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Religione e società

Una ricerca innovativa per “afferrare” il mutamento in atto

Un gruppo di ricercatori con competenze diverse studierà il cambiamento in atto nella nostra società a partire da sei ambiti: secolarizzazione e nuove forme di religiosità; fondamentalismo e violenza; media e religioni; dialogo islamo-cristiano; libertà religiosa; politiche europee verso il mondo musulmano [www.conoscereilmeticciato.it]

+ Card. Angelo Scola

 

Arcivescovo di Milano, Presidente di Oasis

 

 

[Guarda il video dell'intervento del card. Scola]

 

 

1. Con quali parole potremmo definire la nostra epoca? Globalizzazione, travaglio, crisi, declino… le parole abbondano e, almeno in Occidente, tendono ad avere una flessione sempre più pessimista e rassegnata. Personalmente, da più di dieci anni propongo di prendere in considerazione, per descrivere il quadro del nostro Paese e dell’Europa, anche la categoria di “meticciato di civiltà e culture”. Meticciato in qualche modo va insieme a globalizzazione, un termine a cui si è fatto molto ricorso nell’ultimo decennio (oggi per la verità un po’ meno), ma che è molto connotato in senso economico, mentre il processo in atto ha sicuramente un motore economico, ma implicazioni fortissime anche sul piano della cultura, intesa nel suo senso più basilare, cioè nel modo di vivere delle persone (civiltà). Ecco perché meticciato mi sembra una parola più precisa. In sintesi, vuol dire questo: io cambio per il fatto di entrare in relazione con te e tu cambi per il fatto di entrare in relazione con me. Per Oasis, che si occupa in modo specifico di cristiani e musulmani in quanto credenti, significa: per il fatto di vivere gomito a gomito nello stesso quartiere di Milano e per il fatto che 300 ragazze sono rapite in Nigeria, la guerra in Centrafrica, la miniera in Turchia o il caso di Meriam in Sudan entrano nella mia casa allo stesso titolo della cronaca nazionale, inevitabilmente io cambio il mio modo di essere cristiano e tu il tuo modo di essere musulmano perché la fede, ogni fede, se è autentica, è un captum realitatis. In questo senso, parlare di meticciato significa riferirsi ad un processo in atto: non si tratta quindi di un “fenomeno prescrittivo”. È un processo carico di problemi. Lo vedremo assai probabilmente anche in occasione dell’Expo che Milano si appresta a vivere, che amplificherà questo incontro di popoli, religioni e culture già in atto da tempo.

 

 

2. Il nostro incontro di stamani giunge a pochi giorni di distanza dal pellegrinaggio che Papa Francesco ha compiuto in Terra Santa. Con la forza testimoniale della sua persona e dei suoi gesti, il Papa ha mostrato come la dimensione ecumenica e quella del dialogo con le religioni siano per il cristiano intrinseche all’atto di fede cristiano-cattolica. In particolare ha colpito molti il fatto che per la prima volta nel seguito papale fossero presenti anche un rabbino e un imam, a testimoniare che un’autentica amicizia può unire uomini di diverse religioni.

 

Il dialogo interreligioso si articola su vari livelli: il più importante è sicuramente quello del dialogo di vita, che grazie a Dio anche nella nostra diocesi ambrosiana è ben presente e che ci auguriamo possa crescere sempre di più. Esistono poi un dialogo teologico e della spiritualità, che richiedono entrambi un’adeguata preparazione culturale. Ma anche a questo livello per essere davvero incisivo il dialogo non può giocarsi sul piano dei principi astratti, della comparazione dei sistemi di pensiero, ma deve sempre partire dalla situazione concreta e dall’interpretazione che cristiani e musulmani praticano e vivono della loro fede. Per un cristiano, questo non significa aprire le porte a uno storicismo relativista sia perché le interpretazioni possibili sono sempre vagliate alla luce della Rivelazione, garantita dal triplice apporto di Tradizione, Sacra Scrittura e Magistero (cfr. DV 10), sia perché l’inevitabile interpretazione della fede, approfondendo la logica dell’incarnazione (del Dio che si è giocato con la storia), profila sempre meglio la dinamica identità cristiana. Ma se il dialogo interreligioso, anche quello strettamente teologico, va situato nella storia, questo significa che esso assume una rilevante complessità. Idealmente chi lo pratica dovrebbe essere un tuttologo, un moderno Pico della Mirandola. Purtroppo o per fortuna, questo non è possibile; c’è dunque bisogno di chiamare alla collaborazione diverse discipline. Ed è questa appunto l’idea del progetto che presentiamo questa mattina.

 

 

3. Il cambiamento in atto nella nostra società è ben percepibile dalle sue diverse dimensioni. Oasis ha scelto in particolare di concentrarsi su sei ambiti (issues): secolarizzazione e nuove forme di religiosità; fondamentalismo e violenza; media e religioni; dialogo islamo-cristiano (qui inteso in senso propriamente teologico); libertà religiosa e di espressione; politiche dell’Italia e dell’Europa verso il mondo musulmano. Ovviamente questi ambiti non hanno la pretesa di esaurire la questione, ma ci sembrano essere tra le tematiche più rilevanti oggi, e siamo grati alla Fondazione Cariplo e al suo Presidente, l’Avvocato Guzzetti, che ci consente di indagarle attraverso un progetto decisamente ambizioso.

