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Islam

L’Egitto tra terrore jihadista e repressione cieca

La sequenza di atti che insanguinano l’Egitto è espressione della stagione instabile e violenta che vede il Paese schiacciato tra le infiltrazioni di Isis, i Fratelli musulmani e al-Sisi. I jihadisti puntano a erigere un sistema autenticamente islamico. La Fratellanza cerca di destabilizzare il governo, che praticando una repressione indiscriminata alla fine soffoca anche le energie buone della società.

Il Consolato italiano al Cairo devastato dall'esplosione dell' 11 luglio 2015

In questo Ramadan macchiato di sangue, l’ombra del terrore jihadista continua ad allungarsi anche sull’Egitto. In poco meno di un mese il Paese ha assistito a una serie impressionante di atti violenti: 21 giugno, attentato al Procuratore generale della Repubblica Hisham Barakat, morto in seguito alle ferite riportate nello scoppio di un’autobomba; 22 giugno, attacco, sempre con autobombe, alla città del 6 Ottobre, 20 km a sud-ovest del Cairo; 1° luglio, assalto a diverse postazioni militari egiziane del Sinai a opera della filiale egiziana dello Stato Islamico, la Wilayat Sinai; 11 luglio, devastazione, ancora con autobomba, del Consolato italiano al Cairo.

 

 

La matrice dell’assalto del 1° luglio è chiara, mentre l’attribuzione delle altre tre operazioni è più incerta. L’attacco al Consolato italiano è stato sommariamente rivendicato dallo Stato Islamico, ma le autorità egiziane tendono ad attribuire azioni come questa ai Fratelli Musulmani. Questa sovrapposizione solleva più di un interrogativo sulla natura del terrorismo islamista egiziano, sull’eventualità di una saldatura tra azione dello Stato Islamico e azione della Fratellanza e sulla reazione del regime del presidente al-Sisi.

 

 

Una chiave per comprendere quanto sta accadendo oggi è offerta dal contenuto dell’audio-messaggio, intitolato “La via pacifica, religione di chi?”, con cui il 30 agosto del 2013 Abu Muhammad al-Adnani, portavoce dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante (allora ancora semi-sconosciuto ai più), si rivolgeva ai musulmani che avevano fatto le Rivoluzioni del 2011 e in particolare agli egiziani. Al-Adnani vi affermava che essi dovevano ancora trovare la “medicina” adatta ai loro mali. Il problema di fondo non erano i «regimi al governo, ma le leggi idolatre con cui essi governano». «Se vogliamo eliminare l’ingiustizia e conquistarci la dignità – continuava il proclama – dobbiamo rimuovere le leggi positive idolatre e far regnare la legge di Dio. E per farlo non c’è altra strada che il jihad sulla via di Dio».

 

 

Il comunicato era allo stesso tempo una dichiarazione di guerra contro l’esercito egiziano, accusato di «apostasia e miscredenza» e una critica durissima ai Fratelli Musulmani, il cui fallimento certificava secondo l’Isis l’impossibilità di erigere un regime autenticamente islamico attraverso i mezzi pacifici della democrazia. La Fratellanza si trovava così delegittimata sia “da sinistra”, perché non abbastanza democratica da riuscire a condurre l’Egitto fuori dall’autoritarismo, sia “da destra”, perché troppo compromessa con la democrazia per istituire un sistema conforme alla normatività islamica più intransigente. Se i gruppi legati allo Stato Islamico, come gli Ansar Bayt al-Maqdis, sembrano aver preso alla lettera le raccomandazioni della “casa madre”, il riposizionamento dei Fratelli Musulmani in seguito alla destituzione del loro presidente Mohammed Morsi è stato apparentemente più sfumato. Ufficialmente essi hanno mantenuto una linea pacifica, intraprendendo però di fatto la strada della contestazione violenta, soprattutto da quando una nuova dirigenza più giovane e agguerrita ha assunto il controllo dell’organizzazione, moltiplicando le azioni volte a destabilizzare quello che essi chiamano il “regime del colpo di Stato”. Tuttavia, nonostante la parziale convergenza tra Stato Islamico e Fratelli Musulmani contro il regime egiziano, le due organizzazioni continuano ad avere obiettivi diversi, tanto più che il primo considera i secondi soltanto «un partito laico rivestito di una patina islamica».

