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Religione e società

Perché non possiamo non dirci religiosi

Autore: Hans Joas

 

Titolo: Do We Need Religion? On the Experience of Self-Trascendence

 

Editore: Paradigm Publisher, 2008, pp. 176

 

 

Hans Joas, direttore del Max-Weber-Kolleg für Kultur-und Sozialwissenschaftliche Studien presso l’Università di Erfurt e professore di Sociologia all’Università di Chicago, è attualmente Vice Presidente dalla International Sociological Association. Il volume Do We Need Religion?, pubblicato prima in Germania e ora in edizione inglese nella Yale Cultural Sociology Series, nasce come una raccolta di saggi omogenei raggruppati attorno a tre nuclei tematici che costituiscono anche le tre parti in cui si articola il libro: L’esperienza religiosa, Tra teologia e scienze sociali, Dignità umana. Dialogando con alcuni dei più rilevanti teorici sociali contemporanei, come Peter Berger, Jürgen Habermas, Charles Taylor, Joas cerca di rispondere alla domanda da cui prende il titolo il libro. Diciamo subito che la risposta dell’autore è affermativa: sì, abbiamo ancora bisogno della religione.

 

 

Non è questo però l’aspetto più originale ed interessante del volume; in molti sono ormai disposti a riconoscere che viviamo in una società in cui la religione torna ad avere un ruolo centrale. Joas si chiede anche se effettivamente viviamo in quella che è stata definita da Habermas una “società post-secolare” e che cosa questo eventualmente significhi. In una prima accezione l'espressione indica una società in cui si riconosce, a discapito delle tesi sulla progressiva e ineluttabile secolarizzazione della modernità, che le comunità religiose continuano ad esistere anche in un contesto secolarizzato. Una seconda accezione indica un mutato atteggiamento dello stato che sarebbe disposto a riconoscere rilevanza alla religione non più solo nella sfera privata ma anche in quella pubblica. Joas eprime le sue perplessità sull'utilità dell'espressione “società post-secolare”, in primo luogo perché la nozione stessa di secolarizzazione è polisemica, in secondo luogo perché i trend contemporanei riferibili alla religione sono molto articolati e per certi versi contraddittori, basti pensare alla persistente crisi del Cristianesimo in Europa e alla sua vitalità negli Stati Uniti. Joas articola la sua riflessione sulla religione a partire da due categorie fondamentali quella di “esperienza” e quella di “bisogno”. In virtù di un consolidato stereotipo, la parola “esperienza” è stata comunemente associata alla Riforma protestante.

 

 

Andrebbe riconosciuto invece, come fa Joas richiamandosi a Taylor, che accanto alla dimensione comunitaria e istituzionale, una certa enfasi sulla dimensione esperienziale della fede è stata una costante nella tradizione cristiana ed ha avuto un punto di emergenza già nell'Alto Medioevo. Parlare invece di “bisogno” non comporta guardare la religione nell’ottica della sua (presunta) utilità. La domanda cruciale non deve essere «la religione è utile?» ma «possiamo vivere senza esperienza articolata in fede, in religione?» (p. 7). Joas sostiene che ci siano esperienze in cui la persona trascende se stessa, in cui è spinta al di là dei confini del suo stesso essere. Queste esperienze analizzate sono la fusione estatica con la natura, la conversazione accorata con altri esseri umani, il prestare aiuto e l'essere aiutati, l'innamoramento, il rapporto sessuale (in cui si combinano le esperienze della fusione con un'altra persona e con la bellezza della natura). Naturalmente nella vita umana queste esperienze possono presentare, oltre al lato per così dire edificante, anche il lato oscuro rappresentato dalla delusione e dalla precarietà. L'esperienza della auto-trascendenza personale ha come contropartita la percezione della propria finitudine che genera un senso di ansia (che non è da considerarsi una condizione meramente psicologica).

 

 

Parafrasando Paul Tillich, Joas sostiene che «una fenomenologia dell'ansia è una componente di ogni fenomenologia della autotrascendenza» (pp. 10-11). In questo libro quindi Joas, invitandoci a diffidare da letture semplicistiche sul ritorno della religione, ci induce a pensare la religione a partire da due cardini, quello della esperienza e quello del bisogno, che possono essere molto fruttuosi anche per un confronto razionale e serrato con tradizioni culturali e religiose differenti dalla nostra.
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