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Religione e società

Perché la preghiera non è fuga dalla realtà

In che senso l’iniziativa di tradurre le catechesi del Papa s’inserisce nella visione di Oasis intorno ai rapporti tra cristiani e musulmani e alla promozione di quella conoscenza reciproca e di quell’incontro a cui il nostro Presidente, il Cardinal Scola, non cessa d’esortarci? Si tratta forse di una fuga nel religioso, per evitare di confrontarsi con i problemi che urgono da ogni parte? La prossimità del conflitto siriano rende questa ipotesi del tutto irrealistica: sarebbe davvero ingenuo pensare di poter eludere la sfida epocale che i cambiamenti nel Medio Oriente lanciano attraverso un invito di tipo pietistico, un’esortazione a pregare avanzata in ultima analisi faute de mieux: dato che purtroppo ogni altro mezzo ci è precluso, rifugiamoci in Dio e “che il Cielo ce la mandi buona”, come si dice in Italia.

 

 

Viceversa, la scommessa di Oasis è che aprirsi alla dimensione del trascendente, «allargare la ragione» secondo l’espressione di Benedetto XVI, metta nella condizione di affrontare meglio le sfide di oggi, anche in Libano, anche in Siria. Rivolgersi a Dio è l’atto supremamente ragionevole, in ogni circostanza: «quando sono scosse le fondamenta della terra», come recita uno dei Salmi, ma anche quando tutto sembra andare per il meglio. La preghiera è l’espressione di una dipendenza che costituisce l’uomo, secondo la celebre espressione di Pascal: l’homme: dépendence, désir d’indépendence, besoin.

 

 

Senza impegnarsi, personalmente e comunitariamente, in questo tipo di confronto che arriva fino a toccare le corde più intime del cuore dell’uomo, si rischia di rimanere legati a un dialogo strategico, fatto di puro calcolo e in ultima analisi del tutto dipendente dalle circostanze politiche e dal precario equilibrio delle forze in campo. Una tale posizione soccomberebbe fatalmente alla tentazione dell’egemonia, che in ogni epoca si presenta: cercare di garantirsi un potere sufficiente, attraverso alleanze e concessioni, per garantirsi rispetto a un futuro carico d’incognite. La logica evangelica, senza ignorare un realistico richiamo alla prudenza, è ben diversa, è il linguaggio della testimonianza: offrire alla libertà dell’altro la propria esperienza in tutte le sue dimensioni, compresa dunque quella più strettamente religiosa e intima.

 

 

Si potrebbe forse obiettare che di questa apertura della ragione a Dio, fondata sulla logica della testimonianza piuttosto che su quella dell’egemonia, ha soprattutto bisogno l’Occidente contemporaneo, «sordo al divino» come lo definisce ancora Papa Benedetto. Non siamo forse in Oriente, la terra della spiritualità, la culla della profezia, secondo un’espressione forte ma non immotivata? In realtà, e senza rinnegare la ricca tradizione di queste terre, parecchi indicatori invitano a cautela al riguardo. La secolarizzazione e una concezione strumentale della religione, nella quale la fede è subdolamente sottomessa alla politica, si fanno strada anche in Oriente. L’anno della fede, alla cui preparazione sono in certo modo legate le catechesi che oggi presentiamo, non è un affare puramente occidentale. Né – se ci è concesso – puramente cattolico, e neppure soltanto cristiano. Anche il lettore arabo mediorientale, musulmano e cristiano, vi può trovare stimoli importanti.

 

 

In effetti, l’idea per cui è nata Oasis è che, in una società sempre più plurale, sia necessario mostrare come e in che misura le diverse fedi religiose sono in grado di intercettare le domande che sorgono oggi e che si possono sinteticamente riassumere nella domanda: «che uomo vuol essere l’uomo del terzo millennio?». Altrimenti, nonostante un ossequio formale, la dimensione religiosa resterà condannata all’irrilevanza culturale, come una risposta, anche corretta, a una domanda non posta.

 

 

Per mostrare la rilevanza culturale, occorrono due condizioni e un metodo: la prima condizione è naturalmente che l’esperienza religiosa sia autentica e viva. E in questo la preghiera, come rapporto personale con Dio (quante volte ritorna il termine ʿilâqa in queste catechesi!), presente in tutte le culture dell’umanità, è ovviamente fondamentale. La seconda è che questa esperienza religiosa viva accetti di confrontarsi con le domande delle donne e degli uomini di oggi. Che non sia una fuga nello spirituale. Il metodo, l’abbiamo già detto, è quello della testimonianza. In essa i cristiani e i musulmani possono attingere ciascuno anche al ricco patrimonio dell’altro, per contribuire alla costruzione del bene comune.

 

 

Un’ultima obiezione si potrebbe presentare: è possibile praticamente una posizione di questo tipo? Una posizione che attinge a un rapporto personale con Dio e al contempo è capace di parlare all’uomo di oggi, senza pretese egemoniche, ma con la limpidezza della testimonianza? Credo di poter affermare senza esagerazioni che Benedetto XVI è una prova vivente della praticabilità di questa posizione. Uomo di preghiera, non teme di indagare le ragioni della fede, in un confronto serrato con la modernità, e non si sottrae all’impegno di persona: la sua visita in Libano, che avviene in un momento così delicato, ne costituisce una nuova, luminosa riprova.

 

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