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Islam

Nuove misure di deradicalizzazione in Italia

Il jihadismo “made in Italy” è notevolmente cambiato rispetto al passato: le strategie cui lavorano le autorità

Jihadi John, terrorista kuwaitiano naturalizzato britannico responsabile di varie esecuzioni per conto di Isis

Riproponiamo oggi, dopo che alla Camera dei Deputati è stato approvato il disegno di legge sulle “Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell'estremismo jihadista”, l'articolo di Lorenzo Vidino contenuto nell'ebook La galassia fondamentalista tra jihad armato e partecipazione politica, pubblicato da Marsilio nell'ambito del progetto Conoscere il meticciato, governare il cambiamento (2014-2015). La legge appena approvata era ancora in fase di studio. 

Programmi tesi a de-radicalizzare aspiranti o veri e propri jihadisti (inclusi reduci da scenari di guerra) sono presenti in vari Paesi europei da una decina d’anni. L’Unione Europea ne ha incoraggiato la diffusione, spesso finanziando programmi di enti statali e di organizzazioni della società civile. L’Italia non ha finora sviluppato una strategia in merito e programmi del genere non sono ancora stati introdotti nel nostro Paese. Ma gli operatori dell’antiterrorismo ne segnalano l’utilità e la politica comincia ad ascoltarli. Il 9 settembre 2014, durante un intervento in Parlamento sulla minaccia del terrorismo islamista, il ministro dell’interno Angelino Alfano ha parlato dell’opportunità di introdurre «strategie di de-radicalizzazione del jihadismo, avvalendosi del supporto e dell’esperienza di insegnanti, assistenti sociali e imam moderati».1 E gli onorevoli Andrea Manciulli (PD) e Stefano Dambruoso (Scelta Civica) stanno lavorando a progetti legislativi in materia. Il presente contributo mira a descrivere, in maniera inevitabilmente sommaria, oltre che l’evoluzione della minaccia jihadista registrata negli ultimi anni in Italia, il funzionamento dei programmi di de-radicalizzazione individuale presenti in vari Stati europei e le loro possibilità di applicazione nel nostro Paese.2

1. L’evoluzione della minaccia jihadista in Italia

Il dibattito degli ultimi mesi ha messo in evidenza un dato ben noto agli addetti ai lavori: il jihadismo “made in Italy” è notevolmente cambiato rispetto al passato.3 Filiere composte da immigrati di prima generazione e formalmente legate a gruppi della galassia di al-Qaida operanti per lo più in Nordafrica, che hanno caratterizzato il fenomeno jihadista in Italia sin dai suoi albori nei primi anni Novanta, sono ancora operanti, anche se con un’intensità minore rispetto al passato. Al tempo stesso, però, l’Italia è ora interessata da fenomeni di jihadismo autoctono (cosiddetto homegrown).

Già nel 2009 i nostri servizi lanciavano l’allarme su «immigrati di seconda generazione ovvero soggetti nati e cresciuti in Occidente i quali, resi vulnerabili da situazioni di disagio economico-sociale o emotivo, aderiscono all’opzione violenta in esito a un percorso di radicalizzazione favorito dalla propaganda online e dal condizionamento di correligionari attestati su posizioni estremiste».4 Aggiungevano anche che vi erano segnali della crescita di «una nuova generazione di estremisti islamici, non inseriti in alcuna organizzazione strutturata, per lo più non evidenziatisi in precedenza, i quali hanno intrapreso un percorso di avvicinamento al credo jihadista, sino ad abbracciare l’attivismo militante». 

