Intervista a Brahim Baya, segretario generale di Partecipazione e Spiritualità Musulmana, sul conflitto a Gaza

Ultimo aggiornamento: 01/02/2024 12:50:00

Intervista a cura di Chiara Pellegrino

Quest’intervista fa parte della serie “I musulmani italiani e la guerra a Gaza”. Clicca qui per leggere le altre interviste

 

Lei fa parte del direttivo di Partecipazione e Spiritualità Musulmana (PSM). Come viene vissuto da voi il conflitto israelo-palestinese in corso?

 

La causa israelo-palestinese o, meglio, arabo-israeliana – adesso viene definita israelo-palestinese, ma storicamente è una questione molto più ampia, ci sono territori arabi non palestinesi ancora occupati da Israele, come il Golan siriano o alcune zone del sud del Libano – è sempre stata un tema centrale nella nostra vita. Per noi riassume la crisi che il mondo musulmano vive da secoli, esacerbata dal colonialismo occidentale che esso ha subìto e che non è mai finito, ed è un’ingiustizia profonda che contraddistingue il mondo moderno. Per noi la Palestina è una terra santa, così come lo è per i cristiani e per gli ebrei, siamo ancorati a quella terra da un profondo legame spirituale. Gerusalemme rappresenta per noi musulmani la città santa verso cui il Profeta ha compiuto il miracoloso viaggio notturno (Isrā‘) e l’ascensione ai cieli (Mi‘rāj). Ciò che succede lì ci tocca nel profondo come credenti, sia noi musulmani che i cristiani, in quanto la Palestina è la terra natia del Signore Gesù, figlio di Maria, pace su di lui. Ci riguarda innanzitutto come esseri umani ancor prima che come credenti, perché è una colossale ingiustizia che dura da quasi un secolo – 75 anni, se non conteggiamo il periodo ante ’48. Questa ingiustizia palese interroga la coscienza del mondo odierno, che accetta silente, complice in alcuni casi, i soprusi e le palesi violazioni di tutte le risoluzioni internazionali e di tutti i principi del diritto umanitario internazionale.

 

La vostra associazione si fonda sull’insegnamento dello shaykh Abdessalam Yassine, per il quale la questione palestinese aveva un posto importante. Quanto pesa questa eredità e quanto influenza la vostra lettura attuale del conflitto?

 

Ci influenza molto. Come giustamente ha detto, l’imam Abdessalam Yassine è una figura molto importante. Per noi la sua lettura dei testi di riferimento dell’islam (Corano e tradizione profetica essenzialmente) e della storia dei musulmani è fondamentale per comprendere e attualizzare il nostro ruolo di esseri umani e di musulmani nel mondo. Yassine è innanzitutto una guida spirituale che ci ha insegnato a mettere al centro della nostra vita e del nostro agire la dimensione spirituale e la ricerca della conoscenza e dell’amore di Dio. Ci ha invitato a coltivare la consapevolezza costante del significato della nostra esistenza, del fatto che siamo creature di Dio, che proveniamo da Dio e a Lui stiamo facendo ritorno. Ci ha educati a vivere la nostra vita con tale consapevolezza, ricercando l’eccellenza, al-ihsān, la perfezione spirituale con noi stessi e la perfezione etica con i nostri simili e con tutto il creato. Ihsān, come ha spiegato il Profeta Muhammad in un celebre hadīth, è adorare, ovvero amare Dio, come se lo si vedesse. Per noi come PSM, l’ihsān è una dimensione fondamentale che permea tutta la nostra azione. Accanto all’ihsān, occupa un posto altrettanto importante la giustizia, al-‘adl: la scuola di pensiero di Abdessalam Yassine si chiama infatti al-‘Adl wa-l-Ihsān, Giustizia e Spiritualità. Al-‘adl, la giustizia, l’equità, va intesa nel senso più ampio possibile: sociale, economica e anche politica. I musulmani hanno la responsabilità di contribuire affinché questo mondo sia più equo e sostenibile. La questione palestinese rappresenta la negazione dell’equità: è l’archetipo dell’ingiustizia del nostro mondo. La Palestina è lì per ricordarci tale ingiustizia e ricordarci il bisogno di impegnarsi perché il mondo sia più giusto, questo è quello che scrisse l’imam nel suo libro Islam e modernità, per una comprensione reciproca, tradotto e pubblicato in italiano nel 2015. In questo libro, Yassine dedica un capitolo intero a “la ferita palestinese”, a questa ferita nel corpo della umma, della comunità musulmana, ma anche nel corpo dell’umanità, una ferita che sanguina e che ci ricorda il nostro precario stato di salute. Questo libro è particolare rispetto agli altri suoi testi: è scritto in francese e mira a instaurare un dialogo con l’élite occidentalizzata al potere in Marocco e altrove nel mondo musulmano, ma anche con le coscienze vive dell’Occidente tout court. Yassine ripercorre in questo libro la storia della tragedia del popolo palestinese inquadrandola nel più ampio scenario della storia musulmana e mondiale. Si sofferma anche sull’accusa di antisemitismo che spesso viene rivolta ai musulmani critici nei confronti degli abusi dell’occupazione, rilevando come sia paradossale questa infamia se si pensa che il posto più sicuro in cui siano mai stati gli ebrei nella storia è proprio il mondo musulmano: l’epoca d’oro dell’ebraismo è stata nell’Andalusia musulmana, nella Spagna musulmana. Quando c’è stata la cosiddetta Reconquista e la successiva Inquisizione cattolica, gli ebrei hanno trovato rifugio nel mondo musulmano, nel Nord Africa, nel Mashreq arabo, nell’Impero ottomano. Mentre in tutta Europa gli ebrei subivano periodici pogrom, culminati nell’olocausto nazista. Secondo l’imam, l’antisemitismo è un problema dell’Occidente, non dell’Oriente. In generale, la riflessione di Abdessalam Yassine sul tema della Palestina per noi è molto importante perché ci dà la possibilità di leggere quello che accade oggi in maniera più ampia, ponendolo nel quadro della storia plurisecolare dei musulmani e della grande frattura storica avvenuta dopo la fine del periodo dei califfi benguidati, che ha trasformato il potere nella umma da elettivo a dinastico e poi dittatoriale, e della prospettiva di un rinnovamento/riforma totale da operare nella comunità musulmana e nel mondo intero.

