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Classici

Le gesta del capo tribù generoso

Miniatura araba

Dalla figura leggendaria di Hātim, l’accoglienza è eretta a chiave di volta del sistema etico islamico. E tuttavia l’Islam di questa ospitalità preciserà anche i limiti: tre giorni, «dopo è carità»

Questo articolo è pubblicato in Oasis 24. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 03/06/2019 10:33:10

Hātim figlio di ‘Abd Allāh figlio di Sa‘d figlio di al-Hashraj, della tribù dei Tā’ī; la madre si chiamava ‘Inaba[1] figlia di ‘Afīf, dei Tā’ī. Generoso, poeta eccellente, ovunque sostasse ne correva la fama; vittorioso, quando combatteva trionfava e se faceva bottino lo abbandonava al saccheggio; dava a chiunque chiedeva; al gioco delle frecce[2] era sempre il primo e se faceva prigionieri li liberava.

 

 

Durante un viaggio passò presso la tribù degli ‘Anaza: un prigioniero gli chiese aiuto, ma Hātim non aveva di che riscattarlo. Lo comperò comunque e si mise in catene al suo posto, finché poté pagare il riscatto. Divise i suoi beni più di dieci volte e giurò su Dio che non avrebbe ucciso nessun fratello.

 

 

Abū ‘Ubayda ha affermato che tre sono i campioni di generosità tra gli arabi: Ka‘b Ibn Māma, Hātim al-Tā’ī (diventati entrambi proverbiali) e Harim Ibn Sinān, patrono di Zuhayr[3]. Nello spiazzo davanti alla sua tenda, Hātim teneva degli enormi pentoloni che non tirava mai giù dal focolare. Quando spuntava la luna del mese di Rajab[4] sacrificava ogni giorno una bestia e ne distribuiva le carni.

 

 

[La rottura con il padre]

 

 

Da ragazzo suo padre gli affidò una mandria di cammelli. Passarono da lui [i poeti] ‘Abīd Ibn al-Abras, Bishr Ibn Abī Khāzim e Nābigha al-Dhubyānī, diretti alla corte di al-Nu‘mān[5], e Hātim, pur non conoscendoli, sacrificò in loro onore tre cammelli. Poi chiese i loro nomi ed essi glieli rivelarono. Allora divise tra loro tutti i suoi cammelli. Mandò a riferire al padre che cosa aveva fatto e questi venne a domandargli conto delle bestie. «Padre mio – rispose – ti ho procurato una corona di gloria imperitura»; e gli raccontò quanto aveva fatto. Il padre rispose: «Non ti accetterò più come vicino e non ti darò mai più ospitalità». «Se è così, non me ne curo» e si separò da lui.

 

 

[La madre]

 

 

La madre si chiamava ‘Inaba. A causa della sua grande generosità non metteva mai nulla da parte. I suoi fratelli, avendo inutilmente cercato di impedirle di comportarsi in questo modo, la rinchiusero in casa per un anno dandole solo lo stretto necessario per vivere, nella speranza che, gustando il cibo della miseria, comprendesse il valore della ricchezza e abbandonasse le sue abitudini. Dopo un anno la lasciarono uscire e le affidarono una mandria di una trentina di cammelli. [Mentre era al pascolo] giunse da lei una donna della tribù degli Hawāzin[6]. Alla sua richiesta di aiuto rispose: «Eccoti la mandria, prendila. Per Dio, ho provato una tale fame che ho giurato di non respingere mai più in vita mia chi mi chiederà qualcosa». Poi disse questi versi:

 

 

Per la mia vita! La fame mi ha morso così duramente

 

 

che ho giurato di non respingere mai più un affamato.

 

 

Dite dunque a chi mi rimprovera: “Lascia correre!

 

 

E se non lo fai, mangiati pure le mani di rabbia”.

 

 

Quello che vedete oggi non è altro che la mia natura.

 

 

Come potrei cambiarla, fratelli miei?

 

 

[Ospitalità di Hātim]

 

 

Secondo suo figlio ‘Adī, Hātim era un uomo dai lunghi silenzi e soleva dire: «Se l’unico modo per proteggerti da una cosa è lasciarla, lasciala perdere». Sua moglie Nawwār raccontò: Era calato su di noi un anno in cui la terra si era raggrinzita e l’orizzonte del cielo si era coperto di polvere; i cammelli tornavano alla sera scavati dalla fame, le mammelle degli animali non davano più neppure una goccia di latte per i loro piccoli e la carestia aveva annientato il bestiame. Insomma eravamo certi di essere spacciati. Durante una notte gelida e che sembrava non finire mai, i nostri figli ‘Abd Allāh, ‘Adī e Saffāna si misero a gridare tutti insieme per la fame. Hātim andò dai maschi e io dalla bambina e per Dio ci volle un bel pezzo prima che si calmassero.

