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Cristiani nel mondo musulmano

Scorcio sulla vita dei copti d’Egitto a un anno dalla strage di Nag Hammadi

I cristiani d’Egitto nel loro complesso, e più specificatamente i copti, che sono i più numerosi, si trovano tra due fuochi: governo egiziano e movimenti fondamentalisti.

 

 

A proposito del primo fuoco, ovvero il governo egiziano, non si può dire nel senso proprio del termine che i cristiani siano perseguitati, ma esistono discriminazioni e una palese intolleranza. Negli ultimi anni sono stati ottenuti alcuni riconoscimenti importanti, come l’elevazione del Natale copto al rango di festa nazionale (il 7 gennaio), la nomina di un governatore copto, quello di Qena, e di due ministri membri del Partito Nazionale.

 

 

Ma è anche vero che non ci sono rettori universitari copti, o decani di facoltà o ufficiali di alto grado nei vari corpi di sicurezza in Egitto. E queste disparità alimentano il fanatismo, in particolare negli organi amministrativi e negli apparati della burocrazia statale quando si tratta di leggi. Il governo, per esempio, aveva promesso in occasione delle elezioni del 2005 un progetto di legge unificato sui luoghi di culto, ma non lo ha ancora varato. Tutti sanno che la costruzione di chiese in Egitto segue un iter particolarmente complicato perché è sottoposta al cosiddetto «Decreto di Hamayouni» promulgato sotto l’Impero ottomano e tuttora in vigore. Inoltre la burocrazia fanatizzata fa di tutto per ostacolare la costruzione di una chiesa, il che costringe i cristiani ad aggirare in qualche modo la legge per riuscire a costruirne. Ai cristiani era stato promesso, nella competizione elettorale del 2005, anche un proprio codice di regolamentazione dello stato civile, ma non se n’è fatto nulla.Tuttavia il governo egiziano è stato costretto a muoversi in occasione di una crisi giuridica intervenuta a metà del 2010, quando si è tentato di costringere la Chiesa copta ortodossa ad applicare la decisione di un tribunale civile autorizzando un secondo matrimonio che questa Chiesa rifiutava in quanto contrario alla propria dottrina.

 

 

Il governo, per ordine del Presidente della Repubblica, ha dovuto istituire una commissione di cooperazione giuridica composta dai rappresentanti di tutte le Chiese d’Egitto per elaborare il progetto di legge sullo stato civile dei cristiani. Si tratta del terzo progetto, a partire da una prima versione del 1979 mai approvata. È stata fatta la promessa di portare il progetto alla discussione del parlamento, che risulterà dalle prossime elezioni. In ogni caso si tratterà di vedere se il progetto verrà approvato anche se i Fratelli musulmani dovessero conquistare un gran numero di seggi.

 

Altra questione è la libertà di culto. I cristiani d’Egitto infatti godono della libertà di culto nel senso che sono liberi di pregare e di celebrare i riti nelle chiese. Inoltre la televisione trasmette la messa di Natale e quella di Pasqua celebrate dal Papa Shenouda III, Patriarca della Chiesa ortodossa copta e di altre Chiese. Tuttavia la libertà religiosa non è garantita integralmente. Per esempio, se un musulmano desidera convertirsi al Cristianesimo, oltre alle difficoltà che incontra nel suo rapporto con la società islamica, non potrà registrare la conversione nei documenti ufficiali e nella carta d’identità, quindi non sarà in grado di sposarsi se non con una donna musulmana e dovrà educare i figli nella fede dell’Islam.

 

Il convertito cioè è di fatto condannato a vivere la sua fede in segreto o a emigrare in un Paese che gli riconosca tale libertà.

 

 

Non mancano altri esempi di intolleranza nei media. Un tempo ci avveniva nei discorsi di Sheikh Sharawi, più che attaccava dalla televisione nazionale i cristiani e affermava che il Vangelo era stato manipolato. Sulla stessa linea si muove lo sceicco Khalid Al-Jundi, sulla rete Al-Azhari.

 

Un comunicato pubblicato il 12 settembre accusa la Chiesa copta di arroganza e di insolenza e invita i musulmani a boicottare una lista precisa di ditte commerciali di cristiani. Non dobbiamo dimenticare il terrorismo che ha colpito l’Egitto fino alla fine degli anni Novanta, che prese inizio effettivo con l’assassinio, nel 1981, del presidente Sadat. Le forze di sicurezza egiziane sono riuscite a circoscrivere il terrorismo, ma purtroppo si sono verificati ugualmente atti di violenza ai danni dei copti, come a Al-Koshah negli anni ’90, dove una cinquantina di copti sono stati massacrati e i responsabili sono stati rilasciati dal tribunale. Ricordiamo anche quel che è accaduto giorno di Natale dei copti, lo scorso 7 gennaio, quando tre noti criminali hanno aperto il fuoco sui fedeli che uscivano dalla chiesa a Nag Hammadi, nell’Alto Egitto, uccidendo sette persone e ferendone altre venti. Undici mesi dopo gli assassini non hanno ancora subito un regolare processo e nel frattempo il governo ha sparso la voce secondo cui il responsabile principale soffrirebbe di turbe mentali. Tutti sapevano che era un criminale, ma protetto da un membro del Parlamento e del Partito Nazionale al potere.

 

 

Il secondo fuoco è costituito da tutte le organizzazioni terroriste che si fanno chiamare jiadiste, nonché dagli estremisti fuoriusciti dai Fratelli musulmani. In realtà i Fratelli musulmani mostrano una qualche fraternità nei confronti dei cristiani fin dal tempo del loro fondatore, Hassan al-Banna, che nel 1927 considerava i cristiani come concittadini la cui fede si basava su un Libro rivelato da Dio. I Fratelli musulmani rivolgono la loro collera contro il governo, che ha consegnato il paese agli americani e ha firmato con i sionisti gli accordi di Camp David. Secondo Mohamed Seif El Dawla, nipote di Hassan al-Banna, l’Egitto è stato diviso in due campi, il campo musulmano e quello cristiano. Inoltre i Fratelli musulmani accusano i dirigenti musulmani di essersi allontanati dalla religione e non li considerano veri credenti. Designano se stessi attraverso lo slogan: «L’Islam è la soluzione», in quanto alternativa ai regimi corrotti, come affermano. Dicono che la corrente dell’Islam politico islamista è la più onesta, potente, bene organizzata, votata al servizio del popolo e del patriottismo, capace di fronteggiare l’odio dei tiranni usurpatori e aliena da qualsiasi interesse personale. Nonostante tutto ciò i Fratelli musulmani respingono esplicitamente la possibilità che un cristiano diventi Presidente o Primo ministro o generale. Il loro vecchio capo ha dichiarato pubblicamente : «Se i copti non sono contenti, possono lasciare il paese, possono emigrare». Tuttavia tra la Chiesa copta ortodossa e i Fratelli musulmani esiste una forma di relazione ufficiale, che si manifesta nelle visite che il capo di questi ultimi effettua in diverse occasioni al Papa Shenouda III. I Fratelli musulmani hanno diffuso una dichiarazione (un po’ tardiva) di ferma condanna dell’odioso crimine perpetrato nella chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso a Bagdad, affermando che questo delitto era contrario alla legge islamica.

 

 

In questa atmosfera carica di tensioni, che cosa possono fare i cristiani? Molti copti e cristiani sono fuggiti dal paese, non solo a causa della discriminazione religiosa ma anche per motivi di ordine sociale, economico e culturale da dopo la naturalizzazione seguente alla rivoluzione.

 

Col tempo, la diaspora copta è diventata uno strumento di pressione a favore del Papa dei copti e della comunità in Egitto. Si è infatti costituita una lobby copta negli Stati Uniti e in Europa, col sostegno di associazioni per i diritti umani, al fine di esercitare pressioni sul governo egiziano per spingerlo ad accordare alcuni riconoscimenti ai cristiani. Il governo ha talvolta risposto positivamente a queste pressioni, anche se con lentezza e con prudenza.

 

 

Il papa Shenouda ha anche istituito diocesi, chiese e monasteri nella maggior parte dei paesi occidentali, e anche queste esercitano un ruolo di pressione, oltre che offrire il servizio pastorale ai fedeli. I copti della diaspora sostengono anche numerose televisioni satellitari che attaccano con violenza l’Islam e il suo Profeta, in risposta alle stazioni islamiche estremiste che attaccano il cristianesimo. Va anche detto che il papa Shenouda assume posizioni politiche: l’anno scorso ha annunciato che i copti d’Egitto voteranno di nuovo per il Presidente Mubarak in occasione delle elezioni presidenziali del 2011, così come hanno fatto nelle precedenti elezioni presidenziali del 2005. Dato che il popolo copto in genere obbedisce a papa Shenouda, il governo si è assicurato così la maggioranza dei voti dei copti.

 

 

Di conseguenza in questo periodo il governo egiziano ha cercato di dare qualche soddisfazione ai copti in vista delle elezioni legislative del novembre 2010. Intanto il Partito Nazionale ha deciso di aggiungere nelle proprie liste dieci candidati copti in più rispetto al 2005 (i candidati del partito sono più di 250).

 

 

La Chiesa ortodossa copta si è consolidata sul territorio grazie alle scuole domenicali, all’istruzione del clero, all’approfondimento della fede, al servizio offerto ai fedeli all’interno e all’estero. Tuttavia essa ha bisogno di aprirsi alla società egiziana e alle altre chiese e comunità cristiane. Noi ci auguriamo di vedere il giorno nel quale la Chiesa ortodossa stabilirà legami con le altre chiese e comunità cristiane così come con i musulmani moderati, per il bene dell’Egitto e della Chiesa.

 

 

Padre Rafiq Greiche

 

Direttore dell’Ufficio Stampa della Chiesa cattolica in Egitto

 

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