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Normalizzare o non normalizzare, questo è il dilemma

[Wead - Shutterstock]

Rassegna stampa ragionata sul Medio Oriente e sul mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 09/10/2020 14:30:21

Il Sudan normalizzerà i rapporti con Israele o no? Khartum tentenna. La situazione Paese è infatti completamente diversa rispetto Emirati Arabi Uniti e Bahrein, che hanno già firmato gli accordi con Tel Aviv. Responsible Statecraft evidenzia tre diversità: in primis, a differenza degli accordi di Abramo, quello tra Sudan e Israele sarebbe un vero accordo di pace, visto che i due Paesi si sono fatti la guerra anche in anni recenti. Un’altra differenza riguarda la società civile, che in Sudan, rispetto agli EAU, è attiva, partecipe; è la stessa che ha portato alla caduta del regime di Omar al-Bashir nell’aprile 2019 e che ora è fortemente contraria alla normalizzazione dei rapporti con Israele. Infine, il Sudan è ancora troppo fragile politicamente, perché Khartoum è stretta tra due forze: da una parte il deep state militare, dall’altra una componente civile molto forte. Gli analisti temono quindi che un accordo di pace con Israele andrebbe a minare i risultati raggiunti finora dal Sudan e romperebbe i fragili equilibri di politica interna. Una posizione, quella contraria agli accordi di normalizzazione, condivisa dall’autorità islamica del Paese.

 

Anche a livello interno, infatti, la pacificazione sta venendo raggiunta, ma molto lentamente. Dall’indipendenza nel 1956 si è susseguita una serie di conflitti civili; tra i più recenti, quello in Darfur nel 2003 e la separazione del Sud Sudan nel 2011, che ha privato il nord di tre quarti delle riserve di petrolio. Dopo l’annuncio lo scorso 31 agosto di un accordo tra il governo di transizione (quello al potere dalla cacciata di al-Bashir) e gruppi ribelli, la settimana scorsa, a Juba, capitale del Sud Sudan, le parti hanno firmato l’accordo vero e proprioAl Jazeera fa però notare che due gruppi si sono rifiutati di prendere parte alla cerimonia.

 

Che questo possa finalmente essere un punto di svolta per il Paese? Se lo chiede Chatham House, secondo cui la parte più difficile per il Paese sarà proprio rendere operativo l’accordo di pace, soprattutto vista la mancanza di risorse per la crisi economica, la pandemia di Covid-19 e le recenti inondazioni: «Trasformare l’accoro di pace in realtà sul campo sarà molto difficile, data la fragilità del governo di transizione civile-militare, la sfiducia e la competizione tra i movimenti firmatari e alcuni partiti politici, nonché l’aumento dell’insicurezza in molte parti del paese causata dalle milizie armate, dalla violenza inter-tribale, dalla proliferazione delle armi e dal sabotaggio da parte di elementi del precedente regime».

 

Gli Emirati finora hanno sponsorizzato l’ala militare del governo, ma restano dei nodi che coinvolgono soprattutto Washington. Il Sudan infatti continua a chiedere di essere depennato dalla lista degli Stati che sponsorizzano il terrorismo, ma non è chiaro se la richiesta verrà accettata dall’amministrazione Trump prima del 3 novembre. Scrive Al Monitor che per la parte civile del governo sudanese non conta tanto stabilire un legame con Israele, quando risanare il legame con gli Stati Uniti per ricevere gli aiuti economici, perché «Solo gli Stati Uniti - con l’aiuto dei Paesi del Golfo – potrebbero sottrarre il Sudan alla crisi economica in corso».

