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Le nostre letture

Una risposta teologica al fanatico che è in noi

Nel suo libro sul fanatismo, Adrien Candiard afferma che non è l’eccesso di Dio, ma la sua assenza, a produrre le peggiori aberrazioni

Ultimo aggiornamento: 07/09/2021 14:29:23

fanatismo_adrien_candiard.jpgRecensione di Adrien Candiard, Du Fanatisme: Quand la religion est malade, Les éditions du Cerf, Paris 2020.

Traduzione italiana: Fanatismo! Quando la religione è senza Dio, EMI, Verona 2021

 

Scozia 2016. Un bottegaio musulmano è accoltellato a morte da un suo correligionario per aver augurato su Facebook: «Buona Pasqua ai miei cari concittadini cristiani». È questo l’antefatto, a prima vista un gesto “incomprensibile”, da cui parte Adrien Candiard per tentare di spiegarsi e spiegare cos’è il fanatismo, un tema che, oramai da vent’anni, è cronaca ricorrente sia in Europa che nel resto del mondo.

 

Candiard scrive questo libro “a quattro mani”, unendo il suo essere credente, frate domenicano, sacerdote cattolico, con il suo lavoro di islamologo specialista di Ibn Taymiyya, pensatore musulmano del XIV secolo, noto oggi soprattutto come uno dei principali riferimenti dei movimenti salafiti e jihadisti.

 

Le ragioni di una follia

 

Il volume parte dal termine fanatismo. È un termine preciso, con una storia precisa: diverso da etichette più ambigue come radicalismo, integrismo, fondamentalismo, islamismo. Secondo l’accezione moderna, affermatasi con l’Illuminismo, esso indica dei comportamenti religiosi ritenuti aberranti. Voltaire, in particolare, considerava il fanatismo una malattia (spesso manipolata da abili burattinai) e dava come esempio di fanatici «i borghesi di Parigi che, la notte di San Bartolomeo [del 1572], corrono ad assassinare, sgozzare, gettare dalle finestre e fare a pezzi i loro concittadini che non vanno a Messa». Ma la notte di San Bartolomeo, come l’episodio scozzese, è davvero qualcosa di meramente folle e inspiegabile?

 

Per rispondere a questa domanda, Candiard sceglie un approccio teologico, ossia «un discorso ragionato e critico sulla fede e su Dio». Una pista spesso esclusa o ignorata nei dibattiti attuali, che rappresenta però l’unica prospettiva capace di prendere sul serio i motivi religiosi di una persona fanatica, senza etichettarla a priori come folle, vittima di un malessere sociale, di un’umiliazione politico-nazionale o semplicemente, disumana.

 

Nell’esposizione di questo approccio parla dunque lo studioso di testi islamici medievali: legittimare l’uccisione di un confratello musulmano che augura buona Pasqua a un cristiano riflette l’opinione giuridica di una certa scuola teologica islamica, quella hanbalita. Questa mette al centro l’assoluta trascendenza divina, concludendo che, non potendo attingere la natura di Dio, possiamo solo conoscere la Sua volontà, ossia i Suoi comandamenti e la Sua Legge. Ne deriva un “pio agnosticismo”, una teologia che, paradossalmente, pensa la propria inutilità e la propria impossibilità. Poiché Dio non è conoscibile nella sua natura, non si può avere una relazione con Lui, non lo si può amare. Al limite, si possono amare i Suoi comandamenti. Le concezioni teologiche hanbalite implicano che essere musulmano significa agire da musulmano, al di là delle proprie convinzioni interiori. Ecco allora che la violenza diventa “logica”: non posso obbligare nessuno a credere o ad amare, ma posso costringerlo ad agire secondo la Legge di Dio. Insomma, l’hanbalismo è una teologia che rifiuta la teologia, una scuola dove Dio è assente, completamente associato e identificato con la Legge. Candiard ricorda che un certo numero di musulmani, magari inconsciamente, è oggi influenzato da questa visione. Questa lettura è dunque la chiave che permette di definire e meglio comprendere (e di mettere in discussione) il fanatismo: quest’ultimo deriva da teologie che hanno messo Dio da parte, che non smettono di parlare del divino, facendone però tranquillamente a meno.

 

Il culto degli idoli 

 

Se il fanatismo, dunque, non è l’eccesso di Dio, ma la Sua assenza, cosa riempie questa assenza? A questa domanda risponde lo scrittore credente, fra Adrien: gli idoli, tutto ciò che viene divinizzato, ma non è Dio. Un termine tanto arcaico quanto attuale, che indica qualcosa di pericolosamente vicino a Dio, con cui è facile confonderLo: la Legge, la Bibbia, la liturgia, i Santi, le proprie personalissime idee, l’identità religiosa e la religione stessa. Troppo occupato con uno o più di questi idoli, il credente si dimentica di Dio e di quella verità fondamentale che è ripetuta così spesso nei testi sacri: solo Dio è Dio. Il fanatismo inizia quando si vogliono costringere Dio e la Sua infinità in piani umani, in schemi finiti, nelle proprie battaglie. Quando ci si dimentica che è Dio a portare noi, non siamo noi a portare Lui.

