L’ultimo film di Terrence Malick mette in scena la storia (vera) di Franz Jägerstätter, un uomo semplice ma capace di pensare, ucciso dai nazisti per il suo rifiuto a giurare fedeltà a Hitler

Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 10:02:14

Il paragone potrà sembrare bizzarro e anche irriverente, ma La vita nascosta, l’ultimo film inaspettato, drammatico e bellissimo di Terrence Malick, ricorda un testo di Antonin Artaud, Il teatro e il suo doppio. Lo ricorda nel rigore, nell’urgenza, nella radicalità con cui questo drammaturgo, nato a Marsiglia alla fine dell’800 e scomparso nel 1948, dopo una vita maledetta, passata tra prigioni e ospedali, invoca un teatro che, eliminati i vezzi, la retorica, le forme superflue, coincida totalmente con la realtà e ne riveli il significato. «Se il segno dei tempi è la confusione», scrive, «vedo alla base di tale confusione una frattura fra le cose e le parole, le idee e i segni che le rappresentano». Siamo nel 1936, più o meno l’epoca in cui è ambientato La vita nascosta (A hidden life) di Malick, che racconta il martirio di un uomo, di un cristiano, a opera del regime nazista. Siamo nei giorni della confusione per eccellenza, quella che impedisce di distinguere il bene dal male, che toglie la capacità di giudicare: «Non riconoscono il male quando lo vedono?» chiede Franz a un amico, tra i pochissimi che, alla fine della battaglia, gli resteranno vicini.

 

Anche Malick, il regista più grande del nostro tempo, che con The tree of life aveva osato interrogare Dio e rappresentarne la risposta all’uomo, mira a qualcosa del genere: un cinema integrale, dove il frammento rimandi al tutto e la storia si faccia trasparente alla verità. Per raccontare la “vita nascosta” di un uomo che, a soli 36 anni, perde tutto quello che ha – la stima degli altri, la famiglia, la vita – per salvare la fedeltà all’amore di Cristo, ci vuole un linguaggio che sappia andare oltre quello che si vede, incatenandosi alla realtà, per non perderla, ma trasfigurandola per ritrovarla. Ed ecco allora la macchina da presa che penetra i volti dei personaggi, rifatti più veri del vero. Ecco quell’uso del tempo che rende così speciale il cinema di Malick, che lo dilata attraverso il grandangolo, lo frammenta con un montaggio non lineare, a volte addirittura lo sospende, per aiutare lo spettatore a calarsi nella vicenda e ad abbracciare il contadino Franz nella sua Via crucis.

 

Siamo a Radegund, un piccolo villaggio sulle montagne austriache, anche se il film in realtà è stato girato in parte negli studi di Potsdam, nei pressi di Berlino, in parte in Alto Adige, intorno a Bressanone. Comunque, una specie di Eden dove Franz vive con la moglie e la sorella, la vecchia madre, le tre bambine, gli abitanti tutti di un paese che all’inizio sembra una grande famiglia. Vive e lavora, fino a che un incubo che porta le divise della Wehrmacht non interviene a cambiare il colore della storia. Malick reinventa gli spazi solenni delle Alpi grazie a una tecnica meravigliosa che unisce e connette l’interno di una casa, un prato falciato, il fondo del fiume, la cima delle montagne. E prosegue oltre, creando uno spazio reale e assolutamente inedito dove ogni cosa – dal filo d’erba alle nuvole, dalla falce alle mele, gli animali della campagna e i gesti degli uomini – suggerisce l’idea di destino.

 