 

Altri Paesi del mondo arabo potrebbero seguire la via tracciata dagli Emirati e dal Bahrein? The New Arab fa il punto della situazione per quanto riguarda i Paesi del Nord Africa, arrivando però alla conclusione che Marocco, Tunisia e Algeria non sigleranno presto nessun accordo con Israele, mentre il New York Times segnala un cambio di rotta anche in Arabia Saudita, dove per decenni la questione palestinese è sempre stata considerata sacrosanta. Il principe Bandar Bin Sultan, parte dell'establishment saudita, ha affermato che «la causa palestinese è una causa giusta, ma i suoi sostenitori hanno sempre fallito, e la causa israeliana è ingiusta, ma i suoi sostenitori hanno dimostrato di avere successo». Ma un cambiamento pare essersi verificato anche per l’Unione europea, rivela Axios: l’UE non invierà ulteriori aiuti economici alla Palestina finché l’Autorità palestinese non accetterà che Israele riprenda a riscuotere delle imposte nei Territori palestinesi. Il timore di Mahmoud Abbas è che l’annessione della Cisgiordania sbandierata da Netanyahu sia ancora una possibilità, sebbene i leader europei l’abbiano negato.

 

Washington minaccia di chiudere l’ambasciata a Baghdad

 

Troppi gli attacchi all’ambasciata americana a Baghdad. Per questo il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha minacciato di chiuderla se il governo iracheno non provvederà a mettere sotto controllo le milizie sciite responsabili degli attentati nella Green Zone. Middle East Eye spiega che gli Stati Uniti hanno inoltre stilato una lista di 80 siti in territorio iracheno legati alle milizie sponsorizzate dall’Iran che verranno colpiti se venisse confermata la decisione di chiudere l’ambasciata. Secondo una fonte sciita di MEE, «permettere che questo [cioè la reazione americana] accada significa una guerra aperta a Baghdad, e l'uscita dell’America da Baghdad vuol dire che questa guerra è imminente». Anche all’interno del governo iracheno sono sorti timori sulle conseguenze che potrebbe portare un repentino ritiro americano di questo tipo: un collasso politico ed economico e una riemersione delle divisioni settarie.

 

Inoltre, secondo l’ex ambasciatore americano in Iraq Ryan Crocker, chiudere l’ambasciata americana sarebbe un pessimo segnale anche per gli alleati americani nella regione, motivo per cui gli USA dovrebbero esercitare una certa «pazienza strategica» con il governo iracheno. Tuttavia è anche vero che le milizie sciite in Iraq stanno diventando sempre più pericolose, e soprattutto Kata’ib Hezbollah - sospettata di essere responsabile della maggior parte degli attacchi nei confronti degli USA - minaccia di erodere il potere del governo di Baghdad, spiega War on the Rocks.

 

Foreign Policy mette invece in evidenza come le minacce agli Stati Uniti non siano solo di tipo militare: la propaganda online e “l’occupazione” dello spazio in rete da parte dei nemici di Washington è una questione cruciale per la presenza americana in Medio Oriente: «Gli Stati Uniti devono affrontare da parte dei gruppi filo-iraniani, del regime siriano e di Mosca una sofisticata guerra di informazione, progettata per erodere la fiducia nella missione contro lo Stato islamico in Iraq e in Siria. [...] Gruppi filo-iraniani come Harakat Hezbollah al-Nujaba lanciano regolarmente messaggi in cui, per giustificare ulteriori attacchi, accusano gli Stati Uniti di gestire la loro ambasciata come base militare. I media iraniani pubblicano ogni giorno dichiarazioni che accusano gli Stati Uniti di atti illeciti, come il saccheggio del petrolio siriano».

 

Gli ultimi sviluppi sul conflitto in Nagorno-Karabakh

 

In Nagorno-Karabakh continuano gli scontri e i bombardamenti anche contro i civili, racconta Daniele Bellocchio dalla città di Step’anakert, all’interno dell’area contesa tra Armenia ed Azerbaijan. Riguardo a questo conflitto sono emerse alcune importanti questioni, oltre all’espansionismo turco di cui avevamo parlato già la settimana scorsa. Da una parte la Russia ancora attende a intervenire direttamente nel conflitto, dall’altra è confermato l’impiego di foreign fighters da entrambe le fazioni in conflitto, scrive ISPI, spiegandone le differenze: nel Caucaso sono arrivati i membri della diaspora armena come volontari, mentre mercenari siriani, sono al soldo della Turchia (guadagnando tra i 1.500 e i 2.000 dollari al mese). I siriani non sono ideologicamente coinvolti nel conflitto ma, scrive Al Monitor che ha intervistato diversi combattenti, il loro coinvolgimento è legato all’intervento turco contro il regime di Damasco e alla possibilità di ricevere un reddito.

