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Focus attualità

Un nuovo capitolo per l’Algeria

Proteste contro il quinto mandato di Bouteflika [© Omar-Malo - Flickr]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 05/04/2019 14:26:27

Le dimissioni di Bouteflika

 

Il Presidente dell’Algeria Abdelaziz Bouteflika, al potere dal 1999, si è dimesso nella serata di martedì. Il video delle dimissioni mostra un uomo affaticato che, indossando il tipico abito maghrebino, fatica quasi a firmare i documenti. La rinuncia è arrivata dopo la promessa di dimissioni entro il 28 aprile fatta dallo stesso Bouteflika nella giornata di lunedì e a poche ore di distanza dalla richiesta del Capo di Stato Maggiore, il Generale Ahmed Gaid Salah, di fare un passo indietro. Come riporta Rolla Scolari sul Foglio, Salah, ex fedelissimo del Presidente, ha usato parole molto dure nei confronti di Bouteflika, sottolineando «la testardaggine, la tergiversazione e l’atteggiamento subdolo di certi individui che cercando di far perdurare la crisi e di renderla più complessa».

 

Bouteflika, arbiter della politica algerina per oltre un ventennio, conclude così il suo quarto mandato dopo sei settimane di proteste. Come scrive la BBC riportando le voci di numerosi manifestanti, le dimissioni non hanno tuttavia placato gli animi. La società scesa in piazza non chiede solo un nuovo presidente, ma rivendica un nuovo sistema politico che sia libero da le pouvoir, ovvero dall’establishment al potere da anni. Una richiesta che però dovrà fare i conti con la volontà dei militari, come sottolinea il New York Times.

 

A oggi il potere è passato nelle mani di Abelkader Bensalah, uomo di fiducia di Bouteflika, che però ha poteri limitati in quanto Presidente ad interim. Le Monde, che dedica un articolo alla figura di Bensalah, riporta anche i vincoli a cui deve sottostare: non può indire un referendum, non può avviare una revisione della Costituzione, non può legiferare e non può dichiarare uno stato di assedio, di emergenza, di guerra o firmare i trattati di pace. Inoltre, qualora si candidasse alle prossime elezioni presidenziali, dovrebbe prima dimettersi dall’incarico ricoperto. Bensalah, presidente del Consiglio della Nazione (la camera alta del Parlamento algerino) resterà in carica per un periodo di 90 giorni, in cui dovrà traghettare il Paese verso nuove elezioni. Tre mesi che saranno decisivi per il futuro dell’Algeria, sul quale impatterà notevolmente il modo con cui Bensalah gestirà i rapporti fra la società civile, l’esercito e l’esecutivo guidato da Noureddine Bedoui.

 

 

Le elezioni in Turchia

 

Mentre l’Algeria vive una fase di transizione, in Turchia si assiste a un parziale riassestamento della scena politica. Domenica 31 marzo si sono infatti tenute le elezioni amministrative. Oltre a 1.251 consiglieri provinciali e 20.500 consiglieri comunali, i cittadini turchi erano chiamati a scegliere i sindaci di 1.351 municipalità. Ma è negli 81 capoluoghi di provincia (di cui 30 considerati “città metropolitane”) che si è giocata la sfida più importante.

 

I principali contendenti erano tre: l’Alleanza della Nazione (Millet Ittifaki), guidata dal CHP di Kilicdaroglu e sostenuta dal partito IYI di Aksener; l’Alleanza del Popolo (Cumhur Ittifaki), guidata dall’AKP di Erdogan e appoggiata dall’MHP di Bahceli; il Partito Democratico dei Popoli (HDP), guidato da Demirtas e di orientamento curdo.

