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Medio Oriente e Africa

Nei conflitti il successo di al-Jazeera

Ultimo aggiornamento: 10/01/2018 12:46:43

Per un’emittente come al-Jazeera, che ha sempre aspirato a giocare un ruolo di prim’ordine nel panorama dell’informazione mondiale, farsi notare non è stato per nulla facile. Sarà perché l’1 novembre 1996, data del suo debutto, le trasmissioni erano limitate a sei ore giornaliere. O forse perché nei primi mesi, al-Jazeera ha avuto a disposizione un debole trasponder Ku-band per la trasmissione del suo segnale. Bisogna perciò attendere due anni prima che l’emittente riesca ad imporsi sulla scena internazionale grazie al suo primo grande scoop. Nel dicembre 1998, durante l’operazione anglo-americana contro l’Iraq di Saddam Hussein denominata “Desert Fox”, al-Jazeera è la sola emittente ad avere propri inviati a Baghdad, costringendo colossi dell’informazione occidentale come CNN o BBC a comprare da lei le immagini degli attacchi. Non si è trattato semplicemente di una fortunata coincidenza. In quella circostanza, al-Jazeera ha raccolto i frutti della decisione di aprire uffici di corrispondenza in un gran numero di paesi, influenzata in questo dall’esempio della CNN, consacratasi nel 1991 proprio grazie alla copertura esclusiva della Guerra del Golfo, con inviati come Peter Arnett o Christiane Amanpour. Gerusalemme, Gaza, Ramallah e Baghdad sono stati i primi bureau inaugurati da al-Jazeera, seguiti poi da uffici in Iran, Pakistan e Afghanistan. Ancora una volta le scelte intraprese non sono casuali. Esse al contrario rivelano l’importanza del conflitto israelo-palestinese per l’emittente, così come il suo palese interesse per i paesi musulmani non arabi, compreso l’Iran sciita. Dopo l’Iraq, la seconda svolta passa per l’Afghanistan, sotto il controllo dei talebani dal 1996. Desiderosi di farsi riconoscere sul piano internazionale, questi invitano i principali canali satellitari ad aprire uffici di corrispondenza nel paese. Tutti i grandi nomi dell’informazione declinano l’offerta, al-Jazeera apre postazioni a Kabul e Kandahar. Nel dicembre 1998 il canale realizza un intervista con Osama Bin Laden, la prima rilasciata dallo sceicco saudita ad un’emittente araba e nel marzo 2001 documenta la distruzione dei giganteschi Buddah di Bamyan. Ma la scelta di investire in Afghanistan si rivela ancora più lungimirante quando il paese, dopo l’11 settembre 2001, diviene centrale nella lotta al terrorismo internazionale. Forte della sua precedente presenza in territorio afghano e del legame costruito con il regime di Kabul e con al-Qaeda, per buona parte del conflitto i giornalisti di al-Jazeera saranno i soli a potersi muovere liberamente nei territori controllati dai talebani. L’emittente ottiene poi l’esclusiva della trasmissione di tutti i messaggi di Bin Laden. L’invasione americana dell’Iraq nel 2003 è un altro punto di non ritorno per il canale. Essa segna la consacrazione dell’emittente nel mondo arabo e la sua contemporanea messa al bando in Occidente. L’attenzione dedicata alle sofferenze della popolazione e l’enfasi sulle morti civili provocate dalle bombe, uniti alla diffusione dei messaggi terroristici e dei video delle esecuzioni degli ostaggi catturati, fanno sì che al-Jazeera venga considerata in Occidente come la portavoce dei terroristi. Le dure critiche, soprattutto da parte americana, hanno però l’effetto di accreditare ulteriormente l’emittente agli occhi delle popolazioni arabe. Il principio è semplice: se l’America l’attacca così duramente, vuol dire che dice davvero la verità. Più recentemente, l’emittente di Doha si è distinta per la sua copertura estesa e direttamente sul campo, delle rivolte scoppiate lo scorso anno in Medio Oriente. In Libia, ad esempio, al-Jazeera ha documentato la fine del regime di Gheddafi grazie a numerosi inviati dispiegati nel paese, alcuni addirittura in prima linea, “embedded” al seguito delle milizie ribelli. Attraverso immagini e video presi dai principali social media, l’emittente ha raccontato l’avanzata degli insorti e la loro resistenza, unitamente alla dura repressione del regime. Sia attraverso programmi di approfondimento sui propri canali, che attraverso live blogs aggiornati minuto per minuto sui suoi siti web. In questo modo, ha dato voce alle domande del popolo libico e ha contribuito a mantenerne vivo lo slancio rivoluzionario, allo stesso tempo impedendo che la comunità internazionale evitasse di prendere posizione di fronte alla risposta del regime. Un tassello chiave, perché senza l’intervento dei bombardamenti Nato, probabilmente Gheddafi sarebbe ancora al suo posto. Al-Jazeera non si è limitata perciò a raccontare quello che succedeva in Libia, ma è diventata a tutti gli effetti uno degli attori in gioco. Indubbiamente un ulteriore passo avanti, che però non ha mancato di sollevare dubbi circa l’obiettività e l’indipendenza del canale. Come questo influenzerà l’emittente e quali saranno gli sviluppi è forse ancora troppo presto per dirlo. Di certo, ieri come oggi, i conflitti fanno la storia di al-Jazeera.  

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