Fenomeni di radicalizzazione delle seconde/terze generazioni e di un numero ridotto ma sempre crescente di convertiti sono visibili in molti Paesi del centro e nord Europa da circa quindici anni, ma solo ultimamente si osserva un’analoga crescita anche in Italia. La causa di tale ritardo è legata in buona parte al fatto che nel nostro Paese il fenomeno migratorio da aree a maggioranza islamica è iniziato su larga scala solo nei tardi anni Ottanta e nei primi anni Novanta, cioè venti o, in alcuni casi, trenta o quarant’anni dopo Paesi economicamente più avanzati quali Francia, Germania, Paesi Bassi o Gran Bretagna. La prima ondata di musulmani della seconda generazione, nati o cresciuti in Italia, è perciò entrata nell’età adulta da poco. In questo ambito è necessario segnalare come, fra le centinaia di migliaia di musulmani presenti in Italia (immigrati, figli di immigrati cresciuti in Italia e convertiti), solamente un numero statisticamente insignificante, ma rilevante dal punto di vista della sicurezza, adotti un’ideologia fondamentalista di tipo violento.

Il fenomeno ha dunque ancora dimensioni limitate nel nostro Paese. La riprova viene dai numeri dei cosiddetti foreign fighters europei in Siria e Iraq. Paesi dalle dimensioni simili al nostro forniscono ognuno centinaia di volontari che si uniscono alle fila di vari gruppi operanti nella regione (si parla di circa mille francesi e inglesi, quattrocento tedeschi). Anche Paesi le cui dimensioni e popolazione musulmana sono molto più basse delle nostre riportano numeri elevati (centoquaranta in Olanda, un centinaio in Danimarca, addirittura quattrocento in Belgio).5 Stando alle dichiarazioni del ministro Alfano e degli addetti della sicurezza il numero degli italiani partiti per la Siria dovrebbe attestarsi invece sulla cinquantina

Tuttavia si possono osservare sul nostro territorio dinamiche che, in piccolo e con qualche specificità, replicano quelle viste in altri Paesi. In sostanza anche in Italia è presente una scena informale, stimabile in qualche centinaia di unità, che, con vari livelli di intensità, adotta l’ideologia jihadista. Si tratta, in sostanza, di un piccolo insieme di soggetti dalle caratteristiche sociologiche (età, sesso, origine etnica, istruzione, condizione sociale) estremamente eterogenee, ma che condivide la fede jihadista. La maggior parte di essi interagisce su internet con altre persone che più o meno condividono la loro visione tanto in Italia quanto all’estero. In questo senso internet e i social network giocano un ruolo fondamentale, in grado di unire aspiranti jihadisti attivi su scala globale.

La maggior parte di questi soggetti non è coinvolta in alcuna azione violenta, bensì limita la propria militanza a un’attività spesso spasmodica su internet, mirata a disseminare materiale che spazia dal puramente teologico all’operativo. Sebbene questi impegni possano rappresentare una violazione dell’articolo 270 quinquies del Codice penale (addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale), tanti tra gli aspiranti jihadisti autoctoni italiani rimangono solo «aspiranti» che non compiono alcuna azione criminosa e/o violenta. Tuttavia, come i casi di Mohammed JarmouneGiuliano DelnevoAnas el-AbboubiMunifer Karamaleski e Ismar Mesinovic hanno dimostrato,6 a volte alcuni membri di questa scena informale compiono – o per lo meno cercano di compiere – il passaggio dalla militanza da tastiera a quella nella vita reale (sia essa nella forma di viaggio per unirsi a gruppi jihadisti o tentativo di attacco in Italia).

È proprio in questo momento critico, quando un soggetto denota chiari segni di radicalizzazione ma non ha ancora compiuto attività criminali, che i programmi di de-radicalizzazione mirano a intervenire. In sostanza, essi sono interventi mirati volti a recuperare individui (spesso adolescenti o poco più) che paiono essere sulla via della radicalizzazione ma il cui comportamento non configura ancora un reato. In altri casi, invece, tali interventi vanno ad agire su soggetti di ritorno da un’esperienza di combattimento o incarcerati per reati di terrorismo. Sono, come si vedrà, un mezzo di complemento agli strumenti tradizionali dell’antiterrorismo, ai quali si vanno ad affiancare (e non certo a sostituire) per compensarne varie lacune. 

