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Focus attualità

L’identità cristiana in Europa

La basilica di San Pietro a Roma [maxsanna / Pixabay]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 31/05/2019 14:42:24

Il Pew Research Center ha pubblicato questa settimana i risultati di una ricerca che ha indagato gli orientamenti della popolazione cristiana (praticante e non) in Europa, confrontandoli poi con quelli di chi non si riconosce in alcun credo. L’indagine, condotta fra aprile e agosto 2017 e basata su oltre 24.000 telefonate, sonda gli atteggiamenti degli europei – considerando età, genere, livello di educazione, orientamento politico e, appunto, fede – su numerose tematiche.

 

Emerge che l’identità cristiana ha ancora un profondo significato e incide sulle posizioni in ambito politico e socioculturale. La fede cristiana diventa un aspetto centrale dell’identità personale soprattutto quando ci si confronta con persone di credo differente. Di particolare interesse sono quindi le sezioni che indagano gli orientamenti rispetto al pluralismo religioso e all’immigrazione.

 

Va innanzitutto notato che la maggioranza degli europei, cristiani e non, non considera le altre religioni e i migranti una minaccia per i propri valori. D’altra parte, chi si dichiara cristiano tende a considerare l’Islam e i migranti meno positivamente di chi si dichiara non credente. Persiste anche una certa diffidenza nel confronto degli ebrei, con livelli però molto inferiori rispetto ai musulmani.

 

L’appartenenza religiosa non è però l’unico fattore a spiegare la disposizione nei confronti delle altre fedi: livello educativo elevato e conoscenza diretta di qualcuno di un diverso credo moderano la correlazione fra fede dichiarata e atteggiamento.

 

Certi atteggiamenti ostili, trasversali alla popolazione europea, hanno portato alcune organizzazioni religiose a parlare di discriminazione. Nell’ultima settimana è emblematico il caso inglese, raccontato dalla BBC. La Commissione per l’Uguaglianza e i Diritti Umani (EHRC) ha aperto due fascicoli a carico del partito laburista e di quello conservatore. Nel primo caso, l’indagine con l’accusa di anti-semitismo è già stata avviata. Nel secondo caso, invece, è stato il Muslim Council of Britain a chiedere l’apertura delle indagini in seguito a dichiarazioni giudicate islamofobe da membri del partito conservatore.

 

 

Apertura verso il Qatar e riforma religiosa per l’Arabia Saudita

 

Per la prima volta dal 2017, anno di inizio del blocco promosso da Arabia Saudita, Emirati, Egitto e Bahrein ai danni del Qatar, un aereo qatariota è atterrato a Riyadh. A bordo si trovavano alcuni diplomatici e il Primo Ministro, in vista del meeting che si è tenuto giovedì 30 maggio nella capitale saudita. Oggetto di discussione è stato l’attacco a quattro petroliere – di cui due saudite e una emiratina – di due settimane fa al largo dell’Emirato di Fujairah. Mentre gli Emirati non hanno ancora accusato nessuno e l’Arabia Saudita ha solo puntato il dito contro Teheran, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton – anch’egli invitato a Riyadh – si è detto certo del coinvolgimento iraniano.

 

La vera notizia è però l’invito – ricostruito dal Guardianrivolto da Re Salman all’Emiro al-Thani a partecipare al summit del Gulf Cooperation Council sul tema della sicurezza. Il messaggio è stato inizialmente diretto dal Segretario Generale del GCC Abdullatif Bin Rashid al-Zayani al Ministro degli esteri di Doha Mohammed Abdulrahman al-Thani, come poi reso noto dal sito ufficiale del Ministero.

 

Nonostante sia difficile immaginare un riavvicinamento fra Doha e Riyadh, come analizzano Khalid al-Jaber e Giorgio Cafiero su Lobelog, questo è un primo segnale di apertura, che fa anche capire quanto il Regno saudita sia preoccupato di ciò che sta accadendo nel Golfo. Se però l’intenzione dell’Arabia Saudita è quella di allontanare il Qatar dall’Iran, i primi risultati non sono molto incoraggianti, come dimostra l’incontro fra Abdulrahman al-Thani e il vice-Ministro degli esteri iraniano.

 

L’isolamento del Qatar – vicino ai Fratelli musulmani invisi al Regno e accusato di legami con l’Iran – il progetto Vision2030, una politica estera aggressiva e la riforma del discorso religioso sono i principali assi su cui si regge l’iniziativa politica del Principe ereditario Muhammad Bin Salman.

 

Ed è proprio sulla riforma religiosa di MBS che si concentra Stéphane Lacroix nel suo ultimo articolo intitolato Saudi Arabia and the Limits of Religious Reform. Secondo Lacroix, il Principe, cercando di accentrare il potere nelle proprie mani, ha intravisto nel clero saudita una possibile minaccia. Ha così deciso di limitare i poteri della polizia religiosa, diminuire le risorse economiche dedicate a certi istituti religiosi, reprimere alcune voci dissidenti e promuovere alcune figure a lui vicine, come Muhammad al-‘Issa.