 

Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha detto che la Russia non è tenuta a intervenire in questo specifico conflitto, e infatti, come scrive Limes, ad avere interessi nell’alimentare il conflitto è l’altra fazione, quella dell’Azerbaijan e della Turchia: «In effetti, solo l’Azerbaigian ha interesse a riprendere il conflitto per recuperare i territori perduti. Negli ultimi due decenni si è molto sviluppato economicamente grazie alle sue ricchezze energetiche, in gran parte investite in armamenti. Questo rafforzamento ha come conseguenza diretta una rivendicazione sempre più assertiva e revanscista della piena sovranità sull’Alto Karabakh e sugli altri territori occupati dagli armeni».

 

Secondo Time, la Russia o l’Iran potrebbero mediare in questa guerra. Al contrario, secondo Olesya Vartanyan, dell’International Crisis Group, «né la Russia, né i francesi, né gli americani hanno alcun tipo di realistico piano di pace che possa fornire un’alternativa a Baku in modo che torni a dialogare per raggiungere il suo obiettivo di immediato controllo sulla zona di conflitto». L’Iran, storicamente legato a entrambi i Paesi, ha condannato i bombardamenti e il nuovo livello di violenza che ha raggiunto il conflitto. In più, fa notare Axios, l’Iran ha avvertito che uno spillover dei bombardamenti nel proprio territorio non sarebbe tollerato. Teheran soppesa le proprie mosse nella regione caucasica in virtù anche della sempre presente necessità di contrastare Israele. In questo senso un sostegno all’Armenia sarebbe funzionale, dato invece che l’Azerbaijan è sostenuto anche da Gerusalemme.

 

Ciò che appare chiaro, è che l’Occidente in questa questione è irrilevante, perché, commenta Al Jazeera, il conflitto è già fortemente regionalizzato e saranno con ogni probabilità la Turchia e la Russia a risolvere congiuntamente la questione, senza che sia necessario interpellare organizzazioni internazionali di sorta o la superpotenza americana.

 

In un paragrafo

 

Il rilascio di prigionieri in Mali

 

Come procede la transizione in Mali a un mese dal golpe che ha messo fine alla presidenza di Ibrahim Boubacar Keita? Inside Over offre una panoramica generale sul nuovo presidente, Bah N’Daw, un militare in pensione, e sulla situazione attuale. Di fondamentale importanza è stato il recente rilascio di 180 prigionieri a cui ha fatto seguito la liberazione di alcuni ostaggi, tra cui Soumaila Cissé, a capo dell’opposizione durante le ultime elezioni presidenziali, padre Gigi Macalli, l’altro italiano Nicola Chiacchio e la cooperante francese Sophie Pétronin. Il movimento del 5 giugno (M5) sembra aver già perso peso politico, mentre la minaccia jihadista nel Paese continua a farsi sentire in certe aree del Paese. Anche se vengono siglate delle “paci territoriali” con gli estremisti, il Mali rimane a rischio.

 

In una frase

 

La diplomazia “del ping pong” cinese potrebbe essere entrata in una nuova fase ed essere legata alla Siria (The Diplomat).

 

L’Oman è il primo Paese del Golfo a rimandare un ambasciatore in Siria (Al Jazeera).

 

Le autorità curde permetteranno alle mogli e ai figli di combattenti dello Stato islamico di lasciare il campo di Al-Hol, perché la situazione è diventata insostenibile (Voa News).

 

Madinah Javed è una giovane ragazza scozzese che si batte per incoraggiare la recitazione del Corano anche da parte delle donne (intervista su YouTube).

 

Le «società parallele» di cui ha parlato Macron la settimana scorsa non ci sono solo in Francia (Linkiesta).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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