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Religione e società

Per una pace definitiva in Medio Oriente

Samir Khalil Samir, SJ

A. SENZA LEGALITÀ NON C'È USCITA

 

Finalmente, dopo 33 giorni, la guerra è finita fino alla prossima! Israele non ha raggiunto il suo obiettivo principale: annientare Hezbollah, e con esso la resistenza, né ha seminato la discordia tra le componenti della società libanese; in compenso ha provocato distruzione duratura nel Libano. Hezbollah afferma di essere il vincitore e molti musulmani nel mondo lo vedono come un eroe; in realtà è destinato a sparire quale milizia e non recupererà i suoi morti. Tutti hanno perso. Sia lode a Dio! Altrimenti, qualcuno s'illuderebbe che la guerra possa produrre la pace o essere un'opzione interessante.

 

Il grande sconfitto è il popolo libanese, che ha pagato il tributo più pesante in vittime civili e infrastrutture. L'ironia della sorte è che precisamente questo popolo, più di ogni altro, è vicino all'Occidente, aspira alla pace e opera quotidianamente per un progetto intercomunitario: «Il Libano è più che una terra, è un messaggio», diceva Giovanni Paolo II, e dopo di lui tanti uomini di ogni confessione religiosa.

 

La supremazia militare d'Israele non gli ha portato la pace, piuttosto ha incrementato l'odio e dunque potenzialmente la guerra. I Katioucha non renderanno a Hezbollah le sue centinaia di morti, né restituiranno la terra ai Palestinesi. Certo, il mondo musulmano, nella sua parte più gregaria, canta le lodi di Hezbollah; ma questo non porterà né più democrazia, né più modernità, né più benessere, né più pace, traguardi a cui aspira ogni musulmano.

 

"Andare alle radici del problema"

 

La guerra non ha mai prodotto frutti duraturi. L'estremismo non si elimina con la guerra, men che meno con il presunto «terrorismo». Tutti i politici riconoscono che occorre «andare alle radici del problema» che risale a più di 50 anni fa. Bisogna necessariamente affrontarlo.

 

Hezbollah, che ha "usurpato" all'esercito libanese la funzione di difendere la patria, non è la radice del problema: non esisteva neppure quando Israele ha invaso il Libano nel 1982 per attaccare i Palestinesi che vi si trovavano. Neppure l'attentato contro Israele ai giochi olimpici di Monaco nel 1972, grave atto di terrorismo, è la radice del problema. Neppure gli attacchi d'Israele contro la terra dei Palestinesi e contro i Paesi vicini sono la radice del problema. Né Hezbollah, né Fatah, né Hamas, né gli attacchi d'Israele, né gli insediamenti israeliani sono la radice del problema.

 

Il problema non è d'ordine religioso: tra ebrei e musulmani, o ebrei-cristiani-musulmani, anche se è evidente che la dimensione religiosa non è mai assente dalla politica medio-orientale. Non è dunque una guerra tra ebrei (sostenuti dai cristiani) e musulmani. E non è neppure una guerra etnica, tra ebrei e arabi e chi potrebbe pretendere seriamente che gli ebrei o gli arabi siano realtà etniche? La radice del problema non è dunque né religiosa né etnica; è puramente politica, ed alla politica si aggancia tutto il resto (comprese cultura, sociologia, economia).

 

Il problema risale alla spartizione della Palestina e alla creazione dello Stato d'Israele nel 1948 in seguito della persecuzione contro gli ebrei, considerati precisamente come una «razza»! decisa dalle superpotenze senza tener conto delle popolazioni presenti in questa Terra (santa): è questa la causa reale di tutte le guerre che ne sono seguite. Per porre rimedio a una grave ingiustizia commessa in Europa contro un terzo della popolazione ebrea mondiale, le superpotenze (compresa l'Europa) hanno deciso e commesso una nuova ingiustizia contro la popolazione palestinese, innocente rispetto al martirio degli ebrei.

