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Le nostre letture

Maghreb, l’inevitabile democratizzazione

Pierre Vermeren, Maghreb. Les origines de la révolution démocratique, Fayard, Paris 2011

Questo articolo è pubblicato in Oasis 15. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 07/06/2019 13:03:40

Il titolo non tragga in inganno. Maghreb. Les origines de la révolution démocratique è in realtà la riedizione di un volume pubblicato nel 2004 col titolo Maghreb, la démocratie impossibile? e arricchito di una prefazione inedita dell’autore. Se l’operazione editoriale può destare qualche perplessità, bisogna riconoscere che il libro è oggi uno strumento indispensabile per comprendere il cambiamento in atto nel mondo arabo. Era stato lo stesso editore, come spiega l’autore nella prefazione, a pronosticare che il successo del volume sarebbe stato deciso dall’attualità. Al momento della prima edizione, la questione della democratizzazione del Maghreb non andava per la maggiore: da un lato tutti gli occhi erano puntati sulla lotta al terrorismo e sul radicalismo islamista, dall’altra, è ancora Vermeren a riferirlo, il libro correva il rischio di essere ricondotto alla controversa questione dell’esportazione della democrazia. Ma a distanza di qualche anno la scommessa è vinta. L’aspetto più interessante dell’opera è la collocazione della questione democratica in una prospettiva storica di lungo periodo. Di primo acchito la durata scelta dall’autore pare addirittura eccessiva, visto che, ricalcando uno schema quasi manualistico, la riflessione parte dall’Africa romana e dagli Stati barbareschi. Ma nel corso della lettura la logica di questa prospettiva diventa più chiara: definire la specificità dell’area maghrebina e introdurre un tema che percorre tutto il volume, quello dell’islamizzazione e dell’arabizzazione dell’Africa mediterranea, cui se ne aggiungono almeno altri due, la cultura politica del Maghreb post-coloniale e la formazione delle élite. Legata alla questione dell’arabizzazione e dell’islamizzazione è l’ascesa dell’islamismo. In controtendenza con le interpretazioni più correnti, che ne collocano l’origine negli anni ’70, l’autore la retrodata di alcuni decenni, legandola al riformismo della salafiyya e al nazionalismo identitario. Sempre nella transizione tra epoca coloniale e post-coloniale si situa la formazione della cultura politica dei Stati del Maghreb. Scrive infatti Vermeren che «la generazione delle indipendenze s’iscrive in una tradizione politica basata sui rapporti di forza. Grazie a questi ultimi essa ha strappato al colonizzatore il suo potere, ha eliminato politicamente e spesso fisicamente i gruppi o gli individui che glielo contendevano. Per conservare questo potere essa ha poi instaurato un regime fondato sulla forza, militare o di polizia. In nessun momento è chiamata in causa una legittimità democratica» (155). Se questa “sindrome autoritaria”, per riprendere il titolo di un classico della riflessione politologica sulla Tunisia, sia stata sconfitta dalle rivoluzioni dipenderà da diverse incognite. Secondo Vermeren, che già nel 2004 aveva intitolato l’ultimo capitolo “l’inevitabile democratizzazione del Maghreb”, le rivoluzioni rappresentano comunque uno spartiacque, visto che «non sarà più possibile dire che i popoli del Maghreb amano la sottomissione e sono ermetici agli ideali democratici» (VII). Di sicuro sarà determinante l’equilibrio che riusciranno a trovare élites francofone e arabofone, e il modo in cui sarà trattata la questione scolastica, e quindi del bi/tri-linguismo (arabo, francese e berbero). Dopo l’indipendenza, i governi hanno continuamente oscillato tra il francese e l’arabo, una scelta le cui implicazioni superano ampiamente gli aspetti meramente linguistici, producendo con poche eccezioni un disastro educativo. La partita è ora in mano ai partiti islamici usciti vincitori dalle recenti elezioni. Otto anni fa l’autore affermava che, nella loro versione democratica, essi avrebbero potuto permettere alle classi popolari l’accesso alla modernità, aggiungendo che, visto il loro potenziale elettorale (stimato già allora al 40%), solo la loro integrazione nel gioco politico avrebbe potuto avviare la democratizzazione del Maghreb. Su questi aspetti le considerazioni di Vermeren richiederebbero un approfondimento e alcune chiarificazioni. La sua idea di “accesso alla modernità” e “integrazione” sembra infatti prevalentemente sociologica, mentre è anche sulle aspirazioni ideali che si gioca il futuro dei Paesi arabi.

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