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Religione e società

Portando i pesi dell’altro

Quando penso alla mia esperienza in Oasis, che già procede da alcuni anni e di cui sono profondamente grato, mi sovviene spesso una frase di san Paolo: «Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6, 2). Prima ancora del valore spirituale di questa espressione, mi colpisce e mi convince la sua profonda verità legata all'esperienza umana: persino dal punto di vista psicologico è vero che farci carico delle fatiche altrui ci fa immediatamente ridimensionare o porre comunque in diversa prospettiva le nostre.

 

 

«Non è bene che l'uomo sia solo» non è dunque solamente un’intuizione primordiale che ci dice qualcosa sulla natura sociale degli esseri umani, sul loro bisogno di riconoscimento reciproco, ma in modo mirabile si tratta anche di un farmaco mediante il quale le ferite cominciano a guarire.

 

 

Non tanto in senso riflessivo, quanto anche e addirittura in senso transitivo: le ferite su cui ci chiniamo guariscono e, allo stesso tempo, ‘ci’ guariscono. Non le nostre che porterebbero all'autocommiserazione a al vittimismo, ma quelle altrui, che traggono da noi il meglio che possiamo dare: la condivisione, quand’anche misera e impotente, come determinata volontà di ‘esserci’ e di ‘essere con’, ‘essere per’...

 

Credo che occuparsi di mondo islamico partendo dal vissuto delle comunità cristiane che ci vivono abbia avuto e continui ad avere senso per Oasis soprattutto in questa linea.

 

 

Non dunque occuparsi di una delle tante minoranze che patiscono discriminazioni, né tanto meno della minoranza cristiana solo perché si tratta dei ‘nostri’, ma di prendere le mosse da questo sofferente particolare da subito in autentica prospettiva universale. Se una parte patisce, tutto l'organismo ne risente. I diritti negati o ridotti di alcuni sono sempre segnale di una più ampia ingiustizia che, ad un'attenta e onesta analisi, punisce le maggioranze non meno delle minoranze. Per questo abbiamo seguito e continuiamo a seguire con trepidazione le ‘primavere arabe’ che hanno coinvolto e in parte sconvolto anche la nostra agenda, con l'immenso patrimonio di attese e speranze di cui sono portatrici.

 

 

I fatti drammatici che anche in questi giorni travagliano specialmente il Medio Oriente ci rafforzano nel ritenere che mai e per nessuna ragione sia possibile concludere che sarebbe meglio se qualcuno non esistesse. È una pretesa disumana e blasfema potenzialmente catastrofica, specie se rivolta a qualsiasi gruppo di persone in base alla loro etnia, lingua o fede religiosa... La stessa sollecitudine che ci fa stare a cuore il destino delle popolazioni di questi Paesi si riflette in un analogo interessamento per quanti da qualsiasi parte approdano nella nostra terra e si uniscono a noi nella vita quotidiana che ha ormai assunto i tratti di quel “meticciato di culture” a cui si è riferito espressamente e coraggiosamente il card. Angelo Scola – in tempi non sospetti – quale realtà di cui prendere atto con umiltà ma anche con responsabilità.

 

 

Vorrei terminare citando una figura evangelica che mi è particolarmente cara: Simone di Cirene, contadino forse ignorante, probabilmente pagano, sicuramente straniero in terra d'Israele a cui – solo – fu concesso di alleviare almeno per un tratto le sofferenze di Gesù lungo la Via Crucis, quando tutti i suoi amici lo avevano abbandonato. Figura emblematica, a suo modo profetica delle sfide che stiamo vivendo.

 

 

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