"Se è vero che il radicalizzato non mostra più segni evidenti di scompenso, questo apparente equilibro è dovuto al fatto che in lui il soggetto ha ceduto il passo all’automa"

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Ultimo aggiornamento: 19/06/2024 12:25:49

Recensione di Fethi Benslama, Un furieux désir de sacrifice. Le surmusulman, Seuil, Paris 2016

 

«Come pensare il desiderio sacrificale che si è impadronito di tanti giovani in nome dell’Islam?» (p. 9)

Inizia da questo interrogativo il saggio di Fethi Benslama, psicanalista di origine tunisina che esercita da anni nella banlieue nord di Parigi. Alla domanda si risponde in genere attraverso la nozione di radicalizzazione, ma per l’autore il termine rischia di coprire il problema più che spiegarlo. Dopotutto, “il concetto di cane non abbaia” (Spinoza).

 

La prima parte del saggio si propone allora di verificare il valore sintomatico (e non semplicemente sicuritario) della nozione di radicalizzazione, valore che andrebbe ricercato nell’etimologia stessa del termine, in quella “radice”, perduta sulla terra, che l’ultra-islamista cerca di ritrovare in cielo. Due terzi dei radicalizzati – osserva Benslama – hanno tra i 15 e i 25 anni, periodo che corrisponde a una «zona moratoria dell’adolescenza» (p. 41). Nelle società contemporanee questa condizione liminale si prolunga indefinitamente.

 

La «avidità di ideali» (p. 44) che la contraddistingue può sfociare in momenti intensi di depressione ed esaltazione che mettono a rischio la salute psichica del soggetto. Nei casi più estremi allora «la radicalizzazione è, dal punto di vista del soggetto, una via di “guarigione”» (p. 51). Essa passa però attraverso l’annientamento della propria singolarità, lungo una serie di tappe che sfociano nell’autosacrificio, espressione del «narcisismo supremo della Causa persa» (Lacan).

 

Un’obiezione ricorrente a questa lettura è che la maggior parte dei jihadisti non presentano profili psicologici disturbati. Per l’autore si tratta tuttavia di un’illusione ottica: se è vero che il radicalizzato non mostra più segni evidenti di scompenso, questo apparente equilibro è dovuto al fatto che in lui il soggetto ha ceduto il passo all’automa.

 

Resta da spiegare però per quale ragione la “via sacrificale” tenti oggi in modo particolare la gioventù musulmana. La risposta, articolata nella seconda parte del saggio, chiama in causa l’islamismo come «utopia antipolitica» (p. 67), assorbimento del politico nel religioso più che semplice politicizzazione del religioso. Di fronte alla sfida ben riassunta della sprezzante domanda di Bonaparte agli shaykh di al-Azhar, se cioè il Corano insegni a fondere i cannoni, la soluzione sarebbe consistita nella graduale invenzione del “super-musulmano”, il cui imperativo esistenziale non è più “divieni” ma “ri-vieni”, “ritorna” a una supposta purezza originaria. Eppure in questo passaggio dall’Islam all’islamismo – osserva Benslama – va perduta una qualità fondamentale: l’umiltà. Perché i jihadisti «si sottomettono a Dio unicamente sottomettendolo a loro» (p. 94). Nelle ultime pagine l’autore cerca di abbozzare una possibile via d’uscita, che a suo avviso consisterebbe nel passaggio da un’appartenenza organica alla comunità a un’appartenenza riflessa alla società, di cui la rivoluzione tunisina e la parola liberata che essa ha prodotto sarebbe al momento l’espressione più avanzata.

 

Come si può intuire anche solo da queste righe, la prospettiva del saggio è molto originale. Dispiace quindi constatare una certa fretta nella verifica delle informazioni, soprattutto sul versante arabo: una fantomatica ouma, “madre”, come etimologia di umma (p. 89), la femminista Hoda Sha‘rawi che si toglie il velo al ritorno da un congresso femminista «a Parigi o Roma» (p. 124), un paragrafo piuttosto estrinseco sulla cosiddetta fatwa dell’allattamento...

Il limite maggiore, pur nella validità delle osservazioni empiriche, resta comunque la riduzione del fatto religioso a pura illusione per fuggire l’angoscia della finitezza. In luogo di questa lettura, si sarebbe forse potuta approfondire un’intuizione – peraltro citata – di Lacan che, rovesciando la formula di Dostoevskij, scriveva: «Se Dio è morto, allora nulla è permesso». Mancando la figura dell’Altro che autorizza o vieta, l’uomo è abbandonato al suo desiderio e al senso di colpa. Fino a produrre, appunto, un «furioso desiderio di sacrificio».

 

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