Un film come questo – apprezzato dalla critica ma guardato con sospetto, mai arrivato in sala, nei giorni in cui il Covid aveva monopolizzato l’attenzione del mondo – non nasce dal nulla. Malick ci è arrivato dopo essersi quasi perso in storie visionarie quasi prive di struttura narrativa, sorrette da una logica tutta interiore, spesso astratta. Una Babele di splendide immagini e di pesantissimi commenti fuori campo, che costringevano il film su mille percorsi e ne rendevano impossibile l’unità. Al proposito, Malick, 76 anni e una vena creativa ancora ricchissima, ha pronunciato nel 2017 anche una specie di mea culpa che corrisponde a una vera dichiarazione di poetica: «Ultimamente – insisto, solo molto recentemente – ho lavorato senza sceneggiatura e mi sono pentito dell’idea. L’ultimo film che abbiamo girato… è tornato a una sceneggiatura ben ordinata». Per fare un film come La vita nascosta ci vuole umiltà, genio, fortuna, e soprattutto un grande coraggio. Franz Jägerstätter, un uomo semplice ma capace di pensare, viene ucciso dai nazisti nel 1943 per il suo rifiuto a giurare fedeltà a Hitler. Quando la Chiesa lo proclama beato, nel 2007, è ignoto ai più. Un martire “nascosto”, tra i tanti. Un cristiano che le scelte dettate dalla fede hanno reso solo. Di sé, nell’ultimo colloquio con il giudice che lo condannerà alla decapitazione, dice: «Io non so niente… Ma ho questa sensazione dentro di me: che non posso fare ciò che ritengo sbagliato».

 

Dalla sua, Malick ha due grossi aiuti: una sceneggiatura bellissima che scrive attingendo a piene mani alle lettere che Franz e la moglie Fani si scambiano nei mesi della prigionia; una storia potente e vera che si raccoglie nei volti intensi degli attori, tutti poco conosciuti, da August Diehl a Valerie Pachner. Dimenticate le star che negli ultimi anni avevano affollato i film del regista filosofo, restano due facce belle e note, Michael Nyqvist e Bruno Ganz, svedese il primo, svizzero il secondo. Per entrambi, tragicamente, quello nel film di Malick sarà l’ultimo ruolo: il vescovo che piange, ascoltando il suono delle campane che saranno fuse per fare proiettili e il giudice che interroga Franz prima della condanna. Un giudice molto speciale, Ganz, il volto pieno di rughe, lo sguardo che vede lontano, le domande maledette che pone al condannato e che forse, di lì a poco, verranno rivolte a lui. Almeno, è quello che sembra pensare quando, uscito Franz, si siede al suo posto, le mani sulle ginocchia, nella stessa posa del condannato: «Crede che quello che sta facendo potrà cambiare il corso di questa guerra? Che le persone fuori da questo tribunale sapranno qualcosa di lei?».

 

Non ci sono più angeli che si librano sul cielo di Berlino, solo diavoli che, in un crescendo furioso, tormentano Franz sperando di spaventarlo e indurlo a ritirare quel piccolo “no”, che conta così poco ma sembra così importante ai fini della storia e dell’eternità. Tra le urla e gli ordini abbaiati nella notte, l’agonia di Franz si consuma in mezzo a violenze, pugni, botte, calci in faccia, bastonate, beffe e torture. Come il prigioniero possa sopportare tutto questo senza mai venir meno alla certezza, lo intuiamo nel primo incontro con l’avvocato, nel colloquio che definisce una volta per sempre i termini della questione. L’uomo di legge gli propone un lavoro in ospedale. Ma anche lì dovrà giurare fedeltà al Führer, obietta Franz. «Sono solo parole, nessuno crede a queste cose. Non essere così testardo. Firma e sarai un uomo libero». «Io sono libero». Spiazzato, l’avvocato chiede: «Allora, cosa ci faccio qui?». «Non lo so».

 

Un uomo libero: è questo che lo rende pericoloso. La battuta dell’avvocato – «sono solo parole» – riporta inevitabilmente alla memoria Silence, il film che Scorsese aveva tratto, nel 2016, dal romanzo di Endo sulle persecuzioni dei cattolici in Giappone e sull’apostasia di un prete gesuita. «È solo un’immagine» dice il magistrato giapponese che invita il prete al gesto blasfemo di calpestare il volto di Cristo. Scorsese interpreta il gesto come un atto di obbedienza estrema a Gesù. Il film di Malick racconta un’altra verità, molto più semplice da capire. L’obbedienza a Cristo rende liberi, il suo amore consola, come suggerisce l’ultima lettera del martire alle figlie: «Mie adorate bambine, quando vostra madre vi leggerà questa lettera, vostro padre sarà morto. Per mezzo della grazia del Signore ci rincontreremo. Cara moglie e cara madre, ora non scordatevi di pregare per me. Io prego per voi dal regno dei cieli».

 

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