2. Cos’è la contro-radicalizzazione?

Negli ultimi quindici anni vari Paesi europei hanno investito importanti risorse nella creazione di programmi di de-radicalizzazione. Peraltro alcuni Paesi a maggioranza islamica, in realtà i primi obiettivi di vari gruppi jihadisti, sono stati tra i primi a investire in essi. I programmi sauditi, indonesiani, yemeniti e pakistani, per citare solo alcuni dei più noti, hanno attirato l’attenzione di esperti e policymakers di tutto il mondo per i loro metodi innovativi. Il programma saudita, che prevede il soggiorno di soggetti radicalizzati in veri e propri campi di riabilitazione di lusso è particolarmente studiato. Durante il proprio soggiorno in questi campi i detenuti, tutti soggetti condannati per attività legate al terrorismo ma non per azioni particolarmente violente, svolgono varie attività rieducative, quali corsi di teologia tenuti da ulema, sedute con psicologi specializzati e corsi formativi in inglese o informatica.

Al termine di questo percorso rieducativo, che include un forte coinvolgimento delle famiglie e dei clan di appartenenza, i detenuti che mostrano di aver abbandonato le tendenze radicali sono tenuti a prestare un giuramento con il quale rinnegano le proprie azioni precedenti e dichiarano di volere ritornare nella società civile senza intenzioni di riprendere attività estremiste. Il governo saudita parla del proprio programma in termini entusiastici, pur ammettendo che esistono casi di recidivismo, alcuni dei quali particolarmente eclatanti (non sono pochi gli alunni di tali programmi che si sono poi uniti a gruppi jihadisti in Yemen, Iraq o Siria o hanno compiuto azioni legate al terrorismo sul territorio saudita). Tuttavia non vi è modo di verificare indipendentemente se il tasso di recidivismo dichiarato dai sauditi (attorno al 15%) corrisponda alla realtà.

In Europa Gran Bretagna, Olanda e Danimarca sono stati i pionieri in materia, ma, grazie anche all’impulso della Commissione Europea, la maggior parte degli stati europei oggi ha adottato delle politiche di contro-radicalizzazione. Alcune misure sono preventive e generali, rivolte all’intera comunità musulmana. Esse includono momenti di dialogo inter-religioso, incontri interculturali, corsi di integrazione e altre iniziative volte a diminuire le varie tensioni sociali che possono portare alla radicalizzazione.7

Tali tipi di iniziative, pur considerate utili da un punto di vista dell’integrazione e della coesione sociale, suscitano un sempre minore entusiasmo tra gli esperti dell’antiterrorismo in quanto: a) è difficile dimostrare la loro efficacia nel prevenire la radicalizzazione; b) un numero sempre crescente di studi, contraddicendo il credere comune, ha mostrato come il legame causale tra la mancanza di integrazione e la radicalizzazione sia nella maggior parte dei casi tenue se non inesistente.8 È ormai opinione comune che tali programmi di “ingegneria sociale”, spesso dispendiosi, siano utili da un punto di vista dell’integrazione e possano anche potenzialmente avere effetti positivi indiretti sulla prevenzione della radicalizzazione, ma vadano tenuti separati da una strategia di anti-terrorismo.

Vi è invece molto più entusiasmo per programmi mirati a specifici individui che sono già radicalizzati, siano essi soggetti che mostrano solo alcuni “indizi di radicalizzazione” o individui che hanno subito condanne per terrorismo – alcuni di questi programmi, infatti, hanno luogo nelle carceri. Questi programmi sono ritenuti utili perché: a) la loro efficacia è più facilmente dimostrabile; b) i loro costi sono più contenuti rispetto alle altre misure citate in precedenza. In Europa vi è un sostanziale consenso sul fatto che questi programmi “soft” rappresentino una componente fondamentale di una strategia contro il terrorismo

