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Recensioni

Una Turchia divisa raccontata su Netflix

Fermo immagine tratto dalla serie "Ethos"

La serie turca Ethos mette in scena due universi in cui niente è come sembra

Ultimo aggiornamento: 08/02/2021 13:40:30

Sorpresa. Chi si fosse stancato di Bridgerton e di Lupin, due tra le serie top di Netflix, può rovistare tra le pieghe del network e trovare un piccolo gioiello dal titolo retro, Ethos. Piccolo solo dal punto di vista quantitativo – una stagione, otto puntate da quaranta minuti circa –, perché come qualità è un gigante. Prodotto in Turchia per il web nel 2020, è diretto da un autore di teatro, Berkun Oya, e interpretata dalla crème dello spettacolo turco. Nomi di star che a noi dicono poco o niente (Öykü Karayel, Fatih Artman, Funda Eryiğit, Defne Kayalar, Tülin Özen) ma che, alla prova dei fatti, lasciano a bocca aperta. Il titolo originale, tradotto con il termine Ethos sul mercato occidentale, suona Bir Başkadir, che significa “è altro” o “è un’altra cosa”: un’espressione tratta dal verso di una canzone celebre in Turchia negli anni ’70.

 

E davvero qui c’è qualcosa di diverso da ciò a cui siamo abituati. Basta un’occhiata alla prima puntata per rendersene conto. Un’anima divisa in due, quella della Turchia di oggi (ma forse anche quella di ieri, a giudicare dalle immagini di repertorio di Istanbul nel secolo scorso che chiudono la serie). La città metropolitana, quelle periferie anonime con i minareti che svettano lontani e il luccicare del Bosforo, da una parte; dall’altra, la campagna povera, i villaggi dai sentieri polverosi e impervi, i panni stesi sul filo fuori dalla porta di casa. Le donne emancipate e indipendenti, che fanno lavori importanti, e le donne velate, soggette a mariti padri fratelli: tutte bellissime, tutte smarrite, tutte sull’orlo di una crisi di nervi. E ancora, le discoteche, la musica elettronica ascoltata in cuffia, in macchina o nei bar, mescolata al caos del traffico urbano, e le melodie della tradizione popolare turca, presenti soprattutto negli inserti finali delle puntate, dove un cantante vestito di bianco (Ferdi Ozbegen, molto famoso negli anni ‘70) si esibisce nelle canzoni della tradizione arabesk che trasudano sentimento e nostalgia.

 

In realtà, la serie non propone una contrapposizione meccanica tra due mondi, due stili, due identità; anzi, accentua l’intreccio tra universi lontani, lo esaspera, lo dilata. Se i villaggi, luogo della nostalgia e del rimpianto, nascondono dietro la magia del passato stupri, botte, miseria, scopriamo che, anche negli appartamenti lussuosi dei grattacieli, nelle ville sul mare, non resta niente sotto la patina del denaro, il vuoto a perdere di vite noiose e sprecate. La psicanalista Peri, donna intelligente, moderna e non credente, disprezza le pazienti con il velo? La collega che le fa da supervisore la ascolta impassibile snocciolare pregiudizi mentre in sala d’aspetto la attende la sorella, velatissima e aggressiva, orgogliosa della propria condizione e della propria fede. La guida spirituale del quartiere, l’“hoca” Ali Sadi, sembra avere una vita perfetta: stimato predicatore in moschea, ha una moglie amatissima e una figlia devota. Ma poi la ragazza prenderà la sua strada con un’amica del cuore, gettando alle ortiche velo e scrupoli e lasciando il padre con tanti ricordi scomodi e, per una volta, senza parole. In compenso, di parole ne ha tantissime il vicino, che cita Jung ad ogni passo e non riesce a tacere nemmeno davanti alla sua bella, mentre è in attesa di un sì che non arriva.

 

Il raccordo tra le anime infelici della Turchia di Erdoğan è proprio la psicanalisi, che fa da collante e filo rosso a tutte le storie. Parlano i testimoni: in primis, la bellissima Meryem, sottomessa al fratello e devota a una religione, l’Islam, che non l’aiuta a vivere, approdata dalla psicanalista dopo una serie di svenimenti senza apparente ragione. Meryem, che chiama tutte le donne “sorella”, intelligente e gentile, dimessa e furba, sempre in affanno, sempre di corsa per prendere il bus 24 che, dalla periferia, la porta al centro e ritorno. E poi la cognata, che soffre di un male misterioso, il bambino che non parla, il fratello ex combattente, costretto dalla crisi economica al lavoro odioso di buttafuori in discoteca. E ancora, il padrone della casa dove Meryem fa le pulizie, le sue amanti, le famiglie delle amanti, la psicanalista e la ricca mamma lontana, l’attricetta di soap. E via, ad allargare e abbracciare, nello spazio breve di una puntata, tutti i protagonisti di questo mondo nuovo, sospeso a un passato che non c’è più e proteso ad un futuro che ancora non è.

 

La notizia è che nella società turca, dove l’integralismo è al potere e dove – suggerisce la psicanalista – le persone intelligenti come lei, i moderni, “vivono in un acquario”, la secolarizzazione è arrivata: non ha fatto rivoluzioni ma si è tirata dietro tutte le contraddizioni del Paese. Le contraddizioni della storia – come il rapporto con i greci, gli armeni, i curdi, presenti a vario titolo nella serie –, e le contraddizioni private: la solitudine, la difficoltà a parlarsi, i traumi che raggelano il quotidiano. Nella serie, ad elencare i tanti, dolorosi contrasti della vita è una contadina ignorante che si confessa a una psicanalista complessata. E c’è spazio per tutto, o quasi, in questi bellissimi dialoghi accompagnati dalle musiche melò e dalla splendida fotografia che alterna le ombre dense del bianco e nero ai colori sfacciati dell’Oriente più vistoso.

 

Il risultato è una seduta di analisi collettiva che abbraccia il Paese, una conversazione infinita che riecheggia il lunare blablabla dei film di Cassavetes negli anni ’70, una scrittura e una tecnica raffinatissime. Non proprio una soap, Ethos, non certo un melò, di sicuro non un film storico, di cui la Turchia è produttore prolifico. Piuttosto, un puzzle fatto di parole e primissimi piani, di montaggi alternati e di tempi morti. Un linguaggio nuovo, che ai vecchi problemi – il disagio delle donne in una società tutta al maschile, l’incapacità di educare, l’affannoso tentativo di seguire alla lettera regole che non hanno più un perché –, ne aggiunge di nuovi, quelli delle metropoli occidentali: la spersonalizzazione, la perdita della identità, il venir meno del senso della vita.

 

Come le psicanaliste della storia, Ethos non dà giudizi, non ostenta preferenze, non fa proposte. È davvero “altra cosa” dalla narrazione con morale cui siamo abituati. E le storie che racconta potrebbero anche rivelarsi più potenti di un manifesto politico, di un partito. Discreta fino alla fine, la serie non ammicca neppure a un seguito che però è facile immaginare, visto il vasto dibattito suscitato nel Paese e fuori. Al momento, Netflix ha toccato la cifra incredibile di 200 milioni di abbonati nel mondo. Qualcuno si è mai chiesto l’effetto che possono avere questioni serie come quelle che Ethos affronta, anche con il sorriso, moltiplicate per una platea così vertiginosa?

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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