Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale

Ultimo aggiornamento: 18/03/2024 16:53:53

Per la prima volta in 13 anni, un presidente iraniano ha visitato la Siria. Ebrahim Raisi ha effettuato una visita di due giorni a Damasco, durante la quale ha incontrato il presidente siriano Bashar al-Assad. Inserito nel contesto di riavvicinamento tra la Siria e i Paesi arabi, il viaggio di Raisi assume una rilevanza ancora maggiore. Al centro dell’incontro tra i due presidenti vi era lo stato delle relazioni bilaterali tra i due Stati. Siria e Iran hanno siglato un memorandum d’intesa sul rafforzamento della cooperazione in materia di agricoltura, risorse energetiche, trasporti, comunicazione e libere zone di scambio. Sono stati inoltre firmati 15 accordi di cooperazione che riguardano i pellegrinaggi islamici, gli affari bancari e le tratte aeree, ha riportato l’agenzia ufficiale iraniana IRNA. Dopo aver sostenuto il regime al potere in Siria durante la guerra, Teheran sta facendo di tutto per ottenere un posto in prima fila nel futuro economico del Paese, tentando di «espandere il commercio e assicurarsi un punto d’entrata per le società statali e private», ha commentato al-Jazeera.

 

Durante la visita, Raisi si è complimentato con il partner siriano per essere riuscito a ottenere una grande vittoria nella guerra civile «nonostante le minacce e le sanzioni» alle quali la Siria era (ed è) sottoposta. Dal canto suo, Bashar al-Assad ha ricambiato ricordando che «l’Iran non ha esitato a fornire alla Siria supporto politico ed economico, e persino a offrire il suo sangue». Un sostegno che è costato parecchio a Teheran, sia in termini di vite umane che in termini economici. È proprio in ambito economico che l’Iran sta sperimentando una crisi ormai cronica. Lo testimonia il fatto che, per la prima volta dopo dieci anni, i dati sull’inflazione pubblicati mensilmente sono stati tenuti nascosti dalle autorità della Repubblica Islamica. L’ultimo dato pubblicato è quello che fa riferimento al mese di Bahman, che corrisponde a parte di gennaio e febbraio. In quel periodo l’inflazione si attestava al 47,7%. Sembra, ha affermato l’analista di economia politica Saeed Laylaz, «che il Centro Statistico iraniano non sia stato autorizzato dalle più alte autorità a rendere noto il tasso di inflazione, onde evitare di dover ammettere che questo governo ha superato il record storico del Paese [49% nel 1995, n.d.r.]. Il fatto è che il governo non è stato in grado di frenare l’inflazione».

 

Secondo Mohammad Jamshidi, vice di Raisi agli affari politici, la visita del presidente della Repubblica Islamica in Siria segna «la vittoria strategica dell’Iran nella regione», evidenziata dal fatto che gli stessi Paesi arabi che spingevano per la caduta di Assad si stiano ora preparando a riaccogliere Damasco nella Lega Araba, anche se, in realtà, il processo è irto di difficoltà e l’esito è tutt’altro che scontato.

 

L’Iran è stato al centro dell’attenzione mediatica di questa settimana anche per la pubblicazione sul New York Times di un lungo articolo sulla figura di Alireza Akbari, l’ex viceministro della Difesa e cittadino irano-britannico giustiziato dalle autorità iraniane lo scorso gennaio. Secondo l’articolo, che conferma dunque la versione degli ayatollah, Akbari sarebbe stato una talpa britannica. Il doppio gioco di Akbari avrebbe permesso, si legge, di rivelare importanti segreti sulle intenzioni iraniane di dotarsi di armamenti nucleari, ma non solo. Akbari avrebbe anche comunicato ai servizi di intelligence di Sua Maestà l’identità segreta di oltre 100 funzionari iraniani, tra cui quella di Mohsen Fakhrizadeh, lo scienziato nucleare assassinato da Israele nel 2020. Akbari sarebbe anche la fonte che ha reso nota l’esistenza del sito nucleare segreto di Fordow. La storia va comunque, come sempre in questi casi, presa con il beneficio del dubbio. Un diplomatico britannico, citato dalla giornalista Laura Rozen, ne ha messo in dubbio la veridicità. Inoltre, il ricercatore Abdolrasool Divsallar ha evidenziato su Twitter come dalla ricostruzione del New York Times emergano numerose domande: come faceva Akbari ad avere accesso alle informazioni sul Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale dopo il 2008? Perché ha continuato a svolgere le sue operazioni sotto copertura anche dopo il primo arresto che ha dovuto subire? Domande che, per ora, restano senza risposta.

