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Religione e società

Quel che l’uomo prende a cuore

 

Autore: Margaret S. Archer

 

Titolo: Essere umani. Il problema dell’agire

 

Editore: Marietti, Genova-Milano, 2007, pp. 356

 

 

Margaret S. Archer insegna Sociologia all’Università di Warwick (UK). Dal 1986 al 1990 è stata Presidente dell’Associazione Internazionale di Sociologia ed è membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Il volume Being Human. The Problem of Agency, pubblicato dalla Cambridge University Press nel 2000, intende offrire gli elementi fondativi di un’antropologia sociale. Lo studio, che insieme a Realist Social Theory. The Morphogenetic Approach del 1995, ha contribuito a rendere Archer l’esponente più rappresentativo in ambito internazionale del realismo critico nelle scienze sociali, prende le mosse dalla necessità di resistere all’impoverimento dell’umano in atto nelle società occidentali contemporanee in cui il relativismo culturale e l’ideologia post-modernista sembrano mettere in discussione ogni forma di datità. Nel volume, uno dei più importanti pubblicati nell’ultimo decennio nell’ambito della teoria sociale, sono presi in esame in modo analitico i processi attraverso cui emergono l’autocoscienza, l’identità personale e l’identità sociale.

 

 

Le argomentazioni della Archer si basano su un punto di vista originale che intende rifiutare tanto un modello di attore sociale ipersocializzato (sociologistico) quanto uno iposocializzato (economicistico), sia i punti di vista che rendono tutto ciò che siamo un prodotto della società, sia quelli che asseriscono che tutto ciò che costituisce la società possa essere desunto solo da ciò che siamo come individui. Per Archer il senso del sé, quale parte della nostra umanità, precede ed è originale rispetto alla socialità; l’autocoscienza ha un fondamento pratico, non linguistico. Le pratiche incarnate degli uomini nel mondo, definite “la fonte non verbale della ragione”, hanno una priorità, tanto logica quanto sostanziale, rispetto alle relazioni sociali nell’emergenza di un senso permanente del sé e nello sviluppo delle proprietà personali (che esistono già, in potenza, nel neonato). Con queste considerazioni la Archer, preoccupata per tutte le forme di costruttivismo sociale che tendono a vanificare l’umano, intende preservare l’eccedenza della persona umana, la sua irriducibilità rispetto al contesto sociale in cui si trova a vivere. Andando alla ricerca di ciò che costituisce il proprium dell’essere umano, la Archer individua una serie di premure riferibili all’ordine naturale, all’ordine pratico, all’ordine sociale che sono compendiate in quelli che vengono chiamati ultimate concerns, “interessi ultimi”. Riprendendo le tesi del filosofo Harry G. Frankfurt (ma si potrebbe dire anche riprendendo Sant’Agostino), Archer sostiene che «noi siamo ciò che più ci prendiamo a cuore». Questo significa che il nostro io si genera perseguendo ciò che ci sta ultimamente a cuore. Gli “interessi ultimi” non nascono in modo solipsistico, né possono essere introdotti nella persona dall’esterno (si tratterebbe in questo caso di alienazione), ma sorgono invece in relazione a come la persona definisce le proprie scelte rispondendo, da un lato, alla domanda della società e perseguendo, dall’altro, le esigenze più profonde dell’io. L’identità della persona nasce dal dialogo che essa è capace di intrattenere con se stessa e con le identità che le sono attribuite dalle istituzioni (famiglia, società, stato, comunità religiose). Questo dialogo, che Archer chiama “conversazione interiore” (l’autrice ha sviluppato questo aspetto in Structure, Agency and the Internal Conversation del 2003), costituisce il fondamento della riflessività e della trascendenza della persona.

 

 

Il libro costituisce un termine di confronto imprescindibile perché pone le fondamenta (antropologiche e ontologiche) del dialogo tra persone e tra culture e perché richiama il significato e la responsabilità del nostro essere umani. Il contributo di Being Human è quindi assai importante per chi non accetta che il dialogo sia considerato, da una parte, un lusso che non ci si può permettere e dall’altra una mera “chiacchiera” o un cavallo di Troia per disegni ideologici di diverse colorazioni.

 

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