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Focus attualità

Fermento nell’Islam di Francia: donne imam e dialoghi controversi

Cortile interno della Grande Moschea di Parigi, Francia [Zairon - Wikimedia Commons]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 13/09/2019 14:32:31

Sabato 7 settembre in una moschea di Parigi ha avuto luogo la prima preghiera mista guidata da due donne imam: Anne-Sophie Monsinay, insegnante di musica avvicinatasi all’Islam attraverso un percorso spirituale sufi, e Eva Janadin, insegnante e convertita in seguito al contatto con la scuola di pensiero del mutazilismo.

 

Come ricostruisce Anne-Bénédicte Hoffner su La Croix, le due donne hanno fondato l’associazione Voix d’un islam éclairé che si ispira a tre principi: libertà, inclusività e utilizzo della lingua francese. L’obiettivo principale è quello di dar voce alle comunità di «musulmani silenziosi», portandoli «fuori dall’ombra», grazie alla «forza del collettivo» e attraverso un approccio che mira a riconciliare fede e ragione.

 

Se l’islamologo Omero Marongiu-Perria e il filosofo Abdennour Bidar hanno difeso l’iniziativa, non sono mancate le critiche. Come nota Cédric Baylocq, un evento di questo genere rappresenta infatti «una mutazione antropologica nel campo religioso musulmano francese».

 

Benché l’iniziativa riformista in Francia stia avendo un crescente successo, è naturale che vi siano alcune resistenze. Come scritto su Le Figaro, l'Islam in Francia negli ultimi decenni era dominato da una visione politica, per non dire islamista, che azionava due leve, quella del proselitismo e quella del sentimento di persecuzione, che può difficilmente accettare una svolta in questa direzione.

 

In Francia è anche scoppiata una polemica sulla “Conferenza internazionale per la pace e la solidarietà”, organizzata congiuntamente dalla Fondazione dell’Islam di Francia e dalla Lega musulmana mondiale, un’organizzazione legata alla monarchia saudita, in passato attiva nella diffusione del wahhabismo e guidata da Muhammad al-Issa, ex Ministro della giustizia del Regno. L’operazione, una delle tante volte a migliorare l’immagine di Riyadh all’estero, ha suscitato parecchie critiche, come quelle di Ensaf Haidar, moglie dell’attivista saudita Raif al-Badawi, incarcerato e torturato quando al-Issa era ministro.

 

In un’intervista a La Croix, il presidente della Fondazione per l’Islam di Francia, Ghaleb Bencheikh, smentisce chi lo accusa di “voler ripristinare il blasone del wahhabismo”. Bencheikh difende infatti l’iniziativa, presentata come occasione di promozione della libertà religiosa e opportunità per discutere dei casi come quello di al-Badawi

 

Le elezioni presidenziali in Tunisia

Domenica 15 settembre si terranno in Tunisia le seconde elezioni presidenziali dopo la caduta di Ben Ali. Come riporta il Guardian, questa tornata elettorale, che precede di poche settimane quella del 6 ottobre per il Parlamento, rappresenta uno spartiacque per il futuro del Paese, considerando anche la morte del presidente uscente Beji Caid Essebsi e le difficoltà economiche e in tema di sicurezza che il Paese ha dovuto affrontare negli ultimi anni. 

 

Come mostrato da questa infografica di Al Jazeera, sette milioni di tunisini saranno chiamati a scegliere il futuro presidente tra una rosa di 26 candidati. Se nessun candidato raggiungerà la maggioranza assoluta, è previsto un ballottaggio.

 

La Tunisia ha mostrato di essere maturata sotto il profilo del pluralismo politico, nonostante le difficoltà degli anni 2013/2014. Ne è un esempio il primo di tre dibattiti televisivi andati in onda sabato. Registrati negli studi di Wataniya, il confronto politico ha visto partecipi otto candidati, ed è stato moderato da due giornalisti. Ognuno aveva 90 secondi per rispondere a una domanda. Al Jazeera ha identificato a tal proposito i temi più ricorrenti: crisi economica, alto tasso di disoccupazione e sicurezza.

 

Alcuni fra i partecipanti fanno parte di quel ristretto gruppo di candidati che possono aspirare a una vittoria. Reuters ha così dedicato un approfondimento ad alcune figure di spicco: Youssef Chahed, Premier dal 2016, membro di Tahya Tounes ed ex affiliato a Nidaa Tounes; Abdelfattah Mourou, fondatore del partito islamista Ennahda; Nabil Karoui, magnate televisivo fondatore di Qalb Tounes, che però non ha preso parte al dibattito perché attualmente detenuto per riciclaggio ed evasione fiscale; Abdelkarim Zbidi, ex Ministro della difesa che si presenta come indipendente, ma con il supporto dei laici di Nidaa Tounes; Mehdi Jomaa, tecnico ed ex Primo ministro; e infine Abir Moussi, unica donna candidata insieme a Salma Elloumi, esponente del Partito Libero Desturiano e grande sostenitrice in passato di Ben Ali.