Le modalità di questo tipo di interventi variano non solo da Paese a Paese ma anche da città a città: sono infatti spesso parte di una strategia nazionale ma adattati alle esigenze locali. Esistono però tratti e modi operandicomuni. La prima fase consiste nella formazione di un’unità specializzata a livello locale. Ad Amsterdam, città all’avanguardia nel campo, ad esempio, è stata creata un’apposita unità (Information House) all’interno della municipalità. In Danimarca questo tipo di attività si appoggia spesso a una struttura preesistente chiamata SSP (Social services, Schools, Police) che da anni si riunisce in ogni città per discutere questioni di prevenzione, ad esempio in materia di lotta alla droga e al fenomeno delle gang criminali, alle quali è stata aggiunta la questione radicalizzazione.

Il personale di tali strutture è vario ma spesso include esperti di radicalizzazione, psicologi, assistenti sociali e, in alcuni casi, ex militanti. In Gran Bretagna tali strutture sono guidate o per lo meno includono agenti di polizia con un background nell’antiterrorismo. In Danimarca e nei Paesi Bassi tali unità sono totalmente indipendenti dalle strutture dell’antiterrorismo, anche se in dialogo con esse. La definizione di un rapporto chiaro tra tali strutture e le forze dell’antiterrorismo, che definisca competenze e natura delle informazioni da scambiare, è una questione molto delicata ma di fondamentale importanza.

Il primo compito di un’unità specializzata è quello di creare contatti con qualsiasi soggetto che nella propria giurisdizione possa entrare in contatto con elementi radicalizzati: presidi e insegnanti nelle scuole, assistenti sociali, poliziotti e vigili di quartiere, imam, allenatori di squadre di calcio giovanili e via dicendo. In teoria, questa rete di contatti dovrebbe fungere da “occhi e orecchie” delle autorità locali, identificando casi di radicalizzazione e segnalandoli all’unità. 

Compito principale di questa rete di contatti è riferire alle unità specializzate potenziali casi di radicalizzazione. Per garantire che ciò avvenga, l’unità specializzata, tramite un lungo lavoro di tessitura di relazioni e creazione di un rapporto fiduciario, spiega ai soggetti con cui cerca di interagire:

- Cos’è e come si manifesta la radicalizzazione;
- Perché la radicalizzazione è un pericolo non solo per lo stato ma, in primis, per i giovani che si radicalizzano; in sostanza si cerca di far capire ai soggetti che segnalare questi casi alla struttura preposta è un atto che è nell’interesse del soggetto radicalizzato, che se continuerà su tale traiettoria si rovinerà la vita;
- Perché i soggetti possono fidarsi della struttura; in sostanza si cerca di far capire che non si tratta di una macchinazione da «Grande Fratello», ma di un sistema il cui obiettivo è riportare giovani che hanno intrapreso una via sbagliata a una vita normale ed evitare che commettano errori irreparabili. 

L’esperienza dei vari Paesi europei ha mostrato che ottenere la fiducia di tali soggetti è tanto fondamentale quanto difficile. L’immediata reazione delle associazioni di insegnanti e assistenti sociali in Olanda e Gran Bretagna, ad esempio, è stata quella di rifiutarsi di agire come longa manus della polizia o dei servizi di intelligence. Per ottenere il loro coinvolgimento le autorità hanno compreso che dovevano prima ottenerne la fiducia spiegando loro che tali interventi non sono mirati a criminalizzare ma, al contrario, ad aiutare e recuperare giovani in difficoltà. Allo stesso modo, si è cercato di sfatare l’idea che questi programmi siano rivolti esclusivamente a musulmani e sottolineato come si applicano a tutti i tipi di estremismo. 