 

Oasis opera in questi ambiti già da diversi anni, direi fin dalla prima intuizione iniziale del 2000 che divenne poi operativa a partire dal 2003. Alcuni dei presenti ricorderanno forse che proprio alla secolarizzazione è stato dedicato l’incontro del comitato scientifico dell’anno scorso, qui a Milano, mentre il tema della violenza religiosa è l’argomento – spinoso, inutile nasconderselo, ma necessario – a cui sarà dedicato l’incontro di quest’anno, che si terrà tra meno di un mese, il 16 e 17 giugno prossimi, a Sarajevo. Il metodo di Oasis è sempre stato comunitario, transdisciplinare e internazionale. E comunitario, transdisciplinare e internazionale vogliamo che sia anche il progetto che presentiamo stamani. Attraverso i seminari, le conferenze e i momenti di lavoro personale, esso si prefigge di formare un gruppo di giovani studiosi che si sono già dimostrati competenti in uno di questi sei ambiti (perché transdisciplinare non significa assolutamente “generico”) e che al tempo stesso sono disposti ad attraversare campi del sapere che non appartengono loro, a imparare da maestri riconosciuti mettendo a disposizione umilmente – l’avverbio è qui importante – le loro competenze. Il gruppo di lavoro, che ci piace immaginare come una vera e propria task force guidata dallo staff di Oasis e dai coordinatori scientifici, s’incontrerà, per ciascuno dei sei ambiti, con due esperti riconosciuti a livello internazionale. Avremo quindi nei prossimi due anni sei grandi incontri, che organizzeremo in luoghi significativi per Milano e per il Paese. E soprattutto avremo per il futuro un gruppo di persone a cui rivolgersi per essere aiutati a comprendere i termini dei problemi che si presentano – pensiamo ad esempio alla tanto dibattuta questione della moschea – evitando un approccio frettoloso e a colpi di slogan che non è di aiuto a nessuno.

 

A proposito dei temi che la transizione epocale in atto ci presenta, in particolare di quelli cari ad Oasis, non c’è oggi chi non avverta la necessità di una visione unitaria e sintetica, ma per questo occorre uscire da un certo provincialismo, che a livello scientifico si traduce a mio avviso in due “peccati”: da un lato il fatto appunto di restare in provincia, senza capacità d’interagire e confrontarsi con i pensatori più rilevanti e più audaci (in Occidente, ma anche nel mondo musulmano, grazie ai canali aperti da Oasis in questi anni). Dall’altro lato – e più profondamente – provincialismo significa anche la cura eccessiva della mia “provincia del sapere”, l’iper-specializzazione che nasce in fondo dalla scarsa chiarezza circa la funzione sociale della propria ricerca. Giulio Cesare un giorno dichiarò che avrebbe preferito essere il primo in un villaggio della remota propretura di Spagna che il secondo a Roma. Non pochi studiosi purtroppo continuano a ragionare in questi termini. La prospettiva di Oasis (e di tante altre realtà, naturalmente) è al contrario espressa molto bene da André Miquel, uno dei più grandi studiosi di letteratura araba viventi, che in una conversazione che sarà pubblicata sul prossimo numero della nostra rivista osserva: occorre «non creare sezioni di lingua e letteratura araba, ma piuttosto cattedre di lingua, letteratura e storia all’interno di unità d’insegnamento e di ricerca fondate su un programma comune». Invece «si è continuato a fare dipartimenti di studi arabi, arabi e islamici, arabi e semitici… In questo modo si sono conservate delle specie di riserve, ambiti di difficile accesso perché considerati fuori delle discipline correnti». Questo progetto non vuole stare nella riserva. Intende avere un orizzonte culturale universale, una garanzia, tra l’altro di adeguata transdisciplinarietà.

 

 

4. Avrete notato però che il titolo del progetto è duplice: “Conoscere il meticciato, governare il cambiamento”. In effetti, se il meticciato induce inevitabilmente dei cambiamenti nel modo in cui cristiani e musulmani vivono la loro fede, soprattutto in un contesto plurale e secolare qual è quello dominante in Occidente, questo non significa però che tutti i cambiamenti vadano bene. Anche il fondamentalismo violento è un’interpretazione culturale della fede, ma un’interpretazione da respingere perché conduce letteralmente alla distruzione, come vediamo molto bene oggi in Siria. Etimologicamente governare rimanda al timoniere che conduce la nave attraverso il mare in tempesta fino a farla approdare a un porto sicuro. Non è un’attività asettica, come l’illusione tecnocratica ci vorrebbe far credere, ma un compito difficile e che domanda sapienza e prudenza in senso forte, perché a volte la nave ricorda, più che un solido bastimento, la zattera della Medusa dipinta da Géricault: proprio per questo, non può permettersi discordie e litigi. Attraverso questo progetto speriamo perciò di contribuire, per quanto ci è possibile, a orientare questo cambiamento verso il bene pratico dell’essere insieme, tanto caro alla tradizione ambrosiana. Anche questo – ci sembra – è promuovere la vita buona che viene dal Vangelo, quella vita che desideriamo condividere con tutti i fratelli uomini.

 

 

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