 

Questa spartizione è in ogni caso un fatto storico, nato da una decisione internazionale. L'esistenza dei due Stati, israeliano e palestinese, nei confini fissati dalle Nazioni Unite, è una realtà oggettiva e legittima, e non la si può rimettere in questione, contestando de jure oppure de facto l'esistenza di questi due Stati nei loro confini internazionali. Qualunque oltraggio alla legalità internazionale per quanto questa legalità possa essere discutibile porta in sé un male più grande di quello contestato. Perciò ogni soluzione del conflitto che non rispetti integralmente la legalità internazionale, cioè le risoluzioni dell'Onu, non può condurre alla pace.

 

B. DECALOGO PER UNA PACE DEFINITIVA

 

Per raggiungere la pace, solo la strada della diplomazia ha qualche probabilità di successo.

 

Questa strada si fonda su due regole complementari: da una parte, la giustizia e il rispetto della legalità internazionale; dall'altra, la necessità di fare alcune concessioni per tenere conto della realtà. Il che presuppone da una parte conoscenza e senso del diritto internazionale; dall'altra flessibilità e discernimento nonché disponibilità a rinunciare ad una parte dei miei diritti a favore dei diritti dell'altro.

 

Aggiungerei un appunto: posto il fatto che da più di mezzo secolo in Medio Oriente dominano guerra e odio, non esiste una soluzione perfetta; occorre cercare e accettare la meno imperfetta delle soluzioni.

 

Occorre raggiungere una soluzione duratura anzi definitiva della crisi del Medio Oriente, per poter costruire tutti insieme, lentamente, la pace. E forse se ci è permesso di sognare un po' per creare "l'Unione Medio-Orientale" (UMO), così come esiste una "Unione Europea" (UE), nata essa stessa dalla convinzione dell'inutilità delle continue guerre in Europa, soprattutto tra Francia e Germania. Solo allora la regione medio-orientale goderà una pace definitiva per il bene di tutti.

 

Per raggiungere questo obiettivo, proverei ad indicare una via, nello stesso tempo giusta e realista, che esprimo in questi punti essenziali, un piccolo "decalogo della pace in Medio Oriente":

 

1. Creare uno Stato palestinese basato sulle frontiere internazionali (anteriori alla guerra del 1967); dovranno essere fatte piccole modifiche, purché di comune accordo fra Israele e Palestina.

 

2. Costituire una Commissione Internazionale per risolvere in modo ragionevole il "diritto di ritorno" dei Palestinesi, riconosciuto dall'ONU nella Risoluzione 194 dell'Assemblea Generale. Dovrebbe essere riconosciuto il principio, ma l'applicazione deve tener conto del cambiamento di situazione: fra il ritorno di un numero limitato di Palestinesi e un compenso per gli altri garantito dalla comunità internazionale.

 

3. Le colonie israeliane potrebbero rimanere per un periodo limitato (per esempio, una decina d'anni) sotto la sovranità israeliana. Successivamente, i coloni dovranno decidere: o ritornare in Israele, o restare sotto la sovranità palestinese, come hanno fatto un tempo i 160.000 Palestinesi che hanno deciso di vivere sotto la sovranità israeliana.

 

4. Riconoscimento ufficiale e scambio di ambasciatori: ciascuno Stato del Medio Oriente (compresi Turchia, Iran, Iraq, Siria, ecc.) deve riconoscere ufficialmente come definitive le frontiere degli altri Stati, e impegnarsi ad accreditare Ambasciatori in questi Stati.

 

5. Istituire una Forza Internazionale "robusta" laddove la pace non sia stata ancora pienamente acquisita, per controllare anche il traffico delle armi; in particolare tra Israele e Palestina, Israele e Libano, Libano e Siria, Siria e Iraq, Iran e Iraq, Turchia e Iraq. Questa forza dovrebbe essere posta su entrambi i lati delle frontiere internazionali.

 

6. Aiutare gli Stati militarmente deboli a costituire un esercito nazionale sufficientemente forte per assicurare da solo la sicurezza e quindi smilitarizzare tutti i gruppi: milizie o coloni. Allo stesso tempo, operare per la riduzione degli investimenti militari nel Medio Oriente e per controllare gli Stati militarmente potenti.

 

7. Liberare tutti i prigionieri degli altri Paesi detenuti nel proprio Stato, mediante accordi di scambio; in particolare tra Israele e Palestina, Israele e Libano, Libano e Siria.