Quando uno dei soggetti in contatto con la struttura si imbatte in un caso che ritiene presentare sintomi di radicalizzazione lo segnala alla struttura. A questo punto la struttura raccoglie quante più informazioni possibili sul caso e, in base a queste, può:

- Decidere che non vi è ragione di preoccuparsi e che la segnalazione è fuori luogo. Spesso le segnalazioni identificano casi di ortodossia religiosa, un fenomeno che non va assolutamente confuso con processi di radicalizzazione;
- Ritenere che il caso costituisca una fattispecie criminosa e/o pericolosa: il caso viene passato alla polizia e/o ai servizi;
- Ritenere che ci sia ragione di preoccuparsi: in tal caso la struttura predispone una forma di intervento mirata al caso specifico.

L’intervento spesso inizia con forme di supporto materiale. In alcuni casi i soggetti in fase di radicalizzazione vivono in condizioni precarie e l’intervento si concretizza in un aiuto per trovare un alloggio, un lavoro o rafforzare i legami con la società di appartenenza. Ma l’esperienza dimostra che in molti casi un’assistenza puramente materiale non è necessaria o comunque non interrompe il processo di radicalizzazione. Infatti, un intervento più incentrato su aspetti personali, psicologici e ideologici si rivela spesso fondamentale. Nella maggior parte dei casi tale intervento consiste nell’affiancare al soggetto radicalizzato un mentore (o più di uno) chiamato a guadagnarne la fiducia e, tramite una delicatissima e lunga interazione, a favorire l’abbandono delle idee radicali o, quantomeno, la rinuncia al desiderio di militanza attiva.

La personalità del mentore è fondamentale, in quanto deve riuscire a fare breccia in una persona di norma estremamente diffidente e chiusa. Per questo tipo di intervento sono pertanto particolarmente adatti soggetti con ottime capacità relazionali, carisma e in molti casi una profonda conoscenza religiosa. Il mentore deve riuscire a instaurare un dialogo con il soggetto, guadagnarne la fiducia e cominciare a instillare in lui il dubbio sulla assoluta verità delle sue convinzioni, facendone lentamente vacillare le certezze e la fede nell’ideologia jihadista. L’intero processo è monitorato dall’unità specializzata, che dirige le azioni degli operatori sociali e dei mentori che lavorano con i giovani radicalizzati. 

Va da sé che quello descritto è un processo lungo (spesso richiede anni), irto di difficoltà e dall’esito tutt’altro che prevedibile. È ugualmente palese che questo tipo di intervento funziona solo in certi casi. Nonostante tali difficoltà, le autorità europee difendono con forza l’utilità degli interventi mirati. Sir Norman Bettison, a lungo direttore dell’Associazione Capi di Polizia inglese (Association of Chief Police Officers, ACPO) e incaricato dei programmi di de-radicalizzazione in Gran Bretagna, ha affermato nel 2010: «Non una delle 1.500 persone sottoposte al progetto Channel [il programma di de-radicalizzazione individuale inglese] è stato arrestato per un reato di terrorismo».9 Le autorità olandesi e danesi hanno effettuato interventi su un numero inferiore di persone, ma si sono espresse in maniera ugualmente fiduciosa.

3. Dinamiche complesse

vantaggi di tali interventi sono molteplici:

- I costi di tali interventi sono molto più bassi dei costi che lo Stato dovrebbe sopportare per investigazioni, atti processuali e detentivi;
- Le forze di polizia e di intelligence sono meno oberate;
- Da un punto di vista meno tangibile ma non per questo meno importante, questo tipo di intervento consente di recuperare soggetti la cui radicalizzazione può essere imputata a errori di gioventù, evitando che quelli che in molti casi sono sciocchi entusiasmi giovanili si trasformino in tragiche e irrevocabili scelte di vita.

Va allo stesso tempo chiarito, e la cosa non può essere ripetuta a sufficienza, che tali programmi:

- Non funzionano sempre (e più avanzato è il percorso di radicalizzazione più limitate sono le chance di successo);
- Non sono un sostituto assoluto dei mezzi investigativi tradizionali. È infatti prassi comune che un soggetto sia simultaneamente sottoposto a un intervento de-radicalizzante e a un’investigazione e un monitoraggio da parte dei servizi o delle forze di polizia.

