Qual è l'origine del salafismo, il suo sviluppo e le distinzioni tra il salafismo contemporaneo, il salafismo riformista e i salafiti medievali

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Ultimo aggiornamento: 19/06/2024 10:26:55

the-making-of-salafism.jpgRecensione di Henri Lauzière, The Making of Salafism. Islamic Reform in the Twentieth Century, Columbia University Press, New York 2016.

 

Il libro di Henri Lauzière illumina la genesi e lo sviluppo del salafismo, inteso come un movimento del ventesimo secolo teso a promuovere una visione islamica uniforme in fatto di legge e teologia. La tesi fondamentale dell’autore è che occorra distinguere chiaramente tra il salafismo attuale (salafiyya), il cosiddetto “salafismo riformista” – un termine che in realtà non fu mai usato dai diretti interessati – e i salafiti nel periodo medievale. Questi ultimi erano originariamente i sostenitori di un movimento teologico fideista, il madhhab al-salafiyya, nato all’interno della scuola hanbalita e che diffidava di ogni forma di ragionamento teologico applicato alle Scritture, per timore che questo potesse condurre a una negazione o a una diminuzione dell’unicità e della trascendenza divina. All’epoca, il termine non aveva alcuna connotazione giuridica.

 

Per Lauzière, il salafismo contemporaneo non può essere ricondotto a questo dibattito medievale. E non è neppure collegato alla cosiddetta Salafiyya riformista, che in realtà, come termine, non è mai esistita. Secondo Lauzière, è stato Louis Massignon ad aver erroneamente applicato l’etichetta di Salafiyya ad alcuni riformisti moderni come al-Afghānī, Muhammad ‘Abduh e Rashīd Ridā, un errore che si è poi propagato a tutta l’accademia occidentale e agli studiosi musulmani. Di fatto, secondo Massignon, la Salafiyya avrebbe avuto origine nell’India del XIX secolo dal movimento degli Ahl al-Hadīth.

 

Lauzière basa la sua contro-argomentazione sul fatto che i riformisti non si servirono mai del termine Salafiyya per autodefinirsi. Inoltre, utilizzarono un’epistemologia diversa dai salafiti, pur condividendo i criteri della Sola Scriptura e del rifiuto delle scuole giuridiche. Resta però vero che alcuni riformisti furono salafiti in teologia, vedendo questa posizione come uno strumento adatto per la riforma. Secondo Lauzière peraltro sarebbe un anacronismo lessicale suggerire che

«nel periodo classico i musulmani usassero la parola Salafiyya come un sostantivo astratto con il significato di Salafismo e un anacronismo concettuale applicarlo ad altri prima della comparsa del moderno Salafismo purista verso il 1920»

Avendo escluso queste due genealogie (dai teologi medievali e dai pensatori riformisti), il libro rintraccia la formazione del salafismo purista seguendo il percorso intellettuale dello studioso marocchino Taqī al-Dīn al-Hilālī (1894-1987), che viaggiò da Rabat alla Mecca, da Calcutta a Berlino per promuovere la riforma della comunità musulmana. Il suo curriculum esemplifica come il salafismo contemporaneo si sia sviluppato nel corso del XX secolo distinguendosi dagli attivisti politici come i Fratelli musulmani. I salafiti puristi sostengono di non essere null’altro che veri musulmani e il loro movimento si caratterizza per il primato della Scrittura (Corano e hadīth autentici) sulla prova razionale, come pure per la lotta contro le innovazioni come il culto dei santi e la dimensione mistica dell’Islam e per la resistenza alle influenze “corruttrici” dell’Occidente.

 

Nel suo periodo formativo (1920-1950), il salafismo purista fu pronto a scendere a compromessi pur di unire le proprie forze con i nazionalisti islamici. Tuttavia la decolonizzazione trasformò la situazione e mentre i modernisti scomparivano dietro gli apparati statali dei loro rispettivi Paesi, i salafiti puristi trovavano un nuovo posto nelle società post-coloniali.

 

Il libro è senza dubbio un grande contributo per la comprensione del pensiero politico moderno nel Vicino Oriente. Il dibattito accademico che è sorto intorno a esso, in particolare con Frank Griffel, è solo una prova in più del suo interesse.

 

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