 

 

Alla fine si addormentarono e io mi rimisi accanto a lui. Allora Hātim per distrarmi dalla fame iniziò a parlare con me. Intuendo perché lo faceva, finsi di essermi addormentata. Quando le stelle erano quasi tutte tramontate, qualcosa sollevò d’improvviso la cortina della tenda. «Chi va là?» domandò Hātim, ma la figura scomparve. Poco dopo ritornò. «Chi va là?» domandò Hātim. E la figura scappò di nuovo. Ritornò ancora alla fine della notte. «Chi va là?» «Sono una tua vicina e sono venuta da te lasciando i miei bambini nella tenda. Ululano come lupi per la fame e tu sei l’unico a cui possa chiedere aiuto, padre di ‘Adī!». «Per Dio, darò loro da mangiare fino a saziarli!». «Come troverai il cibo?», chiesi io. «Questo non ti riguarda».

 

 

E soggiunse rivolto alla donna: «Portali subito qui perché Dio ha saziato te e loro». La donna ritornò portando in braccio due bambini, mentre altri quattro camminavano ai fianchi: sembrava una femmina di struzzo circondata dai suoi piccoli. Hātim si diresse verso il suo cavallo e gli piantò il coltello nel petto. Il cavallo stramazzò al suolo; lo scuoiò, porse il coltello alla donna e le disse: «Serviti». Ci radunammo tutti intorno alla carne, ma Hātim esclamò: «Guai a voi, vorreste mangiare senza invitare il resto della tribù?». E andò a chiamarli tenda per tenda dicendo loro: «Venite gente, tutti intorno al fuoco». Vennero tutti; Hātim si avvolse nelle sue vesti e stette in un angolo a guardarci mangiare e per Dio non toccò neppure un boccone di carne, malgrado ne avesse più bisogno di noi. Quando fu mattino, restavano in terra solo le ossa e gli zoccoli del cavallo. Allora lo rimproverai e in risposta compose questa poesia:

 

 

Piano, Nawwār, smetti di rimproverarmi e biasimarmi

 

 

e non domandare, di una cosa ormai passata, che cosa ne è stato.

 

 

Non dire di un animale “L’hai ammazzato”;

 

 

taci, dovessi donare a jinn e dèmoni insieme!

 

 

L’avaro conosce un solo sentiero per i suoi beni,

 

 

ma molti ne vede il generoso.

 

 

Non rimproverarmi per un animale che ho donato

 

 

a gente del mio sangue: il modo migliore di usare dei beni è donarli.

 

 

[Il matrimonio con la regina Māwiya]

 

 

Un giorno Hātim si presentò da Māwiyya figlia di ‘Afzar[7] per chiederla in sposa, ma entrando da lei trovò che anche [il famoso poeta] Nābigha e un uomo del clan dei Nabīt la stavano domandando in sposa. Māwiyya disse a tutti i pretendenti di andarsene. Ciascuno avrebbe composto una poesia enumerando le sue gesta e i suoi meriti e lei avrebbe sposato l’uomo più generoso e più abile come poeta. I tre se ne partirono di là e ciascuno uccise un animale in sacrificio. Māwiyya indossò le vesti di una sua ancella e li seguì.

 

 

Arrivata dall’uomo dei Nabīt, gli chiese da mangiare. Quegli le diede la coda della bestia e lei se la prese e portò via. Giunse da Nābigha: le diede la stessa cosa e lei se la prese e portò via. Giunse da Hātim e questi aveva messo sul fuoco uno dei suoi pentoloni. Gli chiese da mangiare e Hātim rispose: «Aspetta che il cibo sia pronto». Lei aspettò e quando fu pronto Hātim le diede da mangiare il sottocoda, un pezzo di gobba e un pezzo di garrese. Poi la donna se ne andò.