Esistono inoltre altre criticità. Una riguarda l’accusa, spesso proveniente da vari ambienti (comunità islamica, difensori della privacy, ecc.), che tali programmi siano eccessivamente intrusivi e volti a utilizzare la comunità per spiare e criminalizzare giovani musulmani per le loro idee. Queste accuse furono poste al centro di un’importante audizione al Parlamento inglese nel marzo del 2010. Il direttore generale dell’Ufficio per la Sicurezza e Antiterrorismo all’Home Office, Charles Farr, spiegò in maniera molto eloquente che un programma di de-radicalizzazione individuale quale Channel, precursore delle molte iniziative poi viste in Europa continentale, non era stato creato per perseguire soggetti che hanno opinioni radicali ma non punibili penalmente. Al contrario, il loro fine è di recuperare tali soggetti, evitare che proseguano nel percorso di radicalizzazione fino al punto di compiere atti irrimediabili per loro e per la società. 

Per meglio spiegare il fine di Channel, Farr ha fornito l’esempio di Hasib Hussein, che con i suoi 18 anni era il più giovane dei quattro attentatori suicidi degli attentati di Londra del 7 luglio 2005. Abbiamo raccolto tutto ciò che era noto su Hasib Hussein – ha raccontato Farr – e ci siamo resi conto che in nessun punto della sua giovane vita era balzato all’attenzione della polizia e che pertanto non c’era mai stata alcuna possibilità di intervenire per evitare quello che è successo dopo. Tuttavia abbiamo scoperto che, mentre era uno studente modello alla Matthew Murray School [un liceo di Leeds], i suoi quaderni erano pieni di scritte su al-Qaida e commenti che non potevano che essere interpretati in favore di al-Qaida. Scrivere sul proprio quaderno non è un atto criminale e non balzerebbe all’attenzione della polizia. Ma la filosofia dietro Prevent è, a mio parere, [chiedersi] se qualcuno all’interno della società avrebbe dovuto pensare che era opportuno intervenire. Cosa intendo per intervenire? Non intendo irrompergli in casa alle sei del mattino e trascinarlo davanti a un giudice. Ma voglio dire, non ci sarebbe dovuto essere qualcuno con cui potesse confrontarsi? Questi sono i tipi di casi che vengono trattati tramite il programma Channel.10

Un altro dilemma affrontato dalle autorità europee riguarda la scelta del partner. Senza l’aiuto delle comunità musulmane infatti i programmi di de-radicalizzazione hanno scarse possibilità di successo. Lo sviluppo di partnership forti e basate sulla fiducia reciproca con soggetti e organizzazioni islamiche è dunque fondamentale. Tuttavia, le comunità musulmane, in Europa come in Italia, sono profondamente divise sotto il profilo etnico, nazionale, linguistico, religioso, socio-economico e politico. La conseguenza di questa frammentazione è che nessuna organizzazione può avanzare una legittima pretesa di rappresentare nulla più che una piccola parte della comunità musulmana locale. Chi scegliere pertanto come partner? Il modo migliore per uscire da questo dilemma sembra essere quello di allearsi con numerose voci operanti a livello locale invece che fare affidamento su un solo partner. Credibilità e legittimità sono a tal proposito fattori essenziali.

Queste e altre criticità mostrano chiaramente che la de-radicalizzazione è tutt’altro che un ambito lineare e dal successo immediato (anzi, come detto, in certi casi esso è privo di ogni successo). Inoltre, spesso i successi ottenuti sono raggiunti solo dopo un paziente e duraturo lavoro. La storia di X (il cui nome non è rivelato in ossequio alle leggi sulla privacy olandesi), un soggetto che si è de-radicalizzato grazie all’intervento dell’Information House, evidenzia tali dinamiche. X era membro del gruppo Hofstad, un network di militanti jihadisti basato nei primi anni 2000 tra Amsterdam e L’Aia e al quale apparteneva anche l’assassino del regista Theo van Gogh. Dopo essere stato detenuto per tre anni nella prigione a massima sicurezza di Vught per crimini legati al terrorismo, X fu rilasciato. La legge olandese prevede che ogni detenuto, una volta uscito di prigione, si veda assegnato un assistente sociale. Nel caso di X fu deciso che tale assistente sociale dovesse essere assegnato dall’Information House della città di Amsterdam e che il suo lavoro fosse incentrato sulla de-radicalizzazione. 

