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Religione e società

Nazionalismo e Islamismo: storia di due fallimenti

Francobollo con ritratto di Nasser [Drevs / Shutterstock]

Le due ideologie politiche rivali hanno dominato il mondo arabo dell’ultimo secolo. Nonostante la loro grande popolarità, nessuna delle due ha saputo rispondere adeguatamente alle sfide della modernità

Ultimo aggiornamento: 29/12/2020 10:43:14

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La Siria ha quasi cessato di esistere come Stato-nazione e ciò che vi è accaduto dopo il 2011 è l’espressione dello scontro tra due ideologie rivali, entrate in conflitto a partire dagli anni ’60. Entrambe le ideologie sono nate a metà dell’Ottocento a seguito della dominazione europea, che hanno combattuto in modi diversi. La prima voleva adottare la formula dello Stato-nazione europeo e le sue istituzioni amministrative, ed è stata formulata da élite urbane che cercavano allo stesso tempo di recuperare, entro certi limiti, il proprio patrimonio culturale e religioso. Iniziata con le riforme di Muhammad ‘Ali Pascià e le idee di Rifā‘at al-Tahtāwī, ha portato in Egitto alla creazione del primo partito nazionalista negli ultimi trent’anni del XIX secolo. Anche se non ha mai rotto con l’Islam, che utilizzava come strumento di mobilitazione, il nascente nazionalismo arabo si nutriva del pensiero europeo, in particolare dell’idealismo tedesco di Herder e Fichte.

 

La corrente rivale era invece sostenuta dagli strati tradizionali legati all’Islam, che inizialmente speravano nel ritorno del califfato per evitare lo smembramento della umma musulmana in tante nazioni estranee le une alle altre. Il programma di questa corrente parte dal presupposto che le società musulmane si siano indebolite perché si sono allontanate dal vero Islam. Di conseguenza, la soluzione per difendersi ed esistere è ritornare all’Islam delle origini (salaf) e alla sharī‘a. È importante ricordare che entrambi i movimenti originano dalla Nahda, la cui figura principale è lo shaykh Muhammad ‘Abduh (1849-1905).

 

Dell’eredità di quest’ultimo i nazionalisti hanno trattenuto la legittimazione del concetto europeo di Stato-nazione e delle sue istituzioni, mentre i culturalisti, successivamente definiti islamisti, hanno messo l’accento sulla sua difesa dell’Islam. Nazionalisti e culturalisti non erano contrari al ruolo della religione nello spazio pubblico. Per i primi, la politica doveva avere la precedenza per restaurare la grandezza dell’Islam, mentre per i secondi era la religione prevalere, per difendere l’autenticità sulla quale doveva essere costruito lo Stato. Le due correnti hanno contribuito alla lotta ideologica che ha portato all’indipendenza dei Paesi arabi colonizzati o sotto protettorato. Nella lotta contro la dominazione coloniale, i nazionalisti si sono dimostrati più efficaci nella misura in cui padroneggiavano i concetti della grammatica politica moderna e avevano la misura dei rapporti di forza internazionali. Questo spiega perché sono stati i nazionalisti a governare lo Stato indipendente[1]. Tuttavia, qualche decennio dopo, con il fallimento delle promesse dei regimi postcoloniali, gli islamisti hanno sfidato i nazionalisti, prefiggendosi di liberare la nazione dall’influenza culturale occidentale. Se lo hanno fatto, è perché i regimi nati dall’indipendenza e guidati dalle élite militari-civili avevano perso la propria credibilità agli occhi delle masse popolari, non avendo mantenuto la promessa di sviluppare l’economia e modernizzare la società. Questo fallimento va imputato ai limiti ideologici del nazionalismo arabo.