 

 

Nābigha e l’uomo dei Nabīt mandarono in dono a Māwiyya la schiena della bestia che avevano sgozzato. Hātim invece le mandò le stesse parti che aveva donato all’ancella. Al mattino i tre pretendenti arrivarono dalla regina e l’uomo dei Nabīt l’apostrofò così:

 

 

Chiedi ai Banū Nabīt[8] qual è il mio valore

 

 

d’inverno, quando soffiano i venti,

 

 

quando si tagliano le mammelle a una cammella magra[9],

 

 

con appena un po’ di grasso in testa e attorno alle ossa,

 

 

quando giacciono inutilizzate le corde per mungere,

 

 

e al mattino nessun piccolo riceve latte da bere.

 

 

Poi fu la volta di Nābigha, che disse:

 

 

Chiedi ai Banū Dhubyān qual è il mio valore

 

 

quando il fumo avvolge il vecchio che si sottrae al gioco delle frecce[10]

 

 

e i venti soffiano dalla parte del monte Urul,

 

 

spingendo al mattino un gregge di cirri senza pioggia;

 

 

allora dono ai miei compagni di gioco

 

 

a piene mani e servo loro una scodella di cibo ben condito.

 

 

Infine parlò Hātim, dicendo:

 

 

Māwiya, il denaro va e viene

 

 

e solo restano racconti e memoria.

 

 

Māwiya, al mendicante io non dico

 

 

quando viene da me: “Sul bestiame pende un voto di consacrazione”.

 

 

Māwiya, o c’è un ostacolo, e allora dev’essere chiaro,

 

 

oppure bisogna donare, sfrenatamente.

 

 

Māwiya, a che serve la ricchezza al valoroso

 

 

se si mette a ragliare come un asino in preda alla paura?

 

 

Māwiya, se il mio fantasma[11] si risveglierà in una plaga

 

 

desolata, senz’acqua né vino,

 

 

vedrai che quanto avrò speso non mi avrà nuociuto

 

 

e che la mia mano sarà vuota di quel che avrò trattenuto per me.

 

 

Tutte le genti ben sanno che Hātim

 

 

se avesse voluto ricchezza, ne avrebbe avuta ampiamente.

 

 

Quando ebbero finito di recitare le loro poesie, Māwiyya li invitò a pranzo. Fece portare a ciascuno il cibo che questi le aveva dato da mangiare [quando si era presentata vestita da serva]. L’uomo dei Nabīt e Nābigha chinarono il capo per la vergogna. Hātim invece, quando vide quello che stava accadendo, buttò via i loro piatti e diede loro da mangiare il cibo che aveva ricevuto. I due si dileguarono e Māwiyya sposò Hātim. […]

 

 

[La tomba]

 

 

Un membro della tribù dei Tā’ī ha raccontato che un uomo di nome Abū Khaybarī passò un giorno accanto alla tomba di Hātim e vi fece sosta per la notte. [Per scherzo] si mise a chiamarlo: «Padre di ‘Adī, portaci i tuoi doni ospitali!». All’alba ebbe un sussulto e prese a gridare: «La mia povera bestia!». «Che cos’hai?» gli chiesero i compagni. «Ve lo giuro su Dio – rispose – Hātim è apparso con la spada in pugno ed è andato a tagliare i garretti della mia cammella, sotto i miei occhi».

 

 

I compagni andarono a controllare ed ecco la bestia non riusciva più a sollevarsi da terra. «Beh – commentarono – ti ha davvero portato i suoi doni ospitali». Allora sgozzarono la cammella e stettero per un bel pezzo del giorno a mangiare la carne». Poi, dopo aver caricato il malcapitato in sella a un altro cammello, se ne partirono.

 

 

Mentre si avviavano, spuntò ‘Adī, il figlio di Hātim: conduceva un cammello nero legato al suo animale e disse: «Mi è apparso nel sonno Hātim e mi ha raccontato come lo avevi insultato e che in risposta aveva offerto la tua bestia in dono ospitale a te e ai tuoi compagni. Su questo disse anche dei versi che mi ripeté finché li imparai a memoria:

 

 

Abū Khaybarī, uomo invidioso

 

 

nella tribù, e querulo,

 

 

perché turbi delle ossa consunte

 

 

in un deserto spazioso dove fa udire il suo grido la civetta?[12]

 

 

Ti permetti di importunarle

 

 

mentre ti arride la sorte dintorno.

 

 

Hātim mi ha ordinato – concluse il figlio – di pagarti questo cammello in risarcimento della tua bestia. Prendilo!». E Abū Khaybarī lo prese.

