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Islam

Quando l'Islam cominciò la sua teologia

Si ripete sovente e con buona approssimazione che nell’Islam l’ortoprassi, l’agire correttamente, è più importante dell’ortodossia, la retta opinione in materia di fede. Peraltro questa focalizzazione sull’azione visibile del credente, lungi dall’autorizzarlo a esercitare una “libertà creativa” nei confronti della verità, discende da una presa d’atto dei limiti del sapere umano: è molto più facile giudicare la rettitudine di un comportamento esteriore che la sincerità di una credenza interiore. A questo si aggiunge il fatto che l’Islam si vuole, almeno nella versione più diffusa, religione senza misteri, interamente giocata sul piano della natura e sospettosa di troppo sottili elucubrazioni intorno a una Divinità che nella sua vita intima resta al di là di ogni possibile analogia.

 

 

Tuttavia queste necessarie limitazioni non significano che il mondo musulmano non abbia sviluppato un pensiero teologico. Lo ha fatto anzi, e con grande ampiezza, soprattutto nei primi secoli, in risposta a due esigenze distinte: da un lato, definire chi è musulmano – qualifica che, come si può immaginare, aveva rilevanti conseguenze pratiche – e dall’altro difendere la nuova fede nei confronti degli adepti delle altre religioni inizialmente maggioritarie nei territori conquistati: non solo cristiani ed ebrei, ma anche manichei, buddisti e pagani.

 

 

Joseph Van Ess, nei sei volumi di Theologie und Gesellschaft im 2. und 3. Jahrhundert Hidschra, ha rivoluzionato la nostra conoscenza degli esordi della teologia islamica. Di quell’impresa scientifica, destinata a un pubblico di specialisti, il presente volume, pur nella sua agilità, può considerarsi sintesi e introduzione al tempo stesso, anche grazie al ricco apparato di note esplicative.

 

 

Innanzitutto la decisiva disputa sulla natura dell’eresia (e dell’ortodossia) nell’Islam. Chi è credente? Chi è miscredente? Gradualmente nella comunità musulmana, angustiata dalle divisioni interne, si fa strada l’idea che la semplice accettazione dell’unicità divina sia sufficiente per conseguire la salvezza, eventualmente dopo una sorta di purgatorio. Nello stesso tempo una vena più rigorista trova nuova espressione nei movimenti terroristici odierni che giustificano il loro operato con un’accusa di takfîr (miscredenza) generalizzata.

 

 

Apparentemente più lontana dalla contemporaneità è la discussione intorno al Viaggio notturno del Profeta dell’Islam, cui è dedicato il secondo capitolo. Secondo le fonti più antiche, Muhammad vide Dio assiso sul trono, un antropomorfismo che fu successivamente risolto a favore di un più deciso trascendentalismo. Il credente vedrà Dio in Paradiso, secondo i sunniti, ma prima della fine la visione rimane un privilegio del Profeta, variamente elaborato nelle leggende pie. Anche a Baghdad, nei primi decenni del califfato abbaside, si dibatteva di scienza e fede: come dimostra il terzo capitolo, l’atomismo ereditato più dalla cosmologia iranica che dal pensiero greco non lasciava posto al volontarismo divino così potentemente affermato nel Corano. Fu merito di alcuni teologi mu‘taziliti l’aver trasformato un modello materialista in uno strumento del monoteismo: è Dio infatti – conclusero questi pensatori – a comporre e ricomporre, istante dopo istante, gli atomi che costituiscono i corpi. Anche se l’atomismo fu successivamente abbandonato dalla corrente maggioritaria, un certo grado di occasionalismo rimase sempre presente nella teologia posteriore.

 

 

Il califfato e l’organizzazione della comunità politica sono al centro del quarto capitolo: dopo aver enumerato le differenti soluzioni proposte al problema della legittimità, non prive di riscontri anche nel panorama attuale, Van Ess conclude con un’illuminante osservazione: «L’Islam ha avuto inizio con un grande successo politico, e a questo successo resterà legato per sempre» (p. 103).

 

 

Con lo scopo di passare in rassegna le fonti della teologia musulmana, l’ultimo capitolo offre infine in filigrana quasi una storia del movimento mu’tazilita, dai suoi fiduciosi esordi all’arrogante razionalismo che sfociò in presunzione e fanatismo. «Se tutti gli elementi della fede potessero essere scoperti dall’umana riflessione, perché mai Dio avrebbe parlato?» (p. 133). È questo in ultima analisi il sorprendente interrogativo cui una religione senza misteri non può sottrarsi.

 

 

Martino Diez

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