 

Di cause islamiche ce ne sono molte, penso ai Rohingya, agli Uiguri, solo per fare alcuni esempi. Perché la questione palestinese è così centrale per il mondo musulmano, mentre per altre situazioni non c’è tutto questo impegno?

 

La Palestina come ho precedentemente detto ha un significato religioso importante per il suo valore di Terra santa. In arabo diciamo “ūlā-l-qiblatayn wa thālith-l-haramayn”, cioè “la prima direzione della preghiera”, prima ancora della Mecca, “e il terzo santuario più sacro” dopo Mecca e Medina. Inoltre, come dicevo, quella dei palestinesi è una tragedia che dura da più tempo di tutte le altre. Per quanto riguarda gli Uiguri e i Rohingya c’è sicuramente molta partecipazione, se ne parla, noi come PSM abbiamo emesso dei comunicati in diverse occasioni per entrambi questi popoli oppressi così come per tutti gli altri popoli oppressi. Tuttavia, queste cause sono percepite come distanti, anche forse per via della copertura mediatica inferiore. Inoltre, l’imam Yassine ci ricordava che non è soltanto la Palestina che soffre, o la umma musulmana, ma è l’intera umanità che ha smarrito la via avendo perso la bussola divina ed essendo guidata dall’ignoranza [di Dio] e dalla violenza. Inoltre, è importante sottolineare che non soffrono soltanto gli Uiguri in Cina, o i Rohingya in Birmania, per mano di non musulmani, ma soffrono anche i siriani, gli egiziani, i marocchini, e tanti altri popoli per il dispotismo e l’iniquità sociale per mano di altri musulmani. Yassine diceva che non ci devono addolorare e spingere ad agire soltanto i musulmani oppressi, ma tutti gli uomini che subiscono l’ingiustizia da altri uomini.

 

Torno al conflitto israelo-palestinese in atto. Hamas è un movimento che si definisce di resistenza islamica. Voi in quanto associazione islamica come valutate questa definizione?

 