 

Nessuna tregua in Sudan

 

L’ultimo cessate-il-fuoco in Sudan è stato annunciato mercoledì, raggiunto grazie agli sforzi del Sud Sudan. Ma come tutte le precedenti tregue, anche questa è fallita prima ancora di incominciare. I combattimenti, specialmente a Khartoum, non si sono mai realmente fermati. Secondo la ricostruzione di al-Jazeera il motivo va ricercato nel fatto che sia al-Burhan che Hemedti sono tuttora convinti di poter ottenere una vittoria militare. Inoltre, la pressione della comunità internazionale stenta a farsi sentire, con gli attori esteri concentrati soprattutto sulla riuscita delle operazioni di evacuazione dei propri cittadini.

 

Intanto, diversi media continuano a interrogarsi su come si sia arrivati a questa situazione. Solo poche settimane fa, ricordano tre giornalisti americani, i diplomatici statunitensi pensavano che il Sudan fosse pronto per un passo decisivo nella transizione dalla dittatura militare alla leadership democratica. È avvenuto esattamente l’opposto e questo è un dato da analizzare alla luce della politica estera di Joe Biden, che mira dichiaratamente a rafforzare le democrazie per opporsi ad attori internazionali autoritari come Russia e Cina. Per molti, le responsabilità occidentali, e in particolare americane, sono grandi,: l’errore è stato «coccolare i generali, accettare le loro richieste irrazionali e trattarli come naturali attori politici, ciò che ha alimentato la loro brama di potere e la loro illusione di legittimità», ha affermato Amgad Fareid Eltayeb, consigliere del deposto primo ministro Abdalla Hamdok. Quella che sperimenta il Sudan è una doppia crisi: oggi siamo concentrati su quella più evidente, che consiste in uno scontro interno al mondo militare sudanese tra al-Burhan e Hemedti. A questa però si affianca lo scontro tra le forze democratiche (che oggi sono assenti dalla narrazione mediatica) e i fautori di un governo autoritario. Sarà impossibile risolvere una delle due crisi senza contemporaneamente affrontare l’altra, ha scritto Amin Saikal sul sito dell’Australian Strategic Policy Institute.

 

La situazione sul campo dice che, mentre a Khartoum Hemedti è riuscito finora a tenere testa all’esercito di al-Burhan, è dalla roccaforte nel Darfur che potrebbe venire una minaccia per il capo delle Forze di Supporto Rapido (RSF). È in questa regione infatti che l’importante capo tribale Musa Hilal, che appartiene alla stessa tribù Rizeigat di Hemedti, ma a un altro clan, potrebbe essere cooptato dall’esercito per sfavorire Hemedti. Lo scenario peggiore per la popolazione non-araba del Darfur sarebbe invece se, al contrario, Hemedti e Hilal passassero sopra alle loro divergenze e si coalizzassero contro l’esercito, ha affermato l’attivista locale Zakaria Bedour. Inoltre, secondo Folahanmi Aina (RUSI) c’è il rischio concreto che il conflitto in Sudan generi un «effetto domino» che avrebbe conseguenze sull’area del bacino del lago Ciad e su tutto il Sahel. Una delle più immediate conseguenze dello scontro tra l’esercito sudanese e le RSF è, per Folahanmi, l’aumento dei traffici e della diffusione di armi leggere che si deve alla presenza dei corridoi di contrabbando, tra cui quello a nord-ovest, dalla Libia, e alla natura porosa dei confini tra i Paesi della regione.

