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Le nostre letture

La resistenza del Cristianesimo nelle sue terre d’origine

Una storia delle chiese orientali per andare oltre il pericolo di astrazione

Ultimo aggiornamento: 08/11/2019 14:55:27

Chretiens d'orient.jpg

 

 

Recensione di Pascal Gollnisch, Chrétiens d’Oriente. Résister sur notre terre, Le Cherche Midi, Parigi 2016

 

 

«A forza di discorsi su queste persone che soffrono rischiamo di farne un’entità astratta» (p. 117).

 

 

L’osservazione, profondamente vera, è di Mons. Pascal Gollnisch, dal 2010 direttore generale dell’Œuvre d’Orient, importante opera di sostegno ai cristiani orientali nata in Francia nel 1856 e che promuove oggi più di 1000 progetti nella regione. Come per controbilanciare il pericolo di astrazione, questo breve libro «vuole essere più una testimonianza e una riflessione personale che un’analisi di esperto» (p. 9). Una testimonianza però che può contare su migliaia di chilometri macinati in Medio Oriente, fin dagli anni della formazione seminaristica, e poi su una serie ininterrotta d’incontri con responsabili ecclesiali e politici ma anche con tanta gente comune, come i profughi del Kurdistan iracheno con le cui drammatiche vicende si apre il libro.

 

 

Si sa, la storia delle chiese orientali è complessa e solo i riti cattolici nella regione sono già sette. Rispetto a tante spiegazioni orecchiate che circolano nei media, la prima parte del volume spiega con chiarezza come si sono prodotte le divisioni che hanno portato alla nascita di queste chiese e i principali punti di dibattito teologico, mentre un’utile appendice fornisce una breve scheda di ciascuna chiesa cattolica orientale, con il loro riferimento in Francia. Unica riserva la presa di distanza piuttosto netta rispetto alle «ondate tardive di missionari europei inviati dalla Chiesa latina di Roma» (p. 26) e all’Occidente «conquistatore e latino» (p. 21). Anche se le ragioni di questa critica sono ben comprensibili, è giusto ricordare che se il patrimonio teologico e liturgico di queste Chiese non è andato perduto, lo si deve anche all’opera di tanti missionari latini che nei secoli si sono spesi con generosità nel servizio di queste comunità.

 

 

Dei cristiani orientali l’autore sottolinea l’opzione di fondo a favore della non-violenza, anche e soprattutto nei conflitti in corso, e la radicale contestazione che essa opera rispetto alle logiche di potenza e dominio che stanno conducendo le società mediorientali al collasso. E qui il discorso, per fuggire ogni ombra d’intellettualismo, rievoca alcune recenti vicende di martirio, tra cui l’attacco alla cattedrale siro-cattolica di Baghdad nel 2010, quasi un sinistro presagio di quello che sarebbe avvenuto di lì a poco in Iraq.

 

 

Questo non significa tuttavia che le comunità cristiane orientali non abbiano diritto di difendersi nel momento in cui sono minacciate di sterminio. La testimonianza, riportata per intero, di Mons. Hindo, arcivescovo siro-cattolico di Hassake e Nisibi, illustra ad esempio quanto precaria sia la condizione dei villaggi cristiani nel nord-est siriano, stretti tra la minaccia di ISIS, le ambizioni delle milizie curde e il sostanziale disinteresse del regime siriano che, al pari della comunità internazionale, aveva fino a poco tempo fa altre priorità rispetto al controllo di queste regioni periferiche. Senza nascondersi dietro giri di parole, l’autore chiede apertamente un intervento militare internazionale per salvare il salvabile, ben consapevole peraltro che la vera soluzione consisterà nell’offrire una prospettiva credibile alla comunità sunnita, tanto in Iraq quanto in Siria, e nella promozione di una cultura dei diritti. Distanziandosi in questo da molti dei suoi interlocutori orientali, Mons. Gollnisch è infatti convinto che i grandi principi liberali (separazione dei poteri, Stato di diritto, una forma di laicità comunque la si voglia chiamare) abbiano qualcosa da dire anche a questi Paesi e alle loro società maggioritariamente islamiche. Anzi, abbiano già cominciato a esercitare una certa attrazione: «se credo tanto che la coesistenza sia possibile […] è perché mi sembra che una parte consistente della popolazione musulmana del Medio Oriente non voglia sentir parlare di Daesh o di al-Qaida» (p. 136).

 

 

Ma accanto ai cristiani orientali c’è nel libro un secondo polo: noi europei. Perché «sarebbe drammatico credere un secondo di più che la sorte del Medio Oriente non sia direttamente legata alla nostra» (p. 19). La posta in gioco è cruciale: mostrare che cristiani e musulmani possono ancora vivere insieme. Se non ci riescono in Medio Oriente, dove condividono la stessa lingua e la stessa cultura, come potrebbero farcela in Occidente? Eppure questa dimensione del problema fatica a essere presa in considerazione. «La Francia – ma il discorso si potrebbe applicare, in varia misura, anche agli altri Paesi europei – è malata delle sue religioni. Finché rifiuterà di accordare loro un posto legittimo nell’ambito della cittadinanza, non sarà in grado di comprendere queste popolazioni che affluiscono verso di noi e che interpellano le nostre società» (p. 116). Agire, oggi non domani, perché l’esperienza di pluralismo religioso vissuta in Medio Oriente non venga completamente cancellata, mantenendo dei canali di dialogo e al tempo stesso conservando i legami tra le diaspore e le comunità d’origine, significa perciò costruire un avvenire migliore anche per le nostre società europee.

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

 

 

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