L’Information House scelse un assistente sociale che originariamente proveniva dalla stessa cittadina del Marocco della quale erano originari i genitori di X, cercando così di aumentare le possibilità che una prima alchimia tra il soggetto radicalizzato e il soggetto de-radicalizzante si potesse formare. L’assistente sociale dapprima aiutò X a trovare un appartamento e a sistemare altre questioni logistiche. I due stabilirono una buona relazione personale basata sulla fiducia ma monitorata dalla Information House, che pagava gli straordinari fatti dall’assistente sociale nel seguire X. 

Tuttavia, col passare del tempo la relazione tra i due divenne più profonda e le loro conversazioni sempre più incentrate su questioni teologiche e politiche. L’assistente sociale, nonostante il suo background musulmano, cominciò a percepire che le sue conoscenze su tali questioni non fossero adeguate per il tipo di conversazione che X, un soggetto molto intelligente e istruito, voleva avere. Suggerì allora alla Information House di ingaggiare un esperto di scienze religiose islamiche che potesse trattare queste tematiche con cognizione di causa. Il primo incontro in cui l’assistente sociale presentò l’esperto a X terminò ancor prima di iniziare, con X che se ne andò sbattendo la porta. Gli incontri successivi ebbero progressivamente più successo e, dopo mesi, anche tra loro si instaurò una relazione di dialogo e fiducia.

La scelta dell’Information House di ingaggiare un esperto islamico non fu priva di difficoltà, in quanto il passaggio di fondi pubblici a una figura religiosa potrebbe configurarsi come incostituzionale. Per non violare le norme sulla separazione tra Stato e autorità religiose, l’Information House ordinò all’esperto di non insegnare a X i precetti dell’Islam, ma semplicemente di indirizzarlo verso varie fonti e opinioni che gli avrebbero consentito di comprendere autonomamente certi principi teologici.

Il rapporto tra l’esperto e X durò per quasi tre anni. L’intensità della loro relazione e la profondità delle loro conversazioni aumentarono col tempo, rispecchiando dinamiche tipiche del rapporto tra paziente e psicologo. L’assiduità delle conversazioni fu un fattore importante nella traiettoria di X, ma non meno di alcuni momenti chiave. Uno si verificò alla Mecca, dove X e il sapiente si recarono per un pellegrinaggio. X, che aveva sempre avuto forti sentimenti anti-sciiti, fu molto toccato dal fatto che l’unica persona che lo aiutò quando cadde e stava per essere calpestato dalla calca fu proprio uno sciita. Questo incidente, occorso al culmine di un lavoro certosino incentrato sul dialogo, contribuì fortemente al cambio di prospettiva di X. X, infatti, progressivamente abbandonò le vecchie amicizie, si sposò, continuò gli studi e, cosa più importante, abbandonò l’ideologia jihadista. Iniziò persino a collaborare con l’Information House, raccontando la propria storia in vari seminari. È ovviamente difficile dire cosa sarebbe successo a X se non ci fosse stata Information House o attribuire in maniera definitiva il suo cambiamento all’intervento da essa effettuato, tuttavia la storia di X può legittimamente considerarsi un esempio dei successi che questo tipo di azioni possono ottenere.

