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Le nostre letture

Mohammad Ali Amir-Moezzi, Le Coran silencieux et le Coran parlant, CNRS Éditions, Paris 2011.

Negli ultimi decenni la ricerca sul Corano e sul primo secolo dell’Islam ha compiuto diversi passi in avanti, grazie a nuove scoperte epigrafiche ed archeologiche e a nuove metodologie d’analisi delle fonti. La centralità dell’argomento è evidente se si considera la rilevanza del Corano nella religione islamica. Ma è pure evidente che per comprendere le modalità con cui avvenne la messa per iscritto del Testo Sacro musulmano è necessario formarsi un quadro quanto più chiaro possibile della comunità delle origini, perché fu proprio nei primi decenni di vita che essa, lanciata alla conquista del mondo antico, operò alcune scelte di fondo che avrebbero fissato i tratti fondamentali dell’Islam per i secoli a venire.

 

In generale la presentazione di questo periodo decisivo, sia per quanto riguarda il contesto generale sia sul punto specifico della raccolta del Corano (jam‘ al-Qur’ân), è svolta a partire dai classici sunniti, la cui attendibilità viene poi variamente valutata dai ricercatori moderni, secondo una rosa di giudizi che passa dall’affidabilità salvo prova contraria al rifiuto pressoché totale. Quasi unanime invece è stata finora la svalutazione delle fonti sciite, considerate tendenziose nella loro presentazione dei fatti, perché tese a giustificare in ogni modo la pretesa di ʿAlī e dei suoi discendenti al califfato.

 

 

In contrasto con questo approccio, il libro di Amir-Moezzi, che mette a frutto una serie di ricerche protrattasi negli ultimi due decenni, dimostra invece due fondamentali tesi. La prima è che tutte le fonti islamiche dei primi secoli sono ideologicamente orientate, non soltanto quelle sciite. Il primo secolo dell’Islam è infatti un periodo di grande violenza, in cui la comunità è lacerata più volte da contrasti e guerre civili. Per fare un solo esempio, tre su quattro dei califfi ben guidati (i primi successori di Muhammad) muoiono di morte violenta. Dalla lettura delle fonti antiche, sunnite come sciite, risulta dunque illusoria la caratterizzazione oggi prevalente dell’età dei Compagni e dei loro Successori come un’epoca d’oro di pace e concordia. Se le cose stanno così, la messa per iscritto del Corano non poté non risentire di questo clima di estrema violenza. La conclusione di Amir-Moezzi è dunque che tutte le fonti devono essere sottomesse a un esame critico rigoroso, perché «gli scritti sunniti, soprattutto i più antichi sono anch’essi ideologici e in ogni caso, per una conoscenza più fine di una storia così profondamente marcata dalla violenza civile, l’esame degli “archivi dell’opposizione”, come si possono chiamare le fonti sciite, è indispensabile tanto quanto quella delle fonti ufficiali che hanno avuto più o meno l’imprimatur del potere» (p. 21). La seconda tesi dell’islamologo franco-persiano è che le fonti sciite sembrano andare in una direzione simile a quella della ricerca moderna storico-critica, laddove lasciano intendere che il processo di messa per iscritto del Testo Sacro si sarebbe protratto oltre il califfato di ʿUthmân (m. 656), fino all’età omayyade.

 

Amir-Moezzi analizza nel dettaglio 5 opere: il Libro di Sulaym Ibn Qays che nel suo nocciolo originario rappresenta il più antico scritto sciita giunto fino a noi, il Libro della rivelazione e della falsificazione di al-Sayyârî (nono secolo), il commento coranico di al-Hibarî (morto 899), la monografia sui Gradi della conoscenza di al-Saffâr al-Qummî (morto 902/903) e infine la raccolta di tradizioni di al-Kulaynî (morto verso il 940), che costituisce la più antica e importante raccolta di hadîth dello sciismo. Questi testi appartengono a generi letterari differenti, dal racconto storico, al trattato esegetico, dal testo gnostico alla raccolta di tradizioni. Tuttavia l’autore mette in luce, caso per caso, come essi conservino importanti dati che talvolta trovano riscontro anche in allusioni discrete contenute nelle fonti sunnite. «Il meno che si possa dire – conclude l’autore – è che questo fatto invita a esaminare le fonti sciite con minore sospetto» (p. 209).

 

In realtà Amir-Moezzi, attraverso il suo studio cronologico, non si limita a raccogliere elementi significativi per lo studio del rapporto tra i conflitti storici delle origini dell’Islam e la formazione delle sue Scritture canoniche, ma fornisce una storia del progressivo emergere dello sciismo come dottrina integrale, fino alla «costituzione di una religione completa» (p. 203). Tale fenomeno è illustrato dall’autore storicamente, ma è compreso teologicamente: a suo avviso infatti il fallimento storico dei partigiani di ʿAlî, estromessi della guida della comunità (Libro di Sulaym Ibn Qays), avrebbe condotto gli imam a scegliere la strada di un’opera ermeneutica per salvaguardare dall’alterazione la religione di Muhammad. È in questo contesto che viene elaborata la nozione dell’esistenza di un Corano silenzioso (il testo nella versione canonica, incompleta), che avrebbe bisogno di essere interpretato e quasi animato dalla presenza di un Corano parlante, l’Imam. In questo senso – conclude Amir-Moezzi – «più che una “religione del Libro”, lo sciismo è la religione di una persona, di una figura, l’Imam, allo stesso modo in cui il cristianesimo è la religione del Cristo» (p. 218). Questo processo sfocia da ultimo, entro il decimo secolo, nell’elaborazione di una religione dell’Imam «largamente tinta di gnosi e neoplatonismo» (p. 217), che rappresenterebbe la tradizione originaria, antecedente al contatto con la teologia razionale e la giurisprudenza sunnita.

 

È dunque un’intera storia delle origini dello sciismo che Amir-Moezzi offre al lettore in questo prezioso volume, attraverso il prisma della progressiva fissazione della scrittura islamica.

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