 

La riforma, che mira a un non meglio specificato Islam moderato pre-1979, viene paragonata da Lacroix a «una trovata pubblicitaria» per cambiare l’immagine negativa che l’Occidente ha dell’Arabia Saudita. Per esempio, durante l’incontro della Lega Musulmana Mondiale di lunedì, è degno di nota il discorso pronunciato dal Principe Khalid al-Faisal su mandato di Re Salman. «L’Arabia Saudita», dice il sovrano, «ha combattuto l’estremismo, la violenza e il terrorismo». La retorica di un Islam moderato, orientato alla pace, alla tolleranza e alla modernizzazione, è però spesso contraddetto dalle pratiche repressive messe in atto nel Regno. Come infatti nota Madawi al-Rasheed, la propaganda saudita verso l’Occidente è accompagnata da un controllo capillare della sfera religiosa in patria. L’utilizzo del discorso religioso in chiave politica – come ad esempio l’autoproclamazione a custodi dei luoghi sacri – serve a legittimare la dinastia regnante, annullando ogni possibile forma di contestazione.

 

In quest’ottica vanno anche lette le concessioni fatte alle donne, tradizionalmente marginalizzate nello spazio pubblico saudita. E a tal proposito, l’ex Grande Imam della Moschea della Mecca, Adel al-Kalbani, ha dichiarato in un’intervista a una televisione statale che la separazione fra maschi e femmine nella moschea «ha assunto i tratti di una fobia».

 

 

I talebani a Mosca per parlare di pace

 

Oltre 40 morti: è questo il bilancio dell’ultima settimana in Afghanistan, in seguito a tre attacchi da parte dei talebani nelle province di Khost, Ghor e Samangan. Come ricostruisce il New York Times, l’impennarsi delle violenze si verifica alla vigilia dell’incontro a Mosca per celebrare i 100 anni di relazioni diplomatiche fra Russia e Afghanistan.

 

Il meeting è anche l’occasione per intavolare un colloquio di pace informale, in seguito ai «progressi» annunciati – ma mai tramutatisi in realtà – dopo gli incontri di Doha. Oltre al Ministro degli esteri russo Sergey Lavrov che invoca un «ritiro totale», sono importanti le prese di posizione assunte a Mosca da Abdul Ghani Baradar, volto nuovo dei talebani. Come riporta il Washington Post, il Mullah ha espresso la volontà del gruppo di raggiungere la pace, a patto che vengano rimossi tutti gli ostacoli, rappresentati nello specifico dalla presenza di 14.000 soldati americani e dalla presidenza Ghani, ritenuta manovrata dagli Stati Uniti.

 

Christian Science Monitor ha raccolto le dichiarazioni di Masood Karokhail, direttore del Liaison Office, un’organizzazione con sede a Kabul per la ricostruzione del Paese. Secondo Karokhail, negli ultimi mesi è comparsa una nuova narrativa circa la situazione dell’Afghanistan: da «stallo» a «apertura verso i colloqui di pace». Eppure i recenti attacchi sembrano indicare un futuro ben diverso da quello auspicato da tutte le parti coinvolte. Se da un lato i talebani si definiscono infatti un «governo in attesa» e si sono espressi a favore di una politica più inclusiva che tenga conto anche delle questioni di genere, dall’altra l’esercizio della forza da parte del gruppo rischia solo di far aumentare la tensione. Una de-escalation, dice la direttrice di un think tank afghano, è molto lontana dalla realtà.

 

 

Nuovi attacchi ai cristiani in Burkina Faso

 

Dopo l’attacco di fine aprile contro una chiesa protestante e gli assalti contro i fedeli cattolici del 12 e 13 maggio, si registrano nuove violenze ai danni della comunità cristiana in Burkina Faso, che rappresenta un quarto della popolazione totale. Domenica 26 maggio un commando di uomini armati ha fatto irruzione nella chiesa di Toulfe, nel nord del Paese, aprendo il fuoco e uccidendo quattro fedeli, riunitisi per celebrare l’Eucarestia.

 

Benché non ancora rivendicate, le violenze sarebbero riconducibili a gruppi jihadisti che, soprattutto dal 2015 e in particolare nel nord, hanno preso di mira sia le comunità cristiane sia alcune autorità religiose musulmane giudicate troppo moderate.

 

Le origini di questa ondata di brutalità sono rintracciabili nella deposizione del Presidente Blaise Compaore e nella dissoluzione della Guardia Pretoriana nel 2014. Come nota Marc Fontrier per Aleteia, il venir meno di un potere statale, insieme alla proliferazione di gruppi islamisti nell’Africa occidentale, ha profondamente minato la convivenza pacifica fra cristiani e musulmani, tratto che ha per anni caratterizzato il Burkina Faso.

 

 

IN BREVE

 

Iran: secondo il New York Times, si registrano frizioni fra Donald Trump e John Bolton: Venezuela, Corea del Nord e Iran sarebbero i principali elementi di divergenza fra il Presidente e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale.

 

Siria: Eugenio Dacrema, Francesco Marone e Marco Olimpio offrono una panoramica di quanto successo negli ultimi mesi in Siria: la questione sospesa di Tel Rifaat e del nord-est, il problema energetico e l’evoluzione dell’ISIS.

 

Somalia: nonostante 12 anni di sforzi delle Nazioni Unite, il numero di militanti islamisti nel Paese è in crescita, anche grazie a un’efficace rete di spie. Ne ha parlato Mary Harper per la BBC.

 

Al-Qaeda: in un report di Chatham House si sottolinea il cambio di toni da parte di al-Qaeda in merito alle proteste algerine e sudanesi. Il gruppo ha infatti adottato una retorica più conciliante.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

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