 

I limiti ideologici del nazionalismo arabo

 

Perché, pur godendo di grande popolarità, i regimi nazionalisti autoritari non sono riusciti a sviluppare l’economia e a modernizzare la cultura? La tesi della carenza di risorse finanziarie non vale per Paesi petroliferi come l’Iraq e l’Algeria. La risposta è che i nazionalisti – leader politici e intellettuali – non avevano capito in che cosa consistesse la modernità promessa ai loro popoli. L’analisi dei testi ideologici di Sāti‘ al-Husrī e Michel ‘Aflaq, e dei discorsi di Nasser, Assad, Saddam, Boumedienne... rivela un volontarismo che ha impedito di riflettere sui fattori che avevano reso potente l’Europa.

 

Questa potenza è stata ridotta al suo aspetto economico e militare; si pensava perciò che sarebbe bastato importare fabbriche e acquistare armi per recuperare il ritardo. Ciò di cui non si è tenuto conto è il tessuto della modernità attraverso il quale la società civile crea il mercato e lo Stato regolatore. La matrice della modernità occidentale è la società civile, che si organizza economicamente come mercato e politicamente come Stato di diritto. La storia dell’Europa mostra come siano le società a creare la ricchezza e quindi lo sviluppo economico. Lo Stato può accompagnare questo processo oppure soffocarlo. Senza rendersene conto, i leader arabi hanno impedito lo sviluppo economico con la loro ostilità nei confronti della società civile e del mercato. Quest’ultimo è stato rifiutato per impedire la nascita di poteri economici e sindacali che avrebbero limitato l’azione del potere esecutivo. Questa tendenza autoritaria cercava di subordinare tutti i poteri sociali, compreso quello religioso, al potere esecutivo, che traeva la sua legittimità dall’esercito. Il discorso socialista non era altro che una retorica e una strategia per giustificare ideologicamente questa politica ufficialmente anticapitalista. La vera posta in gioco era infatti il potere politico detenuto dai militari, che questi volevano proteggere da altre forme di controllo e da qualsiasi contro-potere. Per questo non poteva esserci né concorrenza elettorale, né autonomia del potere giudiziario. Il sistema funzionava come una formazione pre-capitalista, che ricordava la “società idraulica” del dispotismo orientale di cui aveva parlato Karl Marx. Sostenuto economicamente dal meccanismo della rendita proveniente dall’esportazione di idrocarburi o da altre forme di reddito esterno come le rimesse degli emigrati, il regime ignorava gli attori sociali, ai quali imponeva rapporti paternalistici e autoritari.

 

Un sistema della rendita pre-capitalista, operante in un contesto economico globalizzato, è inevitabilmente sottoposto a pressioni finanziarie insopportabili. Questo sistema, infatti, non ha l’autonomia che il Medioevo garantiva alle società locali. L’Egitto, l’Algeria, l’Iraq partecipano a un’economia globale regolata da un sistema internazionale dei prezzi che si ripercuote sui prezzi del mercato locale. Il prezzo di un quintale di grano o di una tonnellata di acciaio è lo stesso al Cairo e a New York, al di là della parità monetaria delle valute. Per rendersi autonomi dal sistema internazionale dei prezzi, i regimi arabi hanno dovuto sovvenzionare i prodotti di consumo quotidiano. Dopo due o tre decenni, questi sussidi sono diventati un fardello pesantissimo per il bilancio dello Stato e, nel tempo, hanno eroso il potere d’acquisto dei consumatori.

 

L’Occidente ha imposto al resto del mondo il modello di accumulazione economica caratterizzato da una struttura politico-economica in cui il potere statale è pubblico, mentre l’attività di mercato è privata. Unica eccezione a questa regola è la Cina, i cui leader non sono eletti. Tuttavia, la Cina ha incoraggiato lo sviluppo di un settore privato la cui produzione era originariamente destinata all’esportazione. La contraddizione che ha minato i regimi repubblicani arabi è che essi hanno privatizzato ciò che è pubblico per vocazione (il potere statale) e statalizzato ciò che è privato per natura (l’attività di mercato).