 

Ed è proprio sul ruolo delle donne in queste elezioni che si concentra questo articolo di The New Arab. Nonostante la parità fra i generi garantita dalla Costituzione del 2014, il numero di donne con importanti ruoli in politica è pressoché nullo, eccezion fatta per il sindaco di Tunisi. Queste elezioni possono però rappresentare una svolta, dal momento che il 50.5% dell’elettorato attivo è rappresentato proprio da donne.

 

La fine dei negoziati coi talebani

Donald Trump ha definito “morti” i negoziati con i talebani, dopo aver annullato un meeting previsto nello scorso weekend a Camp David. L’incontro, che si sarebbe tenuto nella settimana in cui cadeva l’anniversario dell’11 settembre, è stato cancellato a seguito di un attacco di giovedì scorso a Kabul in cui ha perso la vita un soldato americano. L’annuncio del mancato incontro ha irritato i talebani che hanno lanciato nuovi attacchi, di cui uno contro l’ambasciata americana a Kabul.

 

Come ricostruisce il New Yorker, l’amministrazione statunitense aveva identificato quattro punti fondamentali dell’accordo: il ritiro delle truppe di Washington, l’impegno dei talebani a non lanciare attacchi contro personale americano, un cessate il fuoco e un dialogo fra tutti gli attori politici afghani, inclusi i talebani. Il documento, stilato a Doha nei mesi scorsi, attendeva solo l’approvazione di Trump, che però non è arrivata.

 

L’accordo in realtà era abbastanza sbilanciato a favore dei talebani, come nota Kori Schake su The Atlantic. Per terminare il conflitto la Casa Bianca era disposta a ritirare tutto il proprio contingente entro fine 2020, chiudere cinque basi militari e rilasciare migliaia di prigionieri talebani. E questo con lo scopo di rispettare le promesse di disimpegno dal Medio Oriente.

 

La fine della presenza americana nel Paese non coinciderebbe però con la pace. Anche qualora l’accordo fosse andato in porto, sarebbero rimasti parecchi problemi, come evidenziato su The National Interest. In primo luogo, la strategia diplomatica adottata dalla Casa Bianca – e criticata più volte dal Pentagono e dal Segretario di Stato – ha messo Washington in una posizione di debolezza. In secondo luogo, i negoziati separati con i talebani e con il governo di Ghani rafforzano l’idea del gruppo di essere l’unico legittimo governante. Infine, nell’accordo non è mai stato coinvolto il Pakistan, senza il cui supporto i talebani avrebbero avuto molte più difficoltà.

 

Un viaggio nell’Islam americano

Christianity Today ha pubblicato un’intervista ad Asma Uddin, avvocato, donna, musulmana e americana, a cura di Jayson Casper. Nell’articolo la Uddin parla del suo ultimo libro sulla libertà religiosa, con particolare attenzione a quella dei musulmani negli Stati Uniti.

 

Nell’intervista vengono citati diversi esempi di come questa libertà venga limitata in nome della sicurezza nazionale. I casi più emblematici sono rappresentati dalla disputa sulla costruzione di moschee e cimiteri oppure dalle cosiddette “leggi anti-Sharia”. L’autrice sottolinea inoltre come molti americani siano scettici nei confronti dei fedeli musulmani, poiché vedono nell’Islam un sistema politico, arrivando provocatoriamente a sostenere che negli Stati Uniti «l’Islam non è una religione».

 

Per uscire da questa diffidenza, la Uddin suggerisce una depoliticizzazione dell’Islam americano e una maggiore cooperazione fra musulmani e non, con l’obiettivo di garantire uno spazio pubblico più aperto ad accogliere fedi diverse e più disposto a garantire la libertà religiosa.

 

IN BREVE

Iran: Sahar Khodayari, la donna iraniana arrestata a marzo per aver provato a entrare in uno stadio solo per uomini, è morta dopo essersi data fuoco per protesta.

 

Algeria: secondo Reuters, il Premier algerino Noureddine Bedoui rassegnerà presto le dimissioni, come i manifestanti richiedevano da mesi.

 

Israele: in vista delle elezioni in Israele di settimana prossima, l’attuale Premier ha parlato dell’intenzione di estendere la sovranità israeliana alla Valle del Giordano e alla sponda nord del Mar Morto e di un possibile intervento militare a Gaza, come riporta il quotidiano israeliano Haaretz.

 

Arabia Saudita: Il principe Abdulaziz Bin Salman Bin Abdulaziz al-Saud è il nuovo Ministro dell’energia saudita.

 
Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

 

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