 

 

(Ibn Qutayba, Kitāb al-shi‘r wa l-shu‘arā’, ed. Michael J. de Goeje, Brill, Leiden 1904, pp. 123-130)

 

 

***

 

 

[Due opposte valutazioni su Hātim]

 

 

Da Kumayl Ibn Ziyād an-Nukh‘ī[13]. ‘Alī, su di lui sia la pace, disse:

 

 

Mio Dio, quanto è restia la maggior parte della gente a fare il bene! Resto sempre stupito al vedere un uomo che, quando si presenta un fratello nel bisogno, non si considera degno di fare il bene. Se anche non sperassimo il paradiso e non temessimo l’inferno, se non attendessimo una ricompensa e non paventassimo una punizione, ebbene anche così dovremmo ricercare i costumi più nobili. Essi infatti indicano la via della salvezza.

 

 

Il figlio di Hātim, ‘Adī, abbracciò l’Islam con convinzione. Ci è stato riferito che una volta disse al Profeta: «O inviato di Dio, mio padre era generoso e indulgente, era fedele alla protezione accordata e insegnava i costumi più nobili». Ma il Profeta rispose: «Tuo padre è legna da ardere all’inferno». Vedendo la tristezza dipingersi sul volto del suo interlocutore, soggiunse: «‘Adī, non solo tuo padre. Anche il mio e quello di Abramo sono nel fuoco».

 

 

(Abū l-Faraj al-Isfahānī, Kitāb al-Aghānī, ed. al-Hay’a al-Misriyya, vol. 17 (Cairo 1970), p. 364 e p. 387)

 

 

[Traduzione di Martino Diez]

 

 


 

Note

 

 

[1] ‘Utba secondo gli Aghānī (XVII, 365).

 

 

[2] Rito pagano in cui i partecipanti uccidevano un cammello e si dividevano a sorte i vari pezzi. Fu proibito dal Corano.

 

 

[3] Harim Ibn Sinān era a capo della tribù dei Dhubyān. Numerosi sono gli aneddoti circa la sua generosità verso Zuhayr, poeta preislamico, autore di una celebre ode che è entrata a far parte del canone delle Mu‘allaqāt (all’incirca “le poesie gioiello”).

 

 

[4] Uno dei mesi sacri dell’Arabia pagana, in cui si compivano sacrifici animali.

 

 

[5] Signore del regno arabo di Hīra, nella bassa Mesopotamia, vassallo dell’impero persiano. I sovrani di Hīra, pur regnando su un territorio sedentario, mantenevano uno stretto legame con il mondo beduino delle tribù e a questo scopo mantenevano diversi poeti di corte.

 

 

[6] Tribù dello Hijaz, avversaria dei Quraysh. Muhammad la sconfisse, con difficoltà, nella battaglia di Hunayn (630).

 

 

[7] Regina guerriera a capo della confederazione tribale dei Tanūkh, scatenò nel 378 una rivolta contro l’imperatore Valente, sconfiggendo più volte le truppe romane in Siria. Morì verso il 425.

 

 

[8] Preferisco per simmetria con i versi successivi la lezione degli Aghānī (vol. 17, p. 383) a quella di Ibn Qutayba, che lascerebbe sospeso il pronome –hum del secondo verso.

 

 

[9] Nei periodi di scarsità di cibo vi era l’usanza di tagliare le mammelle di alcune bestie per farle ingrassare comunque.

 

 

[10] Ancora un’allusione al gioco rituale del maysir con cui si divideva una bestia sacrificale. Il monte Urul, al verso successivo, è ricordato da Yāqūt nel suo dizionario geografico.

 

 

[11] Secondo una credenza pagana l’anima del morto restava accanto alla tomba come una civetta. Qui si è tradotto “fantasma”.

 

 

[12] Ancora la civetta che racchiude l’anima del morto.

 

 

[13] Si tratta di uno dei più importanti compagni di ‘Alī, il cugino e genero di Muhammad.

 

 

 

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Testi di Ibn Qutayba, Le gesta del capo tribù generoso, «Oasis», anno X, n. 20, dicembre 2014, pp. 96-101..

 

Riferimento al formato digitale:

Testi di Ibn Qutayba, Le gesta del capo tribù generoso, «Oasis» [online], pubblicato il 28 gennaio 2015, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/le-gesta-del-capo-tribu-generoso.

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