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Religione e società

L’eccezione tunisina: il compromesso islamista

Ennahda dichiara d’iscrivere la propria azione nel segno “del cambiamento”: si può andare verso una “democrazia musulmana” sull'esempio delle democrazie cristiane europee?

Un'immagine del congresso di Ennahda

È stata definita una svolta storica: durante il suo decimo congresso, tenutosi ad Hammamet dal 20 al 22 maggio, il partito tunisino Ennahda ha deciso di abbandonare la predicazione religiosa (da‘wa) per concentrarsi sull’attività politica. Per la leadership del partito, che già all’indomani della Rivoluzione del 2011 dichiarava di iscrivere la propria azione nel segno “della transizione e del cambiamento”, questa scelta dovrebbe sancire l’uscita di Ennahda dell’Islam politico e il suo approdo alla “democrazia musulmana”. Il significato di quest’evoluzione rimane però da valutare.

 

 

Nel linguaggio politico la novità è indubbia, come evidenzia una lettura dei comunicati finali degli ultimi due congressi: quello del 2012 si apriva con una roboante citazione coranica (“E rammentate quando voi eravate pochi e disprezzati sulla terra, timorosi che gli altri vi portassero via, e Dio vi diede asilo e vi confermò colla Sua trionfale assistenza”), evidentemente voluta per celebrare il ritorno trionfale di Ennahda sulla scena pubblica tunisina, e tra i riferimenti intellettuali del movimento menzionava senza reticenze Hasan al-Banna, il fondatore dei Fratelli musulmani. Il comunicato del 2016 è meno enfatico, privo di citazioni coraniche, e tutto concentrato sulla presentazione delle scelte “strategiche del partito”.

 

 

Non laicizzazione ma specializzazione

 

Non si tratta tuttavia di un congedo dal riferimento religioso, né di una laicizzazione del partito. Rachid Ghannouchi, leader storico di Ennahda, ha dichiarato in un’intervista alla CNN che nella mente del musulmano non c’è separazione tra religione e politica. Il cambiamento è spiegato piuttosto nei termini di una “specializzazione funzionale”: “in ogni ambito devono agire gli specialisti”, ha detto Ghannouchi, e se “gli affari religiosi sono di competenza degli esperti religiosi, di quelli politici devono occuparsi gli uomini politici”. In pratica questo significa che i dirigenti del partito non potranno più avere ruoli di responsabilità nelle associazioni della società civile, comprese quelle di natura religiosa, né predicare nelle moschee.

 

 

Ghannouchi ha inoltre spiegato in una lunga intervista al quotidiano panarabo al-Sharq al-Awsat, che la natura totalitaria dei movimenti islamisti era legata al contesto storico in cui sono nati, concludendo candidamente che, “dopo la caduta dello Stato totalitario e del partito totalitario al governo” (quello di Ben Ali) Ennahda passa “dal totalitarismo alla specializzazione politica”.

 

 

Tuttavia, quella che è dipinta come una naturale evoluzione è stata piuttosto un brusco risveglio alla realtà. Dopo la Rivoluzione del 2010, Ennahda si era presentata, anche in virtù della maggioranza ottenuta alle elezioni del 2011 per l’Assemblea costituente, come la forza politica naturalmente deputata a guidare la transizione in forza del connubio tra risveglio islamico e risveglio democratico. Il percorso è stato molto più accidentato e drammatico del previsto e gli islamisti, frenati soprattutto da una società civile matura e determinata, hanno dovuto rinunciare prima ai loro progetti di islamizzazione del Paese, poi al potere e infine incassare una sconfitta alle elezioni legislative del 2014. A differenza dei Fratelli musulmani egiziani, però, Ennahda e in particolare il suo leader Ghannouchi hanno scelto di evitare lo scontro, accettando un percorso che in nome del dialogo nazionale ha portato alla redazione della nuova Costituzione e all’alleanza di governo con gli ex-arcirivali di Nidaa Tunis. La svolta di Hammamet si colloca in questo quadro e fa leva su una Legge fondamentale che, figlia di un compromesso politico, imposta in modo ambiguo il rapporto tra religione e politica, stabilendo allo stesso tempo che “lo Stato protegge la religione, garantisce la libertà di coscienza e […] assicura la neutralità delle moschee” (art. 6).

