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Focus attualità

La politica estera degli Stati Uniti dopo il ritiro dalla Siria

Forze Democratiche Siriane a Manbij nel 2016 [Wikimedia Commons]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente

Ultimo aggiornamento: 08/03/2019 12:18:17

Il Medio Oriente ha da sempre rappresentato un’area di grande interesse strategico ed economico per gli Stati Uniti. La politica estera adottata però nei confronti della regione è mutata nel tempo, riflettendo dinamiche internazionali e domestiche.

 


Le politiche estere degli Stati Uniti in Medio Oriente dal Secondo Conflitto Mondiale

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, si sono affermati due ordini globali, coesistenti e paralleli: da una parte, l’ordine binario della Guerra Fredda, che strutturava le dinamiche internazionali intorno all’asse USA-URSS; dall’altra parte, un ordine liberale e democratico, che si poneva come riferimento assoluto in ambito economico e giuridico. Gli Stati Uniti hanno in entrambi i casi rappresentato un attore centrale. E sono stati proprio i tentativi di limitare l’influenza sovietica e di proteggere gli interessi economici, in particolar modo concernenti le risorse minerali, a guidare la politica estera americana nel Medio Oriente, come dimostra l’inclusione della Turchia nella NATO voluta da Harry Truman o la politica di rollback (ovvero uno sforzo attivo per contrastare l’Unione Sovietica) di Ronald Reagan. Ulteriori conferme si hanno in quasi tutte le presidenze della seconda metà del XX secolo, periodo in cui Israele è divenuto un altro fattore di interesse americano nella regione.

 

La fine della Guerra Fredda non ha limitato le mire statunitensi in Medio Oriente, ma ha al contrario segnato l’inizio di un ordine mondiale unipolare, come dimostrano le iniziative intraprese in Kuwait e in Afghanistan dai Bush, rispettivamente padre e figlio. Un ulteriore esempio di presunta plenipotenza è da ritrovarsi nell’amministrazione Clinton, che adottava una politica estera basata sul doppio contenimento di Iran e Iraq, limitando il potere di Saddam Hussein e prevenendo l’espansione dell’influenza sciita della Repubblica Islamica. 

 

L’amministrazione Obama ha dovuto necessariamente confrontarsi con la politica estera perseguita dal suo predecessore all’interno della Global War on Terror, senza però dimenticare il contesto interno ed esterno in cui si è trovata a operare. Domesticamente, l’opinione pubblica era provata da anni di guerra al terrorismo in cui la Presidenza Bush aveva cercato di prevenire ogni minaccia unilateralmente, come testimonia il caso dell’Afghanistan e, parzialmente, dell’Iraq. Geostrategicamente, Obama ha dovuto agire in una realtà né bipolare, come durante la Guerra Fredda, né unipolare, come gli anni ’90 e i primi anni 2000. Il mondo si presentava difatti come a-polare, in cui il peso politico degli attori statali era fortemente controbilanciato da nuovi rischi e agenti para- e non-statali[1]. Questi cambiamenti hanno impattato in modo netto sulla dottrina di Obama in politica estera. Seppur apparentemente non interventista nelle fasi iniziali[2], l’amministrazione Obama ha comunque dimostrato di tenere agli interessi nazionali attraverso un utilizzo della forza militare più flessibile e accompagnato all’uso del soft power[3]. Secondo Krieg[4], l’approccio adottato da Obama si è fondato sul concetto di “guerra surrogata”, che enfatizza strategicamente le azioni multilaterali e dà priorità a livello operativo a componenti tecnologiche e attori locali, sia regolari sia irregolari[5]. La distensione nei confronti dell’Iran con il JCPOA, i tentativi, spesso incompiuti, di pacificare il rapporto fra Israele e Palestina e l’appoggio ai movimenti popolari delle Primavere Arabe hanno però infastidito alcuni fra gli storici alleati di Washington, fra cui l’Arabia Saudita.

 

Un momento di svolta, e di sollievo per alcune monarchie del Golfo, si è così avuto con l’elezione di Donald Trump. Fin da subito alcuni regnanti arabi si sono ritrovati nelle parole dell’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale Steve Bannon che parlava di “decostruire l’amministrazione statale”. A ciò si aggiunga che Trump si è presentato come elemento di rottura rispetto alle presidenze passate, e in particolare rispetto a quella Obama. L’uscita dall’Accordo sul nucleare iraniano, la decisione provocatoria di spostare l’ambasciata americana in Israele a Gerusalemme e il supporto al Presidente Egiziano Sisi hanno di fatto cancellato quanto fatto negli anni precedenti. Ma la politica estera di Trump va oltre e, in un certo qual modo, ricalca la “Dottrina dei Due Pilastri” teorizzata da Henri Kissinger, Segretario di Stato dell’amministrazione Reagan. Israele e Arabia Saudita, sempre più vicini fra loro, rappresenterebbero così i due alleati chiave di Washington nella regione, in particolare in funzione anti-iraniana, l’attuale arci-nemico degli Stati Uniti.

 

 

Gli Stati Uniti si ritirano dalla Siria

La decisione di ritirare i contingenti americani da Siria e Afghanistan pone necessariamente un interrogativo su quale ruolo assumeranno dunque gli Stati Uniti in Medio Oriente, e in particolare nella Repubblica siriana dove i 2000 soldati statunitensi erano in prima linea insieme alle milizie curde contro il sedicente Califfato. L’affermazione di Trump relativa alla sconfitta dello Stato Islamico non è suffragata dai fatti, come dimostrano l’attacco al Ministero degli Esteri in Libia, la presenza ancora diffusa di cellule jihadiste in India e le sparatorie ai danni di affiliati ad AQAP (Al Qaeda nella Penisola Arabica) a Qayfa, in Yemen. A tal proposito, il Primo Ministro iracheno Adel Abdul-Mahdi si è dichiarato pronto a inviare truppe in Siria per contrastare una possibile ricomparsa di ISIS e prevenire possibili flussi di migranti siriani. Come evidenziato in questa analisi di Foreign Affairs, lo Stato Islamico potrebbe infatti beneficiare, come accaduto in passato, dell’incompleta ricostruzione dopo i conflitti degli ultimi anni, dell’incapacità dei leader sunniti e della presenza di politiche confessionali a vantaggio degli sciiti.

 

Allo stesso tempo il ritiro delle truppe lascia vacante uno spazio conteso fra diverse forze, non solo nel nord della Siria. Innanzitutto, va sottolineato come già a fine novembre fossero state inviate truppe saudite ed emiratine nel nord del Paese. Riyadh e Abu Dhabi hanno infatti iniziato un percorso di riavvicinamento con la Siria del Presidente al-Assad, come dimostrato dalle decisioni di riaprire l’ambasciata emiratina a Damasco e di riammettere il Paese nella Lega Araba.

 

In secondo luogo, la Turchia potrebbe sfruttare il ritiro americano per muovere un attacco contro le milizie curde dello YPG, considerate come un’organizzazione terroristica in quanto affiliate al PKK. Infatti, a poche ore dall’annuncio di Trump, oltre 50 veicoli che trasportavano armamenti sono stati visti attraversare il confine turco-siriano e dirigersi nelle vicinanze di Manbij, una città in mano alle forze curde e da cui i primi mezzi americani hanno iniziato a ritirarsi.

 

In terzo luogo, l’azione della Turchia ha spinto le forze filo-governative siriane, che avrebbero l’appoggio della Russia, a dirigersi verso le stesse zone con oltre 40 pick-up, due carrarmati e svariati camion. Benché i curdi cerchino di difendere la propria posizione autonoma, la scelta americana li mette in una posizione di inferiorità rispetto al governo di Assad, come mette in luce l’ingresso dell’esercito siriano a Manbij. Se il governo siriano può prevenire uno scontro con l’esercito di Erdogan, d’altra parte questo significherebbe accantonare il progetto politico perseguito dai curdi.

 

Infine, la mossa americana nello scacchiere siriano ha colto di sorpresa l’alleato israeliano, a cui Trump ha suggerito di difendersi da solo. Netanyahu non ha però atteso molto per muovere le proprie pedine, lanciando un attacco contro alcuni presunti leader di Hezbollah, gruppo sponsorizzato dalla Repubblica Islamica e identificato come una minaccia per la sicurezza nazionale dello stato ebraico. Oltre all’Iran, che comunque beneficia del supporto fornito al regime di Bashar al-Assad e di una rete di proxies nella regione, Russia e Libano si sono mostrati preoccupati per l’offensiva israeliana. Ed è in particolare Mosca a denunciare l’accaduto, un sintomo questo di relazioni sempre più tese dopo che Israele ha abbattuto un jet militare a settembre.

 

 

Quale futuro per gli Stati Uniti in Medio Oriente?

Alla luce degli ultimi avvenimenti, sembra avverarsi quanto sostenuto in un tweet da Richard Haass: il Medio Oriente sta entrando in un’era post-americana. L’affermazione ha suscitato in ogni caso parecchie perplessità, come si può apprezzare in questo articolo di Daniel Larison. Pensare ad un Medio Oriente scevro dalle influenze di Washington è ancora difficile, nonostante il ritiro delle truppe da Siria e Afghanistan e le dichiarazioni di Trump in visita al contingente americano a Baghdad. Se da un lato il Presidente invoca infatti maggior responsabilità per i governi regionali, dall’altro ribadisce comunque che gli Stati Uniti non hanno intenzione di ritirarsi dall’Iraq, sia per prevenire una rinascita dell’ISIS sia per vigilare sull’ingombrante vicino iraniano. È comunque interessante notare che, come spesso succede quando si discute della politica estera di Trump, le opinioni e le valutazioni si siano polarizzate, come si può apprezzare in queste due analisi prodotte da Foreign Policy e dal New York Times.

 

Se è presto per dire con certezza cosa accadrà in Siria, la scelta di Trump ha già avuto profonde ripercussioni in patria con le dimissioni di James Mattis da Segretario della Difesa e Brett McGurk da rappresentante dell'amministrazione presso la coalizione che combatte i terroristi, comunque in scadenza a febbraio. Il ritiro, considerato prematuro, rischia di ripetere l’errore commesso in Iraq nel 2011, quando la decisione di richiamare le truppe si è rivelata centrale nella non eradicazione e rinascita delle cellule jihadiste sopite, poi organizzatesi in ISIS. La nomina a Segretario della Difesa facente funzione del vice ed ex-dirigente di Boeing Patrick Shanahan pone inoltre nuovi quesiti per le monarchie del Golfo e desta preoccupazioni in Qatar, dal momento che è stato proprio l’ex-Segretario a prevenire un possibile intervento militare ai danni di Doha dopo l’imposizione del blocco da parte di Arabia Saudita ed Emirati.

 

 

Note


[1] Christopher Coker, War in the age of risk, Polity, Cambridge 2009.

[2] James Lindsay, George W. Bush, Barack Obama and the future of US global leadership, «International Affairs», vol. 87, n. 4 (2011), pp. 772.

[3] Fawaz Gerges, The Obama approach to the Middle East: the end of America’s moment?, «International Affairs», vol. 89, n. 2 (2013), pp. 301.

[4] Andres Krieg, Externalizing the burden of war: the Obama Doctrine and US foreign policy in the Middle East, «International Affairs», vol. 92, n. 1 (2016), pp. 98-113.

[5] Thomas Huber, Compound Warfare: that fatal knot, US Army CGS College Press, Fort Leavenworth 2002.

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