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Dall’annuncio orale al testo scritto: storia della trasmissione del Corano

Nel suo ultimo libro, François Déroche ricapitola la sua esperienza di studioso e passa in rassegna i problemi legati alla fissazione del testo sacro dell’Islam

Ultimo aggiornamento: 13/10/2020 15:23:05

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Recensione di: François Déroche, Corano, una storia plurale. La formazione e la trasmissione del testo, Carocci, Roma 2020.

 

L’autore di queste pagine, uno dei maggiori esperti al mondo di manoscritti arabi antichi (specialmente coranici), ricapitola le sue lunghe esperienze di studioso e la principali teorie che si sono susseguite nel tempo e ancor oggi fioriscono a proposito di un tema di capitale importanza: il Corano scritto (prima a mano, ma ormai da secoli anche stampato in innumerevoli esemplari) riporta fedelmente, tutto e soltanto ciò che Dio avrebbe rivelato al profeta Maometto durante il ventennio della sua predicazione? Questo è quanto viene sostenuto dall’ortodossia islamica e creduto dalla stragrande maggioranza dei credenti.

 

Tuttavia, come per ogni altro messaggio antico passato da una tradizione orale alla redazione testuale, non sono davvero poche né di poco conto le problematiche che hanno accompagnato tale passaggio, suscitando secolari dispute anche interne alla comunità musulmana, pur poco note al di fuori della ristretta cerchia degli specialisti. Il particolarissimo status della Parola “rivelata” nell’Islam sembrerebbe rendere ancor più rilevante il tema, in quanto non si tratterebbe di una ispirazione simile a quella dei profeti biblici (che non a caso traspaiono con la propria personalità influenzando con tematiche e stili propri i testi a loro attribuiti) né di una incarnazione del Verbo divino come nel caso di Cristo, bensì di una vera e propria dettatura da parte dell’angelo Gabriele (lo stesso dell’Annuncio a Maria) al Profeta. Già durante la vita di Maometto alcuni versetti sarebbero stati imparati e recitati dai suoi uditori con varianti, né va trascurato che nella logica interna alla rivelazione coranica è anche ammesso che Iddio abbia deciso di abrogare interi versetti, facendoli venir meno (o, come dice la tradizione islamica, “richiamandoli in cielo”) o sostituendoli con disposizioni successive.

 

Di qui l’importanza soprattutto giuridica della sequenza cronologica delle sure o capitoli e degli stessi versetti (una parte dei quali sarebbero riportati in sure precedenti o successive per caso, ma la cui collocazione temporale è poi stata ricostruita dagli esperti) che non corrisponde affatto all’ordine dei 114 capitoli che lo compongono e che si susseguono, tranne il primo, grosso modo in ordine di lunghezza decrescente. Che dire poi della divisione e titolazione delle sure? Della ripartizione in versetti? Della soltanto graduale fissazione dei punti diacritici che distinguono tra loro lettere simili e della relativamente tarda vocalizzazione? In epoca abbaside le quattordici possibili “lezioni” differenti sopravvissute alla stesura di una prima Vulgata da parte del terzo califfo Uthmān (che però raramente mutano il contenuto semantico del testo) furono salomonicamente dichiarate tutte autentiche, onde evitare possibili divisioni se non veri e propri scismi sulla base di diverse redazioni del Testo sacro. Ma, come accennato, anche durante la vita del Profeta egli stesso avrebbe autorizzato varianti stilistiche a patto di non mettere «la misericordia al posto del castigo e il castigo al posto della misericordia», ossia di non mutare il contenuto del messaggio. Tale flessibilità non deve stupire più di tanto, se si tiene appunto conto di ciò che si potrebbe definire l’“evento coranico”, vale a dire la viva e diretta trasmissione orale del Corano in un ambiente dove quasi ancor nulla si scriveva.

 

Questa fase, tuttavia, si esaurì inevitabilmente con la scomparsa del Profeta e la fine della sua missione, per divenire abbastanza rapidamente un testo vero e proprio, fissato nero su bianco all’interno di una civiltà in formazione, tra le più grafomani che siano esistite, e di una dogmatica che sebbene scarna è presto giunta a definirlo “copia terrena” di un “archetipo celeste” eterno e increato, oltre che dotato di caratteristiche anche formali che lo renderebbero addirittura “miracoloso” e quindi inimitabile, al di là di ogni perizia umana che pretendesse di produrre qualcosa in grado di eguagliarlo o di essergli meramente simile.

 

Questi pochi esempi non pretendono di riassumere la quantità impressionante di casi trattati dal Déroche con competenza e acribia filologica, ma unicamente di destare attenzione su una questione che, ben oltre i confini di interessi prettamente esegetici, riguarda tutte le fedi e in particolare quelle che si rifanno a una “rivelazione”: la Parola divina, irrompendo nel tempo e nello spazio, ne assume in una certa misura anche le dimensioni e i limiti. Come e in che misura riportarla alla forma più simile possibile all’originale per preservarne l’autenticità, ma allo stesso tempo rispettandone la natura di “grande codice” di una larga parte dell’umanità, così come si è stabilizzato e trasmesso per secoli?

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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