 

Buone notizie per Erdoğan

 

Buone notizie per Erdoğan: i dati rilasciati mercoledì dalle autorità turche mostrano una frenata dell’inflazione, che sta pesantemente erodendo il potere d’acquisto dei cittadini e dei nuclei familiari turchi. Ad aprile il tasso annuale di crescita dei prezzi si è attestato al 43,68%, quasi sette punti percentuali in meno rispetto a marzo. Resta comunque una situazione particolarmente complicata, soprattutto se si considera che i dati diffusi dall’Istituto turco di statistica mostrano che l’inflazione sui soli beni alimentari ha quasi raggiunto il 54%. Un altro assist a Erdoğan è arrivato dalla Russia: Ankara è infatti riuscita a ottenere il rinvio dei pagamenti dovuti dalla Turchia a Gazprom per l’importazione di gas naturale. L’aumento dei prezzi dell’energia seguito all’invasione russa dell’Ucraina ha causato un peggioramento della bilancia commerciale turca, che nel 2022 ha fatto segnare un deficit pari a 48,75 miliardi di dollari. È proprio a causa del cronico deficit commerciale, iniziato ben prima dell’improvviso aumento dei prezzi degli idrocarburi a cui abbiamo assistito l’anno scorso, che Erdoğan ha varato il suo programma economico «che dà la priorità a investimenti ed esportazioni mentre mantiene bassi i tassi di interesse», ha ricordato Reuters.

 

Intanto, a poco più di una settimana dal primo turno delle elezioni (presidenziali e parlamentari) ci si continua a interrogare su quale potrebbe essere l’effetto del devastante terremoto che lo scorso febbraio ha colpito Turchia e Siria. È molto difficile stabilire con certezza chi, tra Erdoğan e Kılıçdaroğlu potrà, complessivamente, trarne un vantaggio elettorale. Da osservatori esterni possiamo però dire che alcune delle cose avvenute durante e dopo il sisma non gettano una buona luce sul modo di governare dell’AKP, tanto a livello nazionale quanto a livello locale. Come hanno infatti mostrato diverse indagini (l’ultima in ordine cronologico è quella del New York Times), molti degli edifici che sono stati venduti e pubblicizzati come aderenti alle più avanzate norme anti-sismiche sono crollati. A molti dei residenti era persino stato detto che, in caso di scosse, non avrebbero dovuto cercare di abbandonare la propria casa, perché quello era il luogo più sicuro dove rimanere durante un evento sismico. Al contrario, mazzette ed entrature nel mondo politico hanno permesso ai costruttori di aggirare le norme messe a punto dopo il terremoto del 1999. Ciò che è avvenuto ad Antakya, dove moltissimi edifici sono crollati, è la rappresentazione delle conseguenze di un «sistema di clientela che ha prosperato sotto la guida del presidente Recep Tayyip Erdoğan e che ha sospinto il boom edilizio degli scorsi due decenni», hanno scritto Ceylan Yeginsu, Rebecca Ruiz e Nimet Kirac.

 

Nonostante alcuni sondaggi indichino che l’opposizione è vantaggio rispetto a Erdoğan, occorre tenere presente che le elezioni «non saranno free and fair». Ne hanno parlato Nate Schenkkan e Aykut Garipoglu su Foreign Policy. Eppure, nonostante il leader dell’AKP abbia portato la Turchia verso l’autoritarismo, il sistema politico turco resta «competitivo e plurale». È vero, dunque, che l’opposizione potrebbe teoricamente vincere, ma come hanno ricordato i due autori dell’articolo apparso sul magazine americano, dopo la riforma varata nel 2022 (che ha modificato il criterio di selezione dei giudici), Erdoğan può contare sull’importante sostegno del Consiglio supremo delle elezioni (YSK, la commissione elettorale centrale).

 

In breve

 

Dopo (l’ennesimo) scioglimento del Parlamento tramite decreto reale, il Kuwait ha fissato al 6 giugno la data per le prossime elezioni legislative (Reuters).

 

Dopo l’annuncio della morte di Khader Adnan, avvenuta in seguito a uno sciopero della fame mentre il detenuto si trovava nelle carceri israeliani, da Gaza sono stati lanciati dei razzi verso Israele. Lo Stato ebraico ha poi bombardato la striscia di Gaza (Guardian).

 

Sabato il consigliere per la sicurezza nazionale americano Jake Sullivan si recherà in visita in Arabia Saudita, dove oltre ai vertici del regno incontrerà anche quelli emiratini ed indiani, per «discutere di nuove opportunità di cooperazione» (Al-Monitor).

 

Dopo quattro anni di prigionia, l’Egitto ha liberato il giornalista di al-Jazeera Hisham Abdel Aziz (BBC News).

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