questa gente e gli offriamo un modo per approfondire la loro fede e trovare la forza per tirare avanti». Ma non è vietato radunarsi per pregare al di fuori della Chiesa? «È possibile ritrovarsi privatamente, e questo è un luogo privato e - aggiunge sorridendo - molto ben insonorizzato ». Qualcuno si lamenta per la vostra presenza? «Sì, qualcuno si lamenta perché non vuole che i cristiani si riuniscano, ma io ho l'autorizzazione del mio datore di lavoro che è musulmano, della polizia locale e del vescovo. Quindi che si lamentino pure, noi andiamo avanti tranquilli». Quella di David è solo una delle quattro "out reaching location" della parrocchia di Abu Dhabi, alcune delle quali, si trovano in pieno deserto e sono frequentate dagli operai degli impianti di trivellazione di petrolio.

 

La tomba del matrimonio

 

 

La maggior parte degli operai che arrivano negli Emirati Arabi per lavoro non hanno diritto al ricongiungimento familiare. In molti casi arrivano qui per riuscire a mantenere la famiglia che lasciano nel Paese d'origine. Ma la solitudine e il passare del tempo spesso diventano insostenibili e si moltiplicano i problemi psicologici e morali.

 

Salvador e Agnes sono una coppia di filippini sulla cinquantina. Lui è arrivato ad Abu Dhabi per lavoro 23 anni fa. Erano già sposati ma lei ha dovuto aspettare 12 anni per raggiungerlo. «È stato un vero incubo - ricorda Salvador - grazie a Dio abbiamo incontrato il gruppo Couples for Christ». Si tratta di un movimento nato nelle Filippine per aiutare, attraverso un'esperienza di fede, le coppie in difficoltà per ragioni di immigrazione. «Nelle Filippine - racconta Agnes - si dice che il Medio Oriente è la tomba del matrimonio». Per rendere l'idea ad Abu Dhabi, solo i membri delle Couples for Christ sono 1200. In tutti gli Emirati sono 4000.

 

I rapporti con le autorità locali

 

 

«Abbiamo bisogno di nuovi spazi - spiega ancora mons. Hinder - perché è diventato davvero difficile seguire tutti anche dal punto di vista della consulenza familiare. Ma ci sono degli ostacoli dal punto di vista giuridico, visto che ogni istituzione che eserciti un ruolo pubblico deve appartenere almeno per metà a cittadini degli Emirati. Questo ostacolo per le scuole può essere più o meno superato, diventa però più problematico se parliamo di un ospedale, di un consultorio o di un'opera caritativa. Quindi anche se ottenessimo nuovi spazi dall'emiro locale, non è scontato poter realizzare ciò che avremmo bisogno cioè di mantenere la nostra identità e indipendenza». Per mons. Hinder i rapporti con le autorità locali sono molto buoni che si dicono sempre ben disposte a venirgli incontro, "anche se - continua - non è detto che se agli alti livelli ci sia apertura questa la si ritrovi nei funzionari che dovranno risolvere i problemi concreti". "Personalmente poi - conclude Hinder sorridendo - ho un grande problema di tempo. Occorrerebbe frequentare di più i palazzi degli emiri per guadagnare in visibilità e quindi in considerazione. Ma, cosa vuole, io sono svizzero, noi il re non ce l'abbiamo mai avuto e non sono molto bravo a fare il cortigiano…".

 

Abbracciare il Vangelo nella terra del Corano

 

 

Eppure, nonostante le grandissime difficoltà che i cattolici degli Emirati arabi devono affrontare, la fiammella della fede, anziché spegnersi, tante volte riprende vigore. «Le difficili circostanze di lavoro, le speranze infrante, il desiderio che le cose vadano a posto - spiega padre Thomas Qadros, parroco della chiesa del Sacro Cuore a Manama (Bahrein) e temporaneamente ospite del convento di Dubai - fanno riscoprire la fede a questa gente semplice. Vengono qui chi per domandare, chi per ringraziare. Qui capiscono davvero di avere bisogno della fede per andare avanti». Qualche volta, non si tratta solo di una riscoperta, ma di un vero e proprio nuovo incontro e, a volte, una conversione.

 

John è un ragazzo malese di 21 anni. È arrivato ad Abu Dhabi poco più di un anno fa per lavorare come cuoco in uno dei tanti alberghi della città. Durante la veglia di Pasqua ha ricevuto il battesimo. John non è mulsulmano e quindi non corre rischi. John, per la verità, proviene da una famiglia cattolica che per mille ragioni non lo ha fatto battezzare quando era un neonato. A dodici, tredici anni prova a frequentare il catechismo nelle Filippine ma, lui che le preghiere le aveva imparate solo in inglese, non ha voglia di impararle di nuovo in filippino. Nel frattempo la madre si converte all'Islam, ma non forza il ragazzo a diventare musulmano. Ma arrivato ad Abu Dhabi la vita si fa dura: il lavoro in cucina è stressante, non conosce quasi nessuno. Viene preso dalla noia e dalla tristezza. Poi un giorno un amico lo porta alla Messa di padre Muthu, il parroco della Saint Joseph's church di Abu Dabhi. In lui scatta qualcosa. La seconda volta ci torna da solo. «Ho incominciato a sentirmi più in pace e ho chiesto a padre Muthu di iniziare il catechismo per ricevere il battesimo». Perché non hai scelto la religione di tua madre? «Per la libertà e poi perché, qui, i miei peccati possono essere perdonati». Insieme a John alla Veglia di Pasqua ha ricevuto il battesimo anche Wang, una giovane hostess cinese. «Fin da piccoli - racconta Wang - il Governo cinese ci insegna che Dio non esiste e che non c'è nulla dopo la morte. Un giorno di dieci anni fa, però, sono capitata per caso in una chiesa dove stavano leggendo un racconto della Bibbia. Era il racconto del figliol prodigo: non avevo mai sentito qualcosa di simile e rimasi molto colpita. Poi sono andata a vivere in Malesya dove alcune mie amiche frequentavano una chiesa. Ho cominciato ad andarci anch'io». Wang, però, si trasferisce in Australia dove decide di entrare nella Chiesa anglicana. «Il problema degli anglicani - racconta - è che loro riconoscono la Madonna come madre di Dio, ma non la pregano. E questo, per me, è un di meno». Per questa hostess cinese la preghiera è diventata importante: «È davvero un sostegno per la propria vita. Sai che c'è qualcuno in cui puoi confidare. Io, ad esempio, prima di ogni decollo mi faccio il segno di croce e prego per me e per tutti i passeggeri ». Wang non è l'unica cinese che ha scoperto la fede negli ultimi anni negli Emirati Arabi. Leonina, una filippina molto attiva nella vita della parrocchia, racconta di esser stata madrina di battesimo di una signora emigrata per lavoro dalla Cina. «Spesso la gente chiede il battesimo perché vuole sposare un cattolico e ho chiesto la stessa cosa anche a lei. Mi ha risposto subito di no. Lavorava al Duty Free dell'aeroporto di Abu Dhabi, i suoi colleghi erano tutti cattolici filippini e vedeva in loro qualcosa che lei non aveva. Allora ha voluto sapere che cosa li rendesse così umani nel lavoro. E ha chiesto il battesimo».

 

Alla mente di un europeo sembra inimmaginabile, ma queste cose accadono. Proprio qui. Nella terra del petrolio e degli sceicchi. Dove le chiese non possono ostentare né croci né campanili. Ma dove la bellezza del cristianesimo resta incontrabile, grazie a persone che non rinunciano a vivere con coraggio e discrezione la propria fede.

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