 

I risultati hanno visto la vittoria dall’elevato valore simbolico dell’Alleanza della Nazione, che è riuscita a imporre i suoi candidati ad Ankara, Adana, Antalya, Kirsehir e Mersir, feudi dell’Alleanza del Popolo. A questi successi e alla riconferma nelle province di Izmir, Edirne e Eskisehir, si aggiunge però l’importante vittoria, ottenuta per poche migliaia di voti, di Ekrem Imamoglu (CHP) a Istanbul, la città guidata da Erdogan dal 1994 al 1998, in cui però è ancora in corso il riconteggio dei voti. Imamoglu, la cui esperienza politica è ricostruita dal Financial Times, è stato in grado di ridare vigore all’opposizione e di decostruire gli stereotipi che ritraevano il CHP come un gruppo secolarizzato. Il suo successo è anche dovuto alla precoce esperienza politica negli ambienti universitari, alla precedente esperienza come sindaco del distretto di Beylikduzu, alla capacità di ottenere visibilità sui social network e al ricorso a toni pacati in netto contrasto con quelli di Erdogan.

 

Se in termini assoluti il divario tra governo e opposizione rimane molto ampio (l’Alleanza del Popolo ha raccolto circa il 52% dei voti totali), va comunque registrato il ridimensionamento del partito di Erdogan, imputabile a cinque cause, secondo Amberin Zamal su Al Monitor. In primo luogo, la retorica aggressiva del Presidente non ha dato i risultati sperati, non riuscendo a nascondere la crisi economica che sta colpendo la Turchia, come riporta il Center for Strategic and International Studies. La narrativa che dipingeva gli oppositori come “traditori” e che mirava a capitalizzare gli attacchi di Christchurch in Nuova Zelanda ha infatti allontanato la parte più moderata dei sostenitori dell’AKP. In secondo luogo, la decisione del CHP di non includere nell’Alleanza il partito filo-islamico Saadet ha evitato che la base elettorale del piccolo partito si rivolgesse a Erdogan. Un ulteriore fattore è stato l’alleanza silenziosa fra il CHP e l’HDP nelle province occidentali: i voti curdi (circa l’11% dell’intero bacino elettorale di Istanbul) sono così confluiti verso i candidati del CHP, danneggiando direttamente la Cumhur Ittifaki. Un quarto elemento è la crescente e sempre più criticata influenza esercitata nell’esecutivo da parte di Berat Albayrak, genero di Erdogan e Ministro dell’Economia. Infine, il fattore più importante è stato quello economico: la recessione, la svalutazione della lira turca, l’inflazione al 20% e il tasso di disoccupazione al 25% hanno contribuito alla diminuzione del consenso per Erdogan. A questi elementi va anche aggiunto, come fa Steven Cook sul blog del Council on Foreign Relations, che Erdogan ha probabilmente sottovalutato il CHP, a causa della limitata presa che il suo leader, Kemal Kilicdaroglu, ha sulla popolazione. Nonostante questo, i singoli candidati, come Imamoglu a Istanbul, hanno maggiore appeal e sono usciti vincitori anche contro figure di primo piano, come l’ex Premier Binali Yildirim, anche lui candidato a Istanbul.

 

Alla luce di questi risultati, non è più dunque vero che «Erdogan è invincibile». Certamente resterà Presidente fino al 2023, ma altrettanto sicuramente non si può più parlare di «una fine della storia a tinte Erdoganiane» per la Turchia, come suggerisce Mustafa Akyol. Il Presidente ha ancora il pieno controllo della magistratura, dell’esecutivo, della maggioranza del Parlamento, dei media e di molte ONG, per non parlare del vasto consenso che si è assicurato in Anatolia. Anche i tentativi da parte dell’ex Primo Ministro Ahmet Davutoglu e del suo vice Ali Babacan di formare un nuovo partito di opposizione sembrano preoccupare poco il dominus della politica turca.

 

Eppure i risultati della recente tornata elettorale non sono senza conseguenze, sia a livello interno sia a livello geopolitico, come evidenzia Daniele Santoro su Limes. Mentre l’HDP curdo trionfa a Kars e Mardin, l’Alleanza del Popolo si assicura a sorpresa le città a maggioranza curda di Agri, Bitlis e soprattutto Sirnak, vero e proprio «punto di intersezione delle sfere di influenza di Barzani (leader del Partito Democratico del Kurdistan ed ex presidente del Kurdistan iracheno, N.d.R) e del PKK».

