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Focus attualità

La repressione degli uiguri

Una donna uigura a Kashgar [Juan Alberto Casado - Shutterstock]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 07/08/2020 06:59:30

Nelle ultime settimane una serie di inchieste e nuovi studi hanno gettato nuova luce sulle condizioni di vita degli uiguri, la minoranza turcofona e musulmana che abita la regione dello Xinjiang nel nord ovest della Cina.

 

Un recente studio dell’antropologo Adrian Zenz e una successiva inchiesta di Associated Press hanno svelato come negli ultimi anni le donne uigure siano state sottoposte alla sterilizzazione forzata attraverso pratiche definite dagli esperti «genocidio demografico». Nei campi di detenzione cinesi infatti le donne uigure vengono rese sterili contro la loro volontà, sia con la somministrazione di pillole contraccettive che con l’inserzione forzata di spirali intrauterine.

 

Secondo le testimonianze raccolte da AP News si è creato un clima di terrore intorno alla possibilità di avere più figli: mentre i cinesi di etnia han - quella maggioritaria in Cina - vengono ora incoraggiati a fare figli, gli uiguri vengono deportati nei campi di prigionia se hanno tre o più figli. Sempre secondo diverse testimonianze, le donne vengono costrette ad abortire oppure a prendere farmaci che le renderanno sterili, senza che questo gli venga comunicato.

 

Di conseguenza i tassi di natalità tra gli uiguri delle prefetture del Kashgar e dell’Hotan (all’interno dello stesso Xinjiang) sono calati del 60% dal 2015 al 2018, ultimo anno per il quale sono disponibili le statistiche governative. Secondo lo studio di Zenz, nello Xinjiang il tasso di natalità l’anno scorso è calato del 24%, contro una riduzione a livello nazionale del 4,2%.

 

Un’altra inchiesta, condotta dal New York Times, svela inoltre come la comunità uigura sia sistematicamente sfruttata nella produzione di mascherine chirurgiche. Per la pandemia da coronavirus la domanda mondiale di mascherine è schizzata alle stelle. Prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria nello Xinjiang solo quattro fabbriche producevano mascherine, mentre ora sono 51. Di queste, almeno 17 costringono a lavori forzati gli uiguri, e le mascherine prodotte, oltre che a essere disponibili online, sono state spedite in varie parti del mondo.

 

Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Andrew Marr della BBC ha chiesto spiegazioni all’ambasciatore cinese a Londra Liu Xiaming, mostrandogli un video dell’anno scorso di uiguri deportati in treno. Il diplomatico ha inizialmente risposto elogiando la bellezza dello Xinjiang, per concludere dicendo che in ogni Paese ci sono «trasferimenti di prigione e di prigionieri».

 

Un recente articolo del Telegraph mette in evidenza come anche gli uiguri rifugiatisi in Turchia non trovino pace. Negli ultimi anni Erdogan si è erto a ruolo di protettore dei musulmani di tutto il mondo, ma la crescente dipendenza economica dalla Cina sta spingendo Ankara a riconsegnare gli uiguri (circa 50.00 hanno lo status di rifugiato in Turchia), attraverso Paesi terzi come il Tajikistan. Le imprese cinesi hanno infatti investito miliardi nelle infrastrutture turche, e Pechino vorrebbe raddoppiare gli investimenti e superare i sei miliardi di dollari per la fine dell’anno prossimo. Estradare gli uiguri attraverso il Tajikistan consente al governo turco di fingere di non sporcarsi le mani e al contempo continuare le trattative con i cinesi.

 

Pechino accusa gli uiguri di terrorismo, ma secondo il Guardian le politiche cinesi hanno poco a che fare con le misure anti-terrorismo. Dopo gli attentati del 2013 e 2014, che si inseriscono in una lotta per l’indipendenza dello Xinjiang da Pechino, il nuovo segretario di partito per la regione Chen Quanguo ha dispiegato posti di blocco e stazioni di polizia ed è stato implementato un sistema di sorveglianza basato sull’intelligenza artificiale. Sono stati poi banditi il velo, la barba lunga e il digiuno nel mese di Ramadan, mentre sono state varate una serie di altre misure che intaccano l’identità musulmana della comunità uigura. 

 

Pakistan: rischio di carestia e blasfemia

 

Il Pakistan potrebbe andare incontro a una grave carestia il prossimo autunno a causa della pandemia da Covid-19 che ha duramente colpito il Paese. Per l’interruzione dei canali di approvvigionamento, la scarsa programmazione del governo e le piogge fuori stagione, il Pakistan rischia, in base alle stime più recenti, di arrivare a fine raccolto con un deficit di 3,5 milioni di tonnellate di grano. Il governo ha detto che farà fronte al deficit tramite le importazioni, ma quelle che il governo aveva approvato a fine giugno non sono ancora state effettuate.

 

Il Pakistan sembra aver superato la parte più critica della pandemia, anche se il numero dei contagi resta elevato. Mercoledì  sono stati registrati più di 1.000 nuovi casi di coronavirus, mentre il giorno prima ne erano stati rilevati 936, il più basso incremento giornaliero degli ultimi tre mesi. Da metà giugno infatti, quando il numero di nuovi casi si aggirava sulle 6.000 unità al giorno, c’è stato un progressivo calo nel numero di contagi, che tuttavia potrebbe essere più alto di quello comunicato dal governo, scrive Al Jazeera. Il primo ministro Imran Khan vorrebbe far ripartire l’economia, ma molto dipenderà dalle imminenti feste religiose, l’Eid al-Adha e quelle del mese di Muharram, che potrebbero causare un nuovo picco delle infezioni. In questo senso, riporta Reuters, le autorità hanno incoraggiato la popolazione a comprare gli animali per la macellazione online o almeno ad indossare la mascherina quando si recano nei mercati di bestiame, temendo che possa ricrearsi la situazione che si era generata a fine Ramadan, quando il numero di contagi era salito subito dopo la celebrazione dell’Eid al-Fitr.