 

La domanda sorge spontanea: perché non eliminare Dio tout court? Perché sarebbe dimenticarsi di tutti gli idoli profani, dei tanti fanatismi prodotti dalle ideologie secolari. Secondo fra Adrien, profano o religioso che sia, il fanatismo è conseguenza dell’assenza di Dio, e della sua sostituzione con qualcos’altro. E per non rimpiazzarLo, bisogna fargli spazio.

 

Lasciare spazio a Dio, significa lasciare che Dio mi ami. Una prospettiva spaventosa, perché l’amore di Dio non si controlla, sfugge a ogni logica umana, alle nostre griglie perfettamente coerenti. Ma è l’elemento essenziale di ogni esperienza religiosa: non si può amare sé stessi né gli altri se non si è amati. Chi non si sa amato e non si lascia amare, si ammala di quella malattia dell’anima chiamata sclerocardia (la durezza di cuore), e diventa severo nei confronti degli altri, un’inflessibilità che genera, nel peggiore dei casi, violenza.

 

Perché gli idoli, essendo limitati, limitano. Limitano il credente, creando esperienze spirituali piene di paure, scrupoli e ossessioni; e limitano la realtà, nell’illusione di domarla. La vita spirituale di un fanatico è spesso caratterizzata da quella coerenza estrema che, nella speranza di ordinare la vita nel suo flusso reale, così incoerente e scomodo, la soffoca e la blocca.

 

Tre rimedi contro il fanatismo

 

Fra Adrien chiude il suo libro con un titolo che evoca una sorta di spoliazione delle proprie immagini idolatriche: cammino iconoclasta. Scettico su come delle società agnostiche possano realmente “deradicalizzare” un credente, ipotizza alcune piste affinché, a un problema eminentemente religioso, sia data una risposta religiosa. Non fanatica, certo, ma soprattutto non moderata: serve acqua viva, non tiepida.

 

La partita si gioca nella vita spirituale di ciascuno. Il cammino di conversione dai fanatismi passa dall’accogliere l’amore di Dio, di un Dio vivente. E Candiard propone per questo tre squisiti rimedi: la teologia, il dialogo interreligioso fatto di carne e ossa, la preghiera silenziosa e mendicante. E qui sì, serve leggersi e rileggersi il libro, per capire come prendersi cura dei propri vuoti vertiginosi, che possono riempirsi alternativamente di idoli o di eros divino.

 

Il volume di fra Adrien è prezioso per tanti motivi. È corto, cristallino e onesto, come tutti i suoi libri. Nella cacofonia che contraddistingue il panorama mediatico che si occupa di Islam, non è poco.

 

È semplice, ma non semplicista. Lo può leggere il docente di controversie teologiche islamiche come i nonni del suddetto. Tutti e tre concluderanno che ha ragione Papa Francesco: «è nel flusso della vita che bisogna discernere» il proprio cammino spirituale. E non è tutto bianco e nero, nemmeno il fanatismo.

 

È raro, perché rare sono le risposte teologiche (e ancor di più, quelle comprensibili) a un problema religioso. È un libro che ci ricorda l’urgenza di riportare la teologia al centro di molti dibattiti attuali. E che la religione c’entra, e c’entra eccome.

 

E c’entra anche con noi. Quest’ultimo forse è il vero pregio del volume: non offre piste impossibili. Si parte da noi, dal fanatico in me, dal credente e il non credente che dialogano interiormente, dal moderato tiepido e dal mistico ardente, dal pensante e dal non pensante, che devono render conto della propria fede o della propria non fede con una riflessione critica su cosa il nostro linguaggio umano può dire o non dire su Dio[1].

 

Fra Adrien Candiard ci aiuta a prendere sul serio l’incomprensibile, sia l’incomprensibile Male del fanatismo che l’incomprensibile Bene di essere amati. E a dar senso a una bizzarra preghiera di un certo Meister Eckhart, anche lui domenicano, che, con Ibn Taymiyya, condivide la data di morte: «Preghiamo Dio di liberarci da Dio».

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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[1] Segnalo un altro libretto, che con quello qui recensito condivide due caratteristiche: è stato scritto da un prete francese ed è molto corto. Sviluppa in particolare i temi del terzo capitolo qui esposto, «il cammino iconoclasta», ossia la spoliazione del credente da certe immagini di Dio tanto ancorate quanto deleterie. Jean-Marie Ploux, Dio non è quel che credi, Edizioni Qiqajon, Monastero di Bose 2010.