 

È infatti alla questione curda che Erdogan guarda in questa fase, probabilmente in modo ancora più convinto di quanto fatto nella scorsa settimana, quando in piena campagna elettorale aveva dichiarato che la prima cosa da fare era «risolvere la questione curda sul campo». Secondo quanto scrive Alberto Negri sul Manifesto, il mancato plebiscito alle elezioni spingerà Erdogan ad assumere una posizione più radicale nei confronti del Rojava.

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I risultati delle elezioni amministrative in Turchia [© Nub Cake - Wikimedia Commons]

 

Isis si riposiziona in Siria

 

Il ritiro quasi completo delle truppe americane (resterà solo un contingente di circa mille uomini) e la fine del sedicente Stato Islamico espongono le Forze Democratiche Siriane alle mire espansionistiche di Erdogan. Gli Stati Uniti hanno di conseguenza espresso le proprie preoccupazioni. A farlo è stato il Segretario di Stato Mike Pompeo durante un incontro con il Ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu. Mentre Washington sostiene i negoziati in corso che riguardano il nord-est della Siria, un’azione militare turca avrebbe conseguenze devastanti.

 

Come hanno però notato molti osservatori internazionali, la caduta di Baghouz, l’ultima roccaforte di Isis, non coincide con la scomparsa del Califfato. Innanzitutto lo Stato Islamico è ancora vivo nei ricordi di molti, come mette in luce un reportage pubblicato sul New York Times sulla situazione a Raqqa. Ma lo Stato Islamico, seppur senza territorio, è «vivo e vegeto nella Siria meridionale», come scrive Sarah Hunaidi su Foreign Policy. Mentre la Coalizione Internazionale respingeva Isis fino ad asserragliarlo sulle rive dell’Eufrate, molti miliziani del Califfato si muovevano verso sud, in direzione di As-Suwayda, al confine con la Giordania. La regione, popolata da molte minoranze (drusi, cristiani e alcune tribù beduine sunnite) riluttanti ad allinearsi al regime di Assad, è stata teatro del massacro del 25 luglio 2018, quando circa 300 civili vennero uccisi da Isis. La reazione solo apparentemente decisa del governo centrale non ha però sradicato il gruppo jihadista. Al contrario, As-Suwayda ha rappresentato un porto sicuro per molti combattenti in fuga da Baghouz (circa 1500 jihadisti in fuga e armati, secondo le stime) e ancora oggi l’area costituisce un potenziale pericolo per la sicurezza di civili e militari, dato che il campo profughi di Rubkan e la base americana di al-Tanf distano poche centinaia di chilometri.

 

Una situazione diversa è invece quella di Mounsef Hamid Almukhaiar, italiano di origine marocchina catturato proprio nelle vicinanze di Baghouz e ora in mano alle forze curde. Lorenzo Cremonesi lo ha intervistato per il Corriere della Sera. Il giovane, probabilmente per riabilitarsi, parla della sconfitta definitiva dello Stato Islamico, della fine della minaccia terroristica per l’Europa e della sua esperienza, raccontata anche da don Claudio Burgio nel libro In viaggio verso Allah, fondatore della comunità Kayròs dove Mounsef ha vissuto prima di scappare per arruolarsi.

 

 

Il potere del Golfo

 

Mentre Algeria, Turchia e Siria stanno attraversando, con gradi diversi, una fase di riassestamento, l’Arabia Saudita, insieme ad altri Paesi del Golfo, sta cercando di affermare sempre di più il proprio potere, come si evince da tre casi.