4. Scelte da ponderare

Come visto, le ragioni per introdurre simili strategie in Italia sono molteplici. Interventi miranti a far cambiare strada a coloro che hanno intrapreso il cammino dell’estremismo sgraverebbero di una mole significativa di lavoro le già oberate forze del nostro antiterrorismo, le quali non possono monitorare ogni soggetto che dia segnali di radicalismo. Sono strategie tutt’altro che infallibili, e per questo non si sostituiscono ai tradizionali sistemi investigativi, ma li affiancano. Ma i tassi di successo riscontrati in altri Paesi sono considerevoli e i loro costi relativamente contenuti.

Il lato umano non è secondario. Quando funzionano, tali interventi permettono di evitare tragiche scelte di vita senza ritorno. In Italia manca una forte cultura della prevenzione e sono ben noti i problemi di scuola e assistenza sociale. Ma abbiamo una forte società civile e una rete di volontariato che, se comprende la gravità del problema e la bontà della soluzione, può essere molto utile. Centrale appare il ruolo delle comunità islamiche, nelle quali bisogna però trovare validi interlocutori. 

È comunque importante sottolineare che l’applicazione di strategie di contro-radicalizzazione è complessa e non può essere improvvisata. È pertanto auspicabile che ciò avvenga dopo un approfondito dibattito a livello interno, in seno alla comunità antiterrorismo, e dopo consultazioni con vari elementi della società civile, che rappresenta un partner indispensabile per il buon esito di tali programmi. Negli ultimi mesi la materia è stata oggetto di dibattito all’interno dell’antiterrorismo italiana, dove trova parecchi sostenitori. E i deputati Stefano Dambruoso e Andrea Manciulli hanno studiato la possibilità di introdurre un disegno di legge apposito. È anche ipotizzabile che programmi vengano introdotti a livello locale, anche se una strategia nazionale è auspicabile.

In ogni caso, è importante che ogni intervento sia preceduto da un dibattito privo, per quanto possibile, di prese di posizione ideologiche ma, al contrario, basato su dati empirici e teorie comprovate.


Note

1 http://www.camera.it/leg17/410?idSeduta=0286&tipo=stenografico#sed0286.stenografico.tit00020.sub00020.int00020. 
2 Per un’analisi più approfondita cfr: Preventing Radicalisation to Terrorism and Violent Extremism: Strengthening the EU’s Response, «RAND Collection Approaches, Lessons Learned and Practices», 2014; Inventory of the best practices on de-radicalisation from the different Member States of the EU, TerRa, s.d.; Lorenzo Vidino, James Brandon, Countering Radicalization in Europe, International Centre for the Study of Radicalization, King’s College, London 2012.
3 Per un’analisi più approfondita dell’evoluzione del fenomeno jihadista in Italia, cfr. Lorenzo Vidino, Il jihadismo autoctono in Italia: nascita, sviluppo e dinamiche di radicalizzazione, ISPI e EFD, Milano-Zurigo 2014. 
4 Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, 2009, p. 19.
5 Si veda Lorenzo Vidino, European jihadists in Syria: profiles, travel patterns and governmental responses, in Andrea Plebani (ed.), New (and old) patterns of jihadism: al-Qa‘ida, the Islamic State and beyond, ISPI, Milano 2014.
6 Per maggiori informazioni sulle dinamiche jihadiste italiane si veda Lorenzo Vidino, Il jihadismo autoctono in Italia.
7 Cfr. Lorenzo Vidino, James Brandon, Countering Radicalization in Europe.
8Si veda, ad esempio, un recente studio effettuato dalla Queen Mary University di Londra secondo cui benessere economico e buona istruzione non diminuiscono, ma al contrario aumentano i rischi di radicalizzazione: Youth, Wealth and Education Found to be Risk Factors for Violent Radicalisation, Queen Mary University of London, 19 marzo 2014.
9 https://publications.parliament.uk/pa/cm201012/cmselect/cmhaff/1446/11110103.htm.
10 H.C. Communities and L.G. Committee, Preventing Violent Extremism, Sixth Report of Session, marzo 2010, p. 8.

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