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Le nostre letture

Muhammad Fadhil al-Jamali, un educatore iracheno del Novecento

Recensione di Muhammad Fadhil al-Jamali, Invito all’Islam. Lettere di un padre in carcere al figlio, a cura di Valentina Colombo, testo arabo e traduzione italiana, Arab Scientific Publishers, Beirut 2013 (prima edizione: Da‘wa ilà al-Islâm, Dâr al-Kitâb al-Lubnânî, Bayrût 1963; traduzione inglese Letters on Islam, Oxford University Press, London 1965).

Ultimo aggiornamento: 03/09/2018 16:26:09

Il 14 luglio 1958 il generale al-Qâsim rovescia la monarchia irachena. I media mondiali riferiscono che nel colpo di stato è rimasto ucciso, tra gli altri, Muhammad Fadhil al-Jamali, già 8 volte ministro degli esteri e primo ministro del regno nel 1953-1954. In realtà al-Jamali viene catturato tre giorni più tardi in una zona isolata a nord di Baghdad, interrogato, processato e condannato a morte con accuse pretestuose. La pena capitale è poi commutata in 10 anni di reclusione, ma le pressioni internazionali si fanno sentire, tanto che tre anni dopo il colpo di stato, il 13 luglio 1961, al-Qâsim si decide a liberare i prigionieri politici. Al-Jamali lascia l’Iraq e si trasferisce in Tunisia, su invito del presidente Bourghiba, assumendo la cattedra di pedagogia all’Università di Tunisi, che occuperà fino al 1988. Morirà nel 1997, a 94 anni d’età. Mentre si trova sospeso tra la vita e la morte, al-Jamali avvia una corrispondenza epistolare con il figlio ‘Abbas, appena ammesso all’università americana di Beirut. Al-Jamali, pur avendo ricevuto una formazione occidentale di prim’ordine a Beirut e al Teachers College della Columbia University, è rimasto musulmano praticante. La sua non è stata una scelta scontata perché, secondo l’autore, «l’adozione dell’istruzione occidentale senza il debito adeguamento al sostrato educativo nazionale […] ha creato una sorta di scisma e dualismo in seno alla struttura sociale e intellettuale della popolazione» (270). Tuttavia l’ex-ministro non è riuscito a trasmettere la sua fede ai figli, anche a causa dei numerosi impegni politici. Ridotto all’inazione forzata, cerca allora di recuperare il tempo perduto, esponendo in sintesi al figlio il significato dell’Islam per la sua vita. Dopo la liberazione dal carcere, le lettere sono raccolte in un volume, accolto molto favorevolmente sia nei Paesi arabi che in Occidente. Lo scopo è «informare i miei fratelli (esseri umani vivi) circa quel che ho provato in quell’anno e mezzo in cui sono stato sul punto di essere impiccato» (94). «Ma il fatto più importante – aggiunge l’autore– è che mio figlio, il dottor ‘Abbas al-Jamali, [...] è diventato, grazie a Dio, un musulmano devoto nella fede» (91). Molteplici sono i pregi di questo volume, pubblicato in italiano per iniziativa del Min. Plen. Enrico Granara, direttore coadiutore dell’Istituto Alti Studi per la Difesa. Prima di tutto, la grande essenzialità. Inizialmente al-Jamali ha con sé nella cella il Corano e null’altro e la condizione di prigioniero lo costringe a non divagare. Il risultato è un intenso dialogo con il figlio, ma anche con sé stesso e – implicitamente – con Dio, sulla fede e sulla consolazione che essa offre di fronte alla morte. Sono quasi assenti invece il tono apologetico e la retorica nazionalistica, che spesso guastano questo genere di opere. Ma soprattutto notevole è l’appassionata difesa della legittimità del pluralismo interno all’Islam, di cui al-Jamali è un convinto sostenitore. Di sé scrive infatti «sono un semplice musulmano e nient’altro» (p. 172). Cresciuto in una famiglia di dignitari religiosi sciiti, crede nella necessità di superare le divisioni tra i musulmani, tanto è vero che, quando decide di contrarre matrimonio, lo fa secondo una scuola giuridica sunnita. La moglie infatti, conosciuta alla Columbia University, è cristiana e lo sciismo non autorizza i matrimoni misti. Al-Jamali diffida ugualmente del pensiero unico: «Non credo che i salafiti, con tutto il mio rispetto per loro, siano disposti ad ascoltare i punti di vista altrui e a permettere la libertà di pensiero di cui ho bisogno. Sono un credente, ma la mia fede richiede la ricerca scientifica, soprattutto nel campo delle scienze naturali e degli studi sociali ed esige l’accettazione del concetto di evoluzione, che deve essere considerato come proveniente