 

 

Al-Sisi non intende però operare distinzioni all’interno della galassia islamista. Sin dalla sua elezione alla presidenza, egli ha esplicitamente fondato la propria legittimità sulla “lotta al terrorismo” tout court e sulla necessità di riportare la sicurezza dopo le turbolenze iniziate con la Rivoluzione del 25 gennaio 2011. In questo quadro, i Fratelli Musulmani non solo sono stati assimilati ad altri gruppi jihadisti violenti, ma sono stati definiti dal presidente i «padri putativi di tutte le organizzazioni terroristiche».

 

 

Per dare seguito al suo progetto al-Sisi ha messo in atto una durissima repressione, che ha coinvolto sia i membri della Fratellanza, sia i militanti di organizzazioni e gruppi della società civile che avevano dato vita alle grandi manifestazioni rivoluzionarie. In seguito agli ultimi attacchi, il governo egiziano ha inoltre elaborato un disegno di legge anti-terrorismo che definisce gli atti di terrore in modo talmente generico e vago da consentire qualsiasi abuso e prevede pesanti limitazioni alla libertà di stampa, per esempio imponendo ai giornalisti di raccontare eventuali attacchi terroristici attenendosi alle informazioni contenute nei comunicati ufficiali del governo.

 

 

La posizione di al-Sisi ha finora riscosso una certa approvazione soprattutto in Europa, dove il presidente egiziano è considerato un alleato imprescindibile nella lotta contro il terrorismo (il 12 luglio Renzi ha affermato in un’intervista ad al-Jazeera che in «in questo momento l’Egitto può salvarsi solo con la leadership di al-Sisi»). La politica del presidente egiziano tuttavia rischia di essere non solo ingiusta, perché colpisce indiscriminatamente persone che del terrorismo non sono responsabili, ma anche inefficace. Da un lato essa confonde infatti in un’unica categoria onnicomprensiva, quello di “terrorismo”, azioni, movimenti e gruppi che non sono necessariamente assimilabili, rinunciando così in partenza a una comprensione adeguata del fenomeno, delle cause che lo generano e delle forme che esso può assumere.

 

Dall’altro, la repressione attuata da al-Sisi finisce per soffocare l’espressione sia della società civile che di quelle forze politiche che, senza essere islamiste, non si riconoscono nell’azione del regime, conducendo così a uno scontro frontale tra fazioni sempre più agguerrite e un regime sempre più isolato da una società esasperata. E per sua natura questo scontro non può che autoalimentarsi, perché fornisce stabilmente ai terroristi una giustificazione delle proprie azioni (la presenza di un regime ingiusto) e al regime l’unica fonte di legittimazione di cui effettivamente può disporre (la lotta al terrorismo appunto), secondo lo schema che per tanti anni ha paralizzato buona parte delle società arabe.

 

 

Significativamente, il 3 luglio scorso, il quotidiano egiziano al-Tahrir, fondato per dare voce agli ideali rivoluzionari del 2011, ricordava le parole con cui al-Baradei, già premio Nobel per la Pace, aveva rinunciato al suo incarico di vice-presidente della Repubblica in seguito alla repressione nel sangue della protesta di piazza Rabaa al-Adawiyya: «Siamo ormai in uno stato di polarizzazione estrema e di pericolosissima divisione. Il tessuto sociale è minacciato dalla lacerazione, perché la violenza genera solo violenza… Esperienze simili ci insegnano che alla fine la riconciliazione arriva, ma solo dopo aver pagato un caro prezzo che, a mio avviso, sarebbe stato possibile evitare… Purtroppo, a beneficiare di quanto successo oggi [il massacro di Rabaa] saranno i partigiani della violenza e del terrorismo e i gruppi più estremisti. Allora ricorderete quanto vi sto dicendo mentre io confido in Dio». In realtà, i Fratelli Musulmani hanno gravi responsabilità nella crisi attuale, ciò che peraltro è costato loro la dilapidazione del consenso di cui godevano nella società egiziana. Tuttavia al-Baradei potrebbe aver avuto ragione. Ma si sa, nessuno è profeta in patria.

 

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