 

Ali Larayedh, dirigente storico di Ennahda e presidente del decimo Congresso, ha così potuto affermare che l’evoluzione del partito è resa possibile dal fatto che l’identità della società e la religione sono ora garantite dallo Stato.

 

 

In questo senso, la transizione dall’islamismo alla democrazia islamica segna anche l'incorporazione in quello stesso Stato che gli islamisti hanno combattuto per decenni, un passaggio suggellato dalla “benedizione” impartita al Congresso di Ennahda da Béji Caid Essebsi, attuale presidente della Repubblica e uomo simbolo del vecchio regime. A questo proposito, Moncef Marzouki, storico oppositore democratico di Ben Ali, presidente della Repubblica nel periodo di transizione ed ex-alleato di Ennahda, ha scritto sul sito di al-Jazeera che “invece di confermare la propria alleanza con le forze portatrici di progetti per il futuro, in molti Paesi arabi l’Islam politico sta diventando parte di quei regimi contro cui si sono sollevati i popoli della primavera araba”.

 

 

Una questione di aggettivi

 

Altri, in Tunisia ma non soltanto, sono scettici sull’effettiva portata del cambiamento di Ennahda, che considerano l’ennesimo gioco di prestigio usato dal partito per camuffare i propri progetti. La questione è probabilmente più complessa e non è necessariamente legata alla sincerità delle intenzioni, quanto all’imperfetta articolazione tra scelte pratiche e riflessione teorica in seno alla formazione politica islamica. Per esempio non è chiaro che cosa comporti la trasformazione in un partito democratico musulmano. Molti osservatori hanno suggerito per Ennahda un percorso simile a quello dei partiti democratici cristiani europei, ma questo parallelismo rimane da verificare. A proposito della Democrazia cristiana, il filosofo cattolico italiano Augusto Del Noce scriveva che “democrazia non è un termine univoco, e assume pieno significato dalla concezione della natura umana che suppone, cioè dall’aggettivo che la specifica”. Per Del Noce compito della Democrazia cristiana era “rivendicare nell’uomo un principio spirituale indipendente dalla società”. Questo si era tradotto nel Dopoguerra in una funzione anti-totalitaria, e a partire dagli anni ’60, avrebbe dovuto significare il rifiuto della democrazia come negazione di “ogni assolutezza di valori”. Che cosa aggiunge alla democrazia l’aggettivo “musulmana”? Lo stesso Ghannouchi ha affermato che a differenza del passato oggi tutti i partiti tunisini si riconoscono nell’Islam e nessuno gli è ostile. Qual è dunque la specificità islamica di Ennahda? Per portare a compimento e rendere trasparente il suo processo evolutivo Ennahda dovrà rispondere a queste domande. I dibattiti del decimo Congresso non dicono molto a proposito. Il comunicato finale si limita ad affermare che il riferimento islamico del partito implica un sistema di valori che non differisce in realtà dai valori umani comuni se non per la sua capacità di “rinnovarli”.

 

 

Nel suo discorso di apertura al Congresso del partito, Ghannouchi ha inoltre dichiarato che dopo la difesa dell’identità islamica e la difesa della democrazia, per Ennahda è giunto il tempo dell’economia. Il partito sceglie in questo modo, almeno apparentemente, di subordinare l’ispirazione ideale ai risultati materiali, un passaggio che ricorda i primi anni dell’AKP turco. È una decisione comprensibile, tanto più se si pensa al contesto di privazione da cui è scaturita la Rivoluzione tunisina, ma che rischia, soprattutto in caso di insuccesso, di lasciare il campo della predicazione a organizzazioni più estremiste.

 

 

Commentando la svolta degli islamisti, l’intellettuale tunisino Muhammad Haddad ha scritto che essa non risolve nessuno dei veri problemi del Paese. Ennahda insomma ha dato prova di sapersi adattare al cambiamento. Deve ancora dimostrare di essere capace di guidarlo.

 

 

 

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