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Islam

Solo l'Islam tradizionale può farcela

Phillip Blond e Adrian Pabst

La strategia che si propone di "guadagnare i cuori e le menti della comunità musulmana" facendo appello alla corrente moderata e maggioritaria dell'Islam è destinata a fallire a causa di due presupposti totalmente errati. Il primo è che ogni cultura e ogni religione desideri diventare come l'Occidente secolare. Il secondo è che la resistenza alla secolarizzazione occidentale sia alimentata da lamentele infondate e pertanto possa essere legittimamente ignorata.

 

In pratica questo tipo di approccio mette ai margini l'Islam tradizionale, in favore di una versione "progressista", un surrogato che spoglia l'Islam di tutte le caratteristiche e posizioni che gli sono proprie. La cartina di tornasole per l'integrazione è se i musulmani vogliono essere come "noi". Non sorprendentemente, molti giovani musulmani sono sempre più estranei a una cultura aggressivamente secolare che impone la trasgressione liberale di norme morali e tabù.

 

In sostanza le politiche attuali non funzionano perché non colgono la vera causa di radicalizzazione e di fanatismo. La violenza islamica contemporanea ha una natura religiosa. La sua origine risiede nella scrittura islamica e nella distruzione delle scuole medievali tradizionali che ne dettavano l'interpretazione. Il Corano contiene chiare ingiunzioni penali contro gli apostati, gli idolatri e coloro che sfidano la supremazia territoriale musulmana. I testi sacri, pur santificando la violenza, la codificano, limitandone portata e applicazione. Così nell'Islam classico non c'è legittimazione per un attacco suicida o per il massacro gratuito degli innocenti. E visto che c'erano quattro scuole tradizionali di interpretazione religiosa, variabili a seconda del tempo e del luogo, ciò che costituiva una pratica islamica corretta cambiava secondo le norme e i costumi locali. Come tale, l'Islam tradizionale proibisce proprio quello stato totalitario che al-Qaida cerca di imporre.

 

Per esempio, se l'Islam recuperasse la pratica tradizionale dell'ijtihad, un processo di reinterpretazione testuale che rimpiazza il letteralismo scritturale dei fondamentalisti con una lettura allegorica del Corano di tipo più medievale, il fedele musulmano sarebbe messo nella condizione di distinguere tra le immutabili leggi di Dio e le mutevoli interpretazioni umane.

 

Vale la pena dire tutto questo perché l'unica forza che può sfidare il terrorismo islamico non è il progressismo liberale, ma l'Islam stesso. Quanti abbandonano il terrorismo lo fanno perché si rendono conto che la variante dell'Islam per cui stavano uccidendo è essa stessa occidentale, moderna e secolare. La dimostrazione della natura essenzialmente blasfema del fondamentalismo contemporaneo è essenziale per deprogrammarne gli adepti.

 

Tuttavia, la mera rinascita dell'Islam classico non è sufficiente. Finché la fede resta separata dalla ragione e dalla natura, essa diventa un fenomeno auto-autenticante che invalida tutte le altre prospettive. Ciò che è veramente necessario è un ritorno del Sufismo una pratica in precedenza comune a tutte le forme di fede e che sottolinea la natura mistica inconoscibile di Dio e la Sua trascendenza rispetto a tutte le forme di conoscenza umana. Un tale riconoscimento priva il fondamentalismo islamico della sua arma principale che cioè esso conosce il volere di Dio ed è quindi giustificato nell'imporlo sulla terra.

 

Un rinnovamento del Sufismo potrebbe aiutare l'Islam ad ampliare la sua comprensione dell'autorità al di là dei soli governanti e 'ulamâ', per arrivare a includere la società civile. Ciò inoltre permetterebbe alla società musulmana di sfidare le affermazioni fondamentaliste dei suoi predicatori eretici appoggiandosi su un credo ragionato.

 

Phillip Blond è senior lecturer di filosofia e religione all'Università della Cumbria, Adrian Pabst è professore di teologia all'Università di Nottingham

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