 

In primo luogo, molti Paesi nella regione puntano ad accrescere il proprio soft power. Come scrive il New York Times, un esempio è il Qatar, che ha recentemente inaugurato il Museo Nazionale, ribattezzato “Rosa del Deserto”, dell’archistar francese Jean Nouvel. Se Doha punta sul soft power, non sono da meno gli Emirati Arabi dove ha sede il Louvre di Abu Dhabi, al centro dello scandalo relativo al dipinto Salvator Mundi attribuito a Leonardo. L’opera, acquistata dal Principe ereditario Muhammad Bin Salman per circa 450 milioni di dollari, è infatti irrintracciabile da alcune settimane.

 

Un secondo aspetto è legato alle narrative filo-occidentali e moderniste che alcuni governi mediorientali cercano di veicolare. Accanto a queste, vanno tuttavia registrate, come fatto da Foreign Policy, le narrazioni che presentano gli oppositori dei regimi come “terroristi” o “criminali”. Una scelta che contribuirebbe a diffondere un sentimento anti-islamico in Europa e in America, avvicinando le monarchie conservatrici del Golfo ai partiti occidentali di destra.

 

Un terzo elemento è infine rappresentato dal potere militare. L’Arabia Saudita, oltre ad essere il terzo Paese per spesa militare al mondo secondo SIPRI, ha anche avviato un programma nucleare. Secondo Bloomberg, le immagini satellitari del King Abdulaziz City for Science and Technology a Riyadh mostrano un serbatoio per contenere combustibile nucleare e potrebbero rappresentare il primo step per la costruzione di un reattore.

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Il King Abdulaziz City for Science and Technology [© Google Maps]

 

Rapporti Italia-Qatar

 

Fra i Paesi del Golfo, è il Qatar ad avere una valenza strategica per l’Italia, come dimostra anche la recente visita del Premier Giuseppe Conte. Come sottolinea Emanuele Rossi su Formiche, la partnership fra Roma e Doha si assesta a due livelli. Un primo fronte è quello politico, come si può apprezzare dal sostegno condiviso a Fayez Serraj in Libia. Il secondo è di natura economico-commerciale e riguarda i settori di energia, infrastrutture, alimentare e soprattutto difesa.

 

Il fondo di investimento qatarino, la Qatar Investment Authority, ha un patrimonio stimato di circa 335 miliardi di dollari e rappresenta un attore molto interessante per il governo italiano, come evidenzia Alberto Negri. Se da un lato il Qatar investe pesantemente nel made in Italy, dall’altro Doha gode di una certa libertà di manovra nel finanziare moschee sul nostro territorio. Finanziamenti, peraltro già resi pubblici nel 2016 da Izzedin Elzir, evidenziati nuovamente dall’uscita del libro Qatar papers, i cui contenuti sono riassunti da Lorenzo Vidino su La Stampa. Per quanto riguarda l’Italia, si parla di circa 22 milioni di dollari provenienti da Qatar Charity per progetti a Saronno, Piacenza, Brescia, Alessandria, Comiso e Vittoria, in particolar modo diretti a centri a organizzazioni legate all'UCOII (Unione delle comunità islamiche d'Italia), la rete di moschee e centri islamici vicina ai Fratelli Musulmani e a Yusuf al-Qaradawi, ideologo della Fratellanza.

 

 

IN BREVE

 

- Libia: il Generale Khalifa Haftar, dopo aver occupato la città di Gharyan, è pronto a muoversi in direzione di Tripoli.

 

- Egitto: è stato scarcerato l’attivista Alaa Abdel Fattah, simbolo delle proteste in Piazza Tahrir durante la Primavera Araba.

 

- Arabia Saudita: dopo più di due anni, gli Stati Uniti nominano un nuovo ambasciatore a Riyadh. Si tratta di John Abizaid, ex capo del Central Command.


- Brunei: una nuova legge ha introdotto la pena di morte per adulterio, omosessualità e apostasia. In risposta, molte personalità del mondo dello spettacolo hanno deciso di boicottare le catene di alberghi di proprietà del Sultanato.


- Emirati: alcuni hacker americani coinvolti nel discusso Progetto Raven hanno aiutato gli EAU a spiare dirigenti dell’emittente qatariota al Jazeera.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

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