dalla volontà di Dio – Egli è l’Altissimo – e dalla sua modalità di gestore l’universo. Credo profondamente nella libertà di pensiero, a patto che sia accompagnata dall’onestà intellettuale. Non esito ad accettare quel che le civiltà orientali e occidentali producono in campo scientifico o spirituale così come i loro raggiungimenti morali e materiali. Anzi, invito ad avvicinarsi a tutto questo con forza e non ritengo che i salafiti possano concordare con me in tutto questo» (172). L’apertura di al-Jamali dunque è anche verso l’Occidente, non solo nel campo scientifico – cosa ammessa più o meno da tutti i pensatori musulmani contemporanei – ma anche in quello spirituale. Ciò implica per l’autore una riconsiderazione del Cristianesimo. Quando era approdato all’American University di Beirut, istituzione fondata da missionari protestanti a metà Ottocento, al-Jamali era animato da «un atteggiamento ostile nei confronti dei non musulmani» (25), al punto che, assistendo alle funzioni religiose, sostituiva sempre le parole Gesù e Signore con Muhammad e Dio. Ma l’ambiente beirutino lo conquista, al punto che nel 1952 propone al presidente libanese, il maronita Bishara al-Khoury, di organizzare una conferenza dei Paesi islamici proprio a Beirut, nella convinzione che «la presenza del Libano avrebbe servito la causa della fratellanza cristiano-musulmana e la comprensione reciproca tra le due religioni» (49). In realtà – scrive al figlio ‘Abbas – «non esiste alcun motivo razionale affinché continui l’ostilità tra islam e cristianesimo» (231). E di seguito cita il versetto coranico 3,64 sulla Parola comune, che mezzo secolo più tardi darà il titolo alla lettera indirizzata da 138 personalità musulmane al Papa. Per al-Jamali è necessario organizzare «incontri e scambi di idee circa le questioni fondamentali sulle quali concordano islam e cristianesimo, che sono molte di più rispetto a quelle che li dividono» (231). Del resto lo aveva già affermato nel 1956, durante un incontro con Pio XII, auspicando che cristiani e musulmani potessero unirsi per affrontare «il pericolo di un materialismo ateo» (78). In questo senso, particolarmente significative sono in Invito all’Islam le pagine in cui al-Jamali afferma, in polemica con il marxismo, l’impossibilità di una sana economia senza una dimensione spirituale, perché «la morale precede l’aspetto materiale e […] la volontà precede l’azione» (221). Ma al-Jamali è soprattutto un fine pedagogo, convinto che «il problema dell’educazione è un problema umano. È il problema dell’uomo in quanto individuo e in quanto specie. […] Come può aiutarlo a svolgere la propria missione sulla terra come agente di Dio (come recita il Corano) oppure come essere creato a immagine e somiglianza di Dio (come recita la Bibbia)? Come possono islam e occidente cooperare per portare a compimento questa nobile e sublime missione?» (275). L’attenzione educativa gli deriva non solo dalla formazione accademica, ma anche da una tragedia famigliare. La vicenda del figlio Layth, rimasto gravemente ritardato a causa di un’encefalite, aveva sollecitato fin dagli anni Quaranta l’attenzione della coppia verso il problema dei disabili, che la società irachena ignorava deliberatamente. La moglie, Sara Powell, avrebbe poi dato vita a una scuola per bambini affetti da ritardo mentale. In sintesi Invito all’Islam permette al lettore di conoscere non tanto le dottrine teologiche e giuridiche islamiche (su cui oggi i libri abbondano), ma piuttosto l’esperienza di fede di un pensatore che fu certamente liberale e progressista, soprattutto se misurato con gli standard dell’odierno salafismo, ma anche profondamente credente e intellettualmente onesto (si veda la parte sul jihad in cui l’autore stempera, ma non ignora, il precetto della guerra santa; unica reale caduta di tono sembra essere l’apprezzamento per Sigrid Hunke). Peccato solo per i molti refusi che si sono inseriti nel testo italiano. La traduzione, talora affrettata, avrebbe certamente beneficiato da un’ulteriore rilettura. Malgrado questo, i contenuti del libro, lo stile molto diretto e le numerose note che accompagnano il testo lo raccomandano senza dubbio a chiunque desideri farsi un’idea dell’Islam non come sistema di dogmi o come ideologia politica militante, ma come esperienza di fede vissuta.

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