 

8. Costituire una Commissione Internazionale per risolvere in modo equo il problema dell'acqua nella Regione, condizione essenziale per lo sviluppo e causa frequente di conflitti.

 

9. Gerusalemme è il punto nevralgico ma anche il punto più delicato. Si deve dunque costituire una Commissione Internazionale, che comprenda Israele e Palestina, per la città di Gerusalemme, che i due Stati desiderano legittimamente assumere come capitale. Si tratta qui di garantire la sicurezza, la libertà di movimento e il rispetto delle frontiere internazionali all'interno della città; ma anche la sacralità, la salvaguardia e l'accessibilità dei Luoghi Santi che sono un patrimonio universale e devono essere protetti da accordi internazionali.

 

10. Lanciare il progetto di una "Unione Medio-Orientale" (UMO) tra tutti gli Stati della Regione.

 

C. UN'UTOPIA DA REALIZZARE : L' "UNIONE MEDIO-ORIENTALE"

 

Abbiamo proposto un piano di pace per il Medio Oriente (essenzialmente tra Israele e i suoi vicini) basato sull'applicazione delle decisioni internazionali e tenendo conto della realtà umana e politica.

 

Perché un tale progetto possa iniziare a realizzarsi occorre una rivoluzione mentale, una conversione del cuore. Da più di mezzo secolo i responsabili politici d'Israele e dei Paesi arabi non hanno proposto che la violenza ai loro popoli come unica soluzione ai problemi, convincendoli che il diritto e la ragione erano con loro. Occorrerà un lungo lavoro interiore e molto coraggio per cambiare discorso. La guerra non richiede coraggio, la pace sì! Diceva Madre Teresa ai presidenti George Bush Sr e Saddam Hussein, nel gennaio 1991: "Vi supplico, scegliete la pace!"

 

La guerra che si è svolta sotto i nostri occhi tra Israele e Libano, con il suo strascico disumano di bestialità e sofferenze, ha consentito a milioni di persone, di tutte le tendenze, di capire che la violenza, qualunque sia la sua legittimazione, non porterà soluzione duratura, e che il Medio Oriente non sarà pacificato dalla guerra. Questa scoperta è forse l'unico bene emerso da questa tragedia, il cui prezzo elevato è stato pagato soprattutto dal popolo libanese, che aveva appena iniziato la ricostruzione. Se da questa tragedia potesse nascere un progetto serio di pace definitiva, allora queste sofferenze non saranno state vane!

 

Il modo più sicuro per assicurare una pace definitiva è di mirare a creare se ci è permesso di sognare un po' una "Unione Medio-Orientale" (UMO), che potrebbe includere tutti gli Stati della Regione, (compresi ovviamente Israele, Palestina, Giordania, Egitto, Arabia Saudita, Turchia, Iran, eccetera), se sono decisi a vivere in pace tutti insieme; così come esiste una "Unione Europea" (UE), nata essa stessa dalla convinzione dell'inutilità delle continue guerre in Europa, soprattutto tra Francia e Germania, con le figure di Konrad Adenauer (1876-1967), Alcide de Gasperi (1881-1954), Robert Schuman (1886-1963) e Jean Monnet (1888-1979).

 

Sembra prematura, ma ci si dovrà arrivare se si vuole davvero una pace definitiva. Porne le fondamenta giuridiche, economiche, politiche, militari e culturali; definire le condizioni per esserne membri; organizzare incontri tra gli Stati della Regione; proporre un calendario, ecc., firmare accordi di pace bilaterali o multilaterali per lunghi periodi (da 10 a 20 anni), sono compiti difficili che chiedono molto tempo e pazienza. Per vari punti si potrà approfittare dell'esperienza dell'Unione Europea.

 

L'utopia, questo Paese che non esiste da "nessuna parte", potrebbe domani realizzarsi, se Palestinesi e Israeliani, Libanesi e Siriani, Ebrei e Musulmani, insomma noi tutti volessimo credere all'impossibile. Il realismo consiste nell'avere una visione utopistica precisamente per poterla realizzare. Questo Paese che non esiste, è il Paese del futuro, annunciato dal profeta Isaia (11, 6-8): "Il lupo abiterà con l'agnello, e il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato staranno assieme, e un bambino li condurrà.
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