Per noi i palestinesi hanno diritto a resistere all’occupazione, come è riconosciuto dalla carta delle Nazioni Unite, che prevede il diritto dell’autodeterminazione di tutti i popoli. Ogni popolo ha diritto all’autodeterminazione, ha diritto a resistere all’oppressione, soprattutto quando è così selvaggia e brutale. Nel caso della Palestina si tratta di un vero e proprio colonialismo di insediamento che mira a strappare le persone dalle loro terre e buttarle fuori. Pensi che oggi il numero di palestinesi che vivono da rifugiati fuori dalla Palestina storica è pari, se non superiore, a quelli che vivono all’interno. Lo scopo del colonialismo israeliano è questo: lo abbiamo visto in passato, lo stiamo vedendo oggi. Gaza è stata rasa al suolo nel tentativo di renderla inabitabile. L’intento del colonialismo di insediamento è conquistare le terre degli abitanti indigeni, espellerli e insediarvi i propri coloni. Resistere con tutti i mezzi possibili è un diritto sacrosanto del popolo palestinese, come di tutti gli altri popoli. In alcuni casi, grazie a Dio, la resistenza pacifica ha funzionato, pensiamo all’India di Gandhi. Per noi come PSM la resistenza non violenta è una grande fonte d’ispirazione; l’imam Abdessalam Yassine è conosciuto per i famosi tre “no” della sua condotta: “no” alla violenza, “no” alla clandestinità, “no” al finanziamento estero. La violenza bruta è qualcosa da ripudiare, diceva Yassine “che Dio ci salvi da coloro che bruciano e spargono sangue innocente”. Tuttavia, è il colonizzatore, come diceva Mandela, che dice al colonizzato con quali armi deve combatterlo: se non mi consenti di resisterti in maniera non violenta perché mi stermini – come succede d’altronde da anni in Cisgiordania, dove la resistenza di alcuni villaggi è totalmente non violenta e, nonostante ciò, sono stati repressi e uccisi uomini e bambini inermi dall’esercito di occupazione e dai coloni armati – allora mi costringi a brandire le armi per tutelare la mia vita e quella dei miei figli e liberare la mia terra. Il diritto alla resistenza, anche con la forza, è storicamente riconosciuto a tutti. In Italia abbiamo i partigiani, che sono giustamente un orgoglio per tutti noi, dei combattenti armati per la libertà contro l’oppressione nazifascista. La resistenza armata è quindi un diritto del popolo palestinese, che la esercita nelle forme che ritiene opportune, a partire dalle condizioni che l’occupante stabilisce. Quindi se per il popolo palestinese Hamas è un movimento di resistenza, noi non possiamo che prenderne atto. Sicuramente ogni resistenza che si proclama islamica, nell’esercizio della forza in tempo di guerra, deve rispettare i valori dell’islam e i principi dell’etica islamica stabiliti dal Corano e dall’esempio profetico. Non si possono per esempio uccidere non combattenti in maniera deliberata, non si possono nemmeno tagliare piante, figuriamoci uccidere persone inermi.

 

In questi mesi avete avuto momenti di confronto con le altre associazioni islamiche italiane su questo tema? Il conflitto è un tema che unisce i musulmani italiani o è divisivo?

 

Purtroppo, a livello nazionale il dialogo è pressoché assente, c’è molto meno di quanto ci dovrebbe essere. Con alcune realtà si dialoga più facilmente, con altre c’è una preclusione al dialogo. Nel 2018 abbiamo organizzato una tavola rotonda dal titolo “La necessità del dialogo intra-musulmano” a cui abbiamo invitato tutti i rappresentanti delle sigle nazionali dell’islam italiano. Abbiamo ricevuto alcune risposte positive, in particolare dall’Ucoii e dalla comunità albanese italiana, altri ci hanno scritto che non potevano partecipare, altri ancora non ci hanno mai risposto. Lo scorso novembre a Torino siamo stati invitati dall’Ente Islamico in Italia a un tavolo di dialogo intra-musulmano a cui abbiamo partecipato molto volentieri. Anche loro hanno invitato tutti e anche loro hanno ricevuto alcune risposte e altre no. Alla fine, abbiamo partecipato noi come PSM, l’Ucoii, una comunità di fratelli bosniaci e una comunità di fratelli pakistani. In occasione di questo incontro, abbiamo parlato anche del nostro dovere nei confronti di quello che sta succedendo in Palestina.

 

Come PSM stiamo promuovendo una tavola rotonda a Milano il prossimo 3 febbraio 2024, anche in collaborazione con altri attori musulmani e non, sul tema “La Palestina e i valori traditi dell’Occidente”. A partire dal genocidio in corso in Palestina rifletteremo sulla crisi di valori e i doppi standard che contraddistinguono il comportamento delle cancellerie e di tutto l’establishment occidentale. I valori fondanti dell’Occidente, come la libertà di espressione, la tutela dei diritti umani, il diritto di manifestazione sono stati messi in secondo piano o palesemente calpestati dai governi occidentali per garantire un presunto diritto all’autodifesa di una forza di occupazione contro il popolo occupato. Naturalmente, quando parliamo di Occidente intendiamo l’establishment, non i cittadini di cui noi siamo parte integrante e comprendiamo come sono spesso vittime della disinformazione mediatica e della strumentalizzazione politica. Alla tavola rotonda interverranno Andrea Zhoc, professore di filosofia morale all’Università Statale di Milano; Chiara Sebastiani, docente di sociologia all’Università di Bologna, Francesco Borgonovo, vicedirettore de La Verità, Davide Piccardo, direttore del giornale La Luce, oltre ad Ahmed Rahmani, direttore dell’Istituto di ricerca sulla modernità a Parigi, e al sottoscritto in rappresentanza del pensiero della nostra scuola. L’obiettivo della tavola rotonda è analizzare la genesi di tale crisi di valori e individuare insieme come esseri umani e come cittadini, di qualunque colore politico o fede religiosa, una via d’uscita che consenta all’Occidente di riconnettersi con i valori universali di libertà e giustizia.

 

Qualche giorno fa a Torino c’è stato un flashmob organizzato dal “coordinamento Torino per Gaza”. In quell’occasione lei ha tenuto un discorso durante il quale ha ricordato il patto di gemellaggio siglato nel 1999 tra Torino e Gaza, e ha chiesto all’amministrazione di Torino di adoperarsi per aprire un corridoio umanitario nella Striscia. Come è stata recepita la sua richiesta e quale ruolo pensa possa giocare la città di Torino nel conflitto in atto?

 

Sì, vorrei fare due precisazioni: sono all’interno del “coordinamento Torino per Gaza” non in quanto segretario nazionale di PSM, ma in quanto cittadino e in quanto presidente dell’associazione AIA di Torino, che gestisce le moschee Taiba e Rayan oltre al centro di partecipazione Yalla Aurora di Torino. Questo coordinamento nasce successivamente al 7 ottobre e ha organizzato in questi tre mesi diverse corei cittadini, tra cui la manifestazione a Torino del 2 dicembre, occasione in cui hanno aderito al gruppo più di 100 associazioni torinesi, tra cui anche ARCI e Libera, i musulmani rappresentano soltanto una minoranza di questo coordinamento. Durante il presidio di fronte al Palazzo civico dello scorso 15 gennaio, abbiamo chiesto l’audizione del Sindaco, il quale ci ha ricevuti insieme alla conferenza dei capigruppo, e abbiamo avanzato loro la richiesta di attivare dei corridoi umanitari e sanitari tra Torino e Gaza, città gemellate da più di 25 anni. Abbiamo chiesto che la città prenda posizione pubblicamente sul dramma in corso e chieda un immediato cessate il fuoco, così come hanno fatto altre città – Bologna ha esposto lo striscione “cessate il fuoco”. Noi vorremmo che la nostra città facesse qualcosa di ancor più concreto per alleviare la sofferenza della popolazione civile, come aprire dei corridoi sanitari con Gaza, al pari di quelli attivati con l’Ucraina.

 

Quale soluzione vedete voi per questo conflitto?

 

Noi auspichiamo il riconoscimento del diritto di tutti i palestinesi, dentro e fuori la Palestina storica, alla libertà e all’autodeterminazione. Non c’è soluzione senza la fine dell’occupazione: “Non c’è pace senza giustizia”, “Non c’è pace sotto l’occupazione”, sono alcuni degli slogan che si gridano da mesi in centinaia di cortei nelle diverse città italiane e del mondo. Israele deve riconoscere il diritto all’esistenza del popolo palestinese, è questo quello che manca ancora oggi, non il diritto all’esistenza dello Stato di Israele, che è un dato di fatto. Israele è riconosciuto dall’ONU, mentre quello che non esiste e che il mondo deve riconoscere sono i palestinesi. Israele vorrebbe che i palestinesi non esistessero e pratica contro di loro un regime di Apartheid peggiore di quello che era vigente in Sudafrica. Come cittadini italiani vogliamo che anche il nostro Paese si prenda le sue responsabilità. Io credo che il governo nazionale possa fare molto più di Torino, per esempio sospendendo i rifornimenti di armi a Israele, pronunciandosi a favore di un immediato e totale cessate il fuoco e di un percorso che porti alla fine dell’occupazione israeliana e al diritto all’autodeterminazione dei popoli che vivono nella Palestina storica, e infine evitando di partecipare ad altre guerre in Medio Oriente che rischiano di allargare il conflitto. Insieme a tutte le coscienze vive del nostro Paese continueremo a impegnarci per questi obiettivi, che sono in sintonia con i principi della Costituzione italiana, la quale repudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

 

 

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