 

Come fa notare Le Monde, «Imran Khan oscilla tra appelli alla prudenza e il rifiuto della paralisi del Paese». I movimenti di islamisti radicali avevano ottenuto dal governo il permesso di continuare ad avere raduni di fedeli nelle moschee. Con il continuo aumento dei casi però, l’OMS aveva consigliato a Islamabad di mettere in atto quarantene “alternate” (due settimane di attività e due settimane di pausa), poi convertite dal Pakistan in quarantene “intelligenti”, cioè valutate caso per caso e applicate solo ai focolai più rischiosi.

 

La tanto discussa legge pakistana contro la blasfemia sta assumendo sempre più estesi campi di applicazione nel Punjab, regione dove risiedono anche molti cristiani, scrive Avvenire. In particolare, al nome di Maometto dovrà seguire non solo la formula “pace sia su di lui”, ma anche “come dice l’ultimo dei profeti”. Inoltre, il materiale riguardo al terrorismo che potrebbe dare un’immagine negativa dell’Islam verrà censurato, ma soprattutto la polizia potrà agire per far valere la legge contro la blasfemia anche senza che venga presentata una denuncia formale.

 

Da anni la legge contro la blasfemia permette la personale regolazione di conti nel Paese. Lo dimostra l’ultimo dei tanti casi: Tahir Ahmad Naseem, un uomo accusato di blasfemia perché affermava di essere un profeta è stato ucciso con sei colpi di pistola durante un’udienza giudiziaria a Peshawar mercoledì scorso. La vicenda è stata raccontata da Al Jazeera, che non riporta l’identità dell’uccisore, ma del quale si dice che è stato arrestato.

 

Il clima di intolleranza in Pakistan è evidenziato anche dai rapimenti dei giornalisti e dalla censura di diverse piattaforme online, tra cui Bigo, una piattaforma di streaming video. Il governo ha emesso un ultimatum anche nei confronti della app cinese TikTok, che incoraggerebbe «contenuti immorali, osceni e volgari»: senza un meccanismo di regolazione dei contenuti, l’applicazione rischia di essere bannata dal Paese.

 

Le schermaglie al confine tra Libano e Israele

 

Lunedì è montata la tensione tra Hezbollah e Israele, che con pesanti bombardamenti ha respinto quella che gli ufficiali israeliani hanno definito un’infiltrazione al confine. Il tenente colonnello Jonathan Conricus, portavoce dell’esercito israeliano, ha detto al Washington Post che lo scontro si è verificato a seguito di un «tentativo di infiltrazione da parte di una squadra terroristica» che aveva varcato la linea blu, il confine posto dalle Nazioni Unite dopo il 2006 per marcare il definitivo ritiro israeliano dal Libano.

 

Anche se Hezbollah ha negato il proprio coinvolgimento, l’analisi del Carnegie Endowment for International Peace dà per certa la provocazione del partito di Dio, che avrebbe così vendicato l’uccisione del militante ‘Ali Kamel Muhsin, ucciso in Siria una settimana prima durante un attacco aereo israeliano. Hezbollah si propone come forza di resistenza nazionale, ma la questione a livello interno è sempre più dibattuta e ne avevamo accennato anche la settimana scorsa. Come scrive L’Orient-Le Jour, l’escalation al confine è l’ennesima dimostrazione di quanto sia necessaria la neutralità positiva di cui ha parlato il patriarca maronita Beshara Rai. Secondo una fonte interna al patriarcato, il Libano «non si può assumere le conseguenze di un conflitto del quale non è parte, ma nel quale è trascinato proprio malgrado da un’armata che prende i propri ordini da Teheran», e il rischio di questi scontri è che a pagarne il prezzo sia la popolazione libanese.

 

Secondo Le Monde il Libano si trova imprigionato nella morsa di Hezbollah, che ha rafforzato la propria influenza con la recente crisi socio-economica. Secondo il quotidiano francese, Hezbollah è l’attore che meglio di tutti ha capitalizzato le conseguenze della crisi ed è pronto ad affrontare una «catastrofe prolungata». Haaretz ricorda che Hezbollah è un attore non statale che spesso agisce in maniera indipendente dallo Stato libanese, ma che deve comunque fare in modo di non perdere il sostegno che ha in Libano, ragione per cui è improbabile che si arrivi a uno scontro diretto con Israele, posizione sulla quale concordano anche altri analisti.

 

In breve

 

Mercoledì in Turchia è stata approvata una legge che permetterà alle autorità governative di regolamentare i social media, generando preoccupazioni per il crescente livello di censura (Washington Post).

 

La crisi politica in Mali non trova soluzione: i manifestanti chiedono le dimissioni del presidente Ibrahim Boubacar Keita mentre i Paesi dell’ECOWAS lo sostengono (Jeune Afrique).

 

L'Iran ha lanciato dei missili su una finta portaerei statunitense nello strategico stretto di Hormuz (BBC).

 

Le foto dell’hajj di quest’anno. Il numero di pellegrini è stato ridotto ed è stato mantenuto il distanziamento fisico (Associated Press).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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