 

Per superare questa contraddizione, dagli anni ’70 i regimi arabi hanno iniziato a liberalizzare l’economia, abbandonando il monopolio statale sul commercio estero (la cosiddetta politica dell’infitāh). Tuttavia, questa liberalizzazione non ha creato una classe imprenditoriale legata alla produzione come in Cina, ma una borghesia d’affari che ha accumulato ricchezza monetaria sulla base della speculazione e dei servizi. Questa nuova politica economica ha scatenato una dinamica di corruzione diffusa, che ha finito per rendere i regimi sempre più impopolari e rafforzare l’opposizione islamista. Quest’ultima, a partire da una postura morale, ha denunciato la classe dirigente accusandola di aver incoraggiato la corruzione e ampliato il divario tra ricchi e poveri.

 

L’ascesa e il declino della protesta islamista

 

Esiste una vasta letteratura sull’islamismo, una parte della quale si è concentrata sulle sue manifestazioni al di fuori delle società musulmane. Senza sottovalutare l’impatto che esso ha come attore sulla scena internazionale, occorre però collocarlo nel suo contesto storico, che è quello delle società musulmane in via di secolarizzazione. L’islamismo è una forma di resistenza alla secolarizzazione o, quanto meno, un tentativo di negoziare il ruolo della religione nello spazio pubblico in costruzione. È un fenomeno che agisce nel lungo periodo, necessario a far sì che le mentalità e le psicologie sociali si adattino a un mondo disincantato, in cui le istituzioni religiose e i santi non hanno più il potere di incidere sul corso degli eventi. Le società musulmane non si stanno dirigendo verso un mondo senza un Dio, ma verso un mondo in cui Dio non è più la figura pubblica che dice ciò che si deve o non si deve fare nella vita quotidiana. Detto questo, l’islamismo è un’utopia e un’ideologia politica.

 

L’utopia consiste nel voler creare un mondo in cui i vincoli sociali e l’egoismo individuale non esistono. L’idea è che tutti vivrebbero felici se le abbondanti ricchezze fornite dalla natura grazie a Dio fossero distribuite meglio e se gli uomini diventassero buoni. L’utopia è alla ricerca della società ideale in cui tutti gli uomini sono uguali e perfetti. Nel passato, questo ideale era ricercato dai sufi, che decidevano di ritirarsi dal mondo. L’uomo perfetto non poteva vivere nella società, perché questa era troppo imperfetta. Si ritirava dunque nel ribāt, la fortezza-monastero, così che la società non ostacolasse il suo cammino verso Dio. Il sufismo ha perso il suo vigore per ragioni storiche e sociologiche, ma l’utopia che esso incarnava è stata fatta propria dall’islamismo che l’ha, paradossalmente, secolarizzata. L’islamismo non predica il ritiro dalla società, al contrario invita a impegnarvisi in prima persona per cambiarla, per farne il luogo della morale indicata dalla sharī‘a. L’obiettivo è trasformare la società in una comunità di fratelli e sorelle in cui l’egoismo individuale non trova posto. Quest’utopia ha guadagnato all’islamismo grandi folle che sognavano un mondo migliore, facendolo diventare un’ideologia popolare mobilitante.  

 

L’islamismo è anche una reazione politico-culturale alla dominazione occidentale. Il suo sviluppo come progetto ideologico risale alla Nahda alla quale si rifà Rashīd Ridā, considerato il discepolo legittimo di Muhammad ‘Abduh. Il suo allievo, Hasan al-Bannā, ha fondato l’organizzazione dei Fratelli musulmani nel 1928 in Egitto. La sua parola d’ordine era ripristinare il califfato che era stato abolito pochi anni prima da Mustafa Kemal in Turchia (1924). Hasan al-Bannā era più un attivista militante che un ideologo, e infatti non ha lasciato un corpus fondante per l’ideologia del movimento. A questo provvederanno il pakistano Abū al-A‘lā al-Mawdūdī (1906-1979) e l’egiziano Sayyid Qutb (1906-1966).

 

Questi due autori hanno commentato il Corano e ne hanno fatto un’arma ideologica contro i non-musulmani, in particolare contro quelli che chiamavano giudeo-cristiani, ma anche quelli che Qutb definiva «musulmani sociologici», intendendo quei musulmani che non mostrano una vera devozione. Per questi due autori, la dominazione coloniale e neocoloniale è un prolungamento delle crociate del Medioevo che miravano a distruggere l’Islam. Il motivo della conflittualità tra le due rive del Mediterraneo sarebbe dunque principalmente religioso. Negli anni ’70 e ’80 i loro libri erano letti dai giovani che avevano beneficiato dell’istruzione di massa post-indipendenza. I loro scritti erano facili da leggere perché non contenevano l’erudizione dei teologi. Tuttavia, né Mawdūdī né Qutb avevano una formazione in scienze religiose islamiche, essendo l’uno giornalista, l’altro professore di letteratura.

 

L’islamismo si è sviluppato nei campus universitari a causa del deserto intellettuale creatosi dopo le indipendenze. In Egitto, in Siria, in Algeria i militari avevano vietato i dibattiti intellettuali che avrebbero potuto limitare l’influenza degli islamisti. Prima che il colonnello Nasser arrivasse al potere, in Egitto c’era un’attività culturale e artistica di alto livello, concentrata soprattutto al Cairo e ad Alessandria. Il Cairo era la capitale del mondo arabo a livello accademico, letterario, musicale, teatrale e cinematografico. L’esercito egiziano però non sopportava la libertà d’espressione che regnava in quegli ambienti e, con il pretesto di combattere le disuguaglianze sociali, ha livellato la società verso il basso. Così facendo i militari hanno creato una situazione in cui un individuo che memorizza alcuni versetti del Corano diventa un’autorità intellettuale nel suo quartiere.

 

L’islamismo è un prodotto contraddittorio della modernità: è moderno nella misura in cui fa accedere le masse popolari al campo politico, ma contraddice questa modernità rifiutando la nozione di sovranità umana e sostenendo che la legge è divina. Rifiutandosi di riconoscere che la fonte della legge e del potere è la società, l’islamismo si è condannato a essere un’ideologia intellettualmente povera. È questa povertà ad aver impedito agli islamisti di prendere il potere (ad eccezione dell’Iran) nonostante godessero di molta popolarità. Non sono stati capaci di elaborare delle categorie per leggere la realtà storica e influenzarla. I loro discorsi sono composti da frammenti di realtà mescolati a miti religiosi. Ma l’islamismo è sinonimo anche di generazioni diverse che hanno vissuto esperienze diverse. Dalla metà degli anni ’90 è in corso uno sforzo di elaborare un pensiero islamista capace di superare la povertà intellettuale degli anni ’60. Alcune correnti come Al-Wasat in Egitto, il partito Ennahda in Tunisia o il movimento Rashād in Algeria, vogliono rendere l’Islam compatibile con la libertà di coscienza e con l’uguaglianza tra uomo e donna. Per fare questo decostruiscono ciò che hanno scritto i loro predecessori; una tendenza che gli studiosi hanno definito «post-islamismo». Più in generale, è in corso una contestazione che vede protagonisti, tra gli altri, anche i teologi, insoddisfatti del discorso della teologia ufficiale. Le critiche mosse ad al-Ghazālī, Ibn Taymiyya e Muhammad ‘Abd al-Wahhāb, impensabili fino a qualche tempo fa, oggi vengono espresse liberamente nelle università e nei quotidiani di grande tiratura. Il mondo musulmano è alla vigilia di un dibattito ideologico che potrebbe mettere in discussione la lettura ufficiale ereditata dal Medioevo.

 

*Questo testo è una sintesi del libro Radical Arab Nationalism and Political Islam, Georgetown University Press, Washington 2017.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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[1] Questo articolo prende in considerazione soltanto le repubbliche governate da regimi nazionalisti emersi con la lotta anticoloniale. Le monarchie, benché presentino un carattere nazionale, non sono nate dalla lotta anticoloniale. Anzi, sono state favorite dalle potenze europee, che hanno giocato sulle rivalità tribali nella regione per istituire dei regimi alleati sotto protettorato.