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Medio Oriente e Africa

Si può svuotare un Paese del suo popolo?

Siria. Con l’appello del Papa qualcosa è successo. Se non altro ha spinto a guardare all’inferno della guerra considerandone tutti i risvolti. La questione profughi in primis, emergenza umanitaria, ma anche sociale e politica sempre più fuori controllo. E il tema delle minoranze e della loro “protezione”

Questo articolo è pubblicato in Oasis 18. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 11/06/2018 16:42:29

Oasis n. 18 è disponibile in libreria e online.

 

 

 

 

 

«Rivolgo un forte Appello per la pace, un Appello che nasce dall’intimo di me stesso! Quanta sofferenza, quanta devastazione, quanto dolore ha portato e porta l’uso delle armi in quel martoriato Paese, specialmente tra la popolazione civile e inerme! Pensiamo: quanti bambini non potranno vedere la luce del futuro! Con particolare fermezza condanno l’uso delle armi chimiche! Vi dico che ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi! C’è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire! Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza! […] Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà! È un forte e pressante invito che rivolgo all’intera Chiesa Cattolica, ma che estendo a tutti i cristiani di altre Confessioni, agli uomini e donne di ogni Religione e anche a quei fratelli e sorelle che non credono: la pace è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l’umanità». (Francesco, Angelus 1° settembre 2013)

 

 

 

 

 

«Domanda alla sabbia del Sinai, da che sangue è stata irrorata? Il sangue di Hanna o Mina o il sangue dei musulmani? Sempre sangue di egiziani»

 

 

Suona così una canzone patriottica di questi tempi, capace di descrivere la ferita che attraversa tutto il Medio Oriente e brucia soprattutto in Siria. Qui una guerra in corso da troppo tempo distrugge tutto ciò che incrocia. Ammazza cristiani e musulmani, svuotando il Paese del suo popolo: le giovani generazioni o sono fuggite all’estero o sono morte in battaglia. Chi ancora resta, è impegnato a sopravvivere. Come dice quel verso, la domanda non è più se il sangue versato sia cristiano o musulmano, sciita o sunnita. Ma come arrestare un’emorragia che sembra interminabile.

 

 

Anche solo il tentativo di definire questa guerra è divisivo: chi la chiama “guerra civile”, tra “fratelli” che si combattono; chi invece la qualifica come “incivile” perché finita in mano solo al demonio, che ammette ogni genere di arma e crudeltà; chi la interpreta come una guerra ingiusta del regime contro i suoi oppositori e chi, al contrario, la considera una legittima difesa dello Stato contro dei terroristi… Tutti invece sembrano d’accordo nel ritenere che questo Paese sia diventato un campo di battaglia prestato a potenze straniere che si contendono, in questo ritaglio degli accordi Sykes-Picot, interessi di grande portata.

 

 

 

 

 

Nel campo di Marj el-Khokh

 

 

L’appello di Papa Francesco per la pace dello scorso primo settembre, una decina di giorni dopo l’utilizzo delle armi chimiche contro civili inermi a Damasco, ha segnato un cambiamento di passo, ha spostato decisioni che apparivano acquisite. Ha spinto tutti a guardare all’inferno siriano con addosso quella domanda certo non nuova, ma rimasta silenziata: si può trovare una via diversa da quella dei bombardamenti esterni, dall’intervento unilaterale, dal rifornimento continuo di armi e di combattenti stranieri alle fazioni in guerra?

 

 

Il Papa ha invitato al gesto più umile (e perciò forse anche più realista?) della preghiera comune. A parte la critica di chi ha voluto interpretarlo come una fuga spiritualista, la catena umana della preghiera auspicata da una piccola finestra su Piazza San Pietro si è realizzata in tanti luoghi del mondo, fino ai più remoti e apparentemente fuori dalla storia. Come nel Sud del Libano, non lontano dal confine assicurato dal filo spinato e dalle ronde dei blindati israeliani. A Marj el-Khokh, in uno scampolo di terra sassosa rubata all’agricoltura, dove sventolano insieme le bandiere del Libano, di Hezbollah e della Palestina, sta un campo profughi, fino ad alcuni mesi fa sconosciuto agli operatori umanitari: tra tende improvvisate divenute nei mesi dimore stabili, vivono un migliaio di profughi siriani, sunniti. L’Avsi, ONG che lavora in tutto il mondo accanto agli ultimi, ha promosso con Oasis un momento di preghiera nella data proposta dal papa. Un gesto semplice: la lettura dell’Angelus del Papa tradotto in arabo e di una sura del Corano (la 93), infine una manciata di minuti in un silenzio condiviso dalle famiglie presenti, dagli operatori, da alcuni abitanti dei villaggi vicini, circondati da militari di guardia. Un’inezia in sé, ma resa potente dalla sua adesione alla realtà del luogo e dalla comunione con centinaia di altre simili nel mondo. In tanti si aspettavano agli inizi di settembre le bombe americane sulla Siria e quindi la possibile risposta di Hezbollah contro Israele e, a ruota, la reazione di quest’ultimo. Invece no. Si è rimessa in gioco la partita diplomatica.

 

 

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