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Focus attualità

La stampa araba si divide sulla visita del Papa ad Abu Dhabi

Papa Francesco e lo shaykh Abdallah Bin Bayyah dal sito Al-Ain

La crisi politica fra i Paesi del Golfo si riflette nel modo in cui i media della regione valutano il viaggio di Francesco

Ultimo aggiornamento: 08/03/2019 12:17:27

All’indomani dell’incontro interreligioso di Abu Dhabi sulla “Fraternità Umana”, sulla visita del Papa negli Emirati si affaccia lo scontro (tra Qatar da una parte e Arabia Saudita, Emirati, Egitto e Bahrein dall’altra) che sta spaccando il mondo sunnita. È successo attraverso la voce del segretario generale dell’Unione Mondiale degli Ulema Musulmani, organizzazione con sede a Doha che riunisce esperti religiosi e intellettuali di orientamento islamista. Secondo le parole dello sheykh Ali al-Qaradaghi, riportate dal sito di al-Jazeera, l’Unione è favorevole al dialogo tra le istituzioni religiose e civili e alla convivenza pacifica tra le religioni, come prescritto dall’islam. Tuttavia, il viaggio del Papa in un Paese coinvolto nella «repressione delle libertà, il sostegno alle rivolte e una guerra di aggressione» potrebbe essere interpretato come «una giustificazione della violazione dei diritti umani e dell’oppressione». L’articolo evidenzia come l’Unione abbia unito la sua voce a quella di diverse organizzazioni per i diritti umani nel chiedere al capo della Chiesa cattolica di intervenire presso le autorità emiratine per il rilascio dei prigionieri, la fine delle guerre e l’annullamento dell’embargo imposto al Qatar. Secondo l’Unione, gli Emirati, in contraddizione con “l’anno della tolleranza” proclamato dai loro governanti, non hanno mostrato alcuna tolleranza verso i loro cittadini e ospiti qatarioti. L’articolo non manca di sottolineare, però, come Francesco, prima di partire per Abu Dhabi, abbia invitato «le parti in conflitto in Yemen a rispettare la tregua».

 

Tra le risposte a queste critiche emerge quella dell’influente giornalista saudita Abd al-Rahman al-Rashid, in passato direttore del quotidiano panarabo Al-sharq al-awsat e dell’emittente satellitare Al-Arabiya, che definisce «la campagna mediatica sferrata dal governo di Doha contro gli Emirati» come l’espressione di «un pensiero distorto e un’etica degradata», prosecuzione di una lunga storia d’incitamento «al caos e d’istigazione religiosa» che il Paese avrebbe portato «avanti dal 1996 ad oggi». Secondo l’autore infatti, i mezzi di informazione del Qatar contribuiscono a «seminare l’odio», aggiungendo che è attraverso i media del Qatar che, dalla metà degli anni ’90, i terroristi come Osama Bin Laden e i suoi seguaci hanno potuto divulgare i loro pensiero, diffondendo rapidamente estremismo e violenza.

 

Il giornalista saudita considera invece la visita del Papa come parte di un più ampio programma politico finalizzato alla diffusione del concetto di tolleranza, alla fine delle tensioni tra le religioni e all’isolamento di tutti gli estremisti. Si tratta di «un progetto internazionale volto a ripulire l’ambiente politico, culturale e spirituale dalle deliberate deformazioni che lo hanno colpito»; un «grande sforzo» indirizzato alla promozione di un «discorso religioso moderato» e al rafforzamento delle relazioni tra i leader religiosi. Secondo al-Rashid, tutte le attività messe in atto in questo senso nel corso degli anni hanno portato a dei cambiamenti, come la «diminuzione dei discorsi ostili e la criminalizzazione dell’istigazione all’odio nella legislazione di molti paesi». L’autore prosegue affermando che giustificare la critica dei media qatarioti, inserendola nel più ampio quadro della disputa politica, è inaccettabile: «l’incitamento all’odio religioso non è politico nella misura in cui minaccia le società».

 

Del rischio di sfruttamento del discorso religioso parla sul quotidiano libanese al-Nahar anche il patriarca maronita, il cardinale Béchara Boutros Raï, tra le altre personalità del mondo cristiano invitate e presenti all’incontro di Abu Dhabi. «Oggi si guarda alla regione del Medio Oriente come una regione di guerre e di conflitti tra musulmani e tra musulmani e cristiani», afferma Raï al margine della sua partecipazione alla messa celebrata da Papa Francesco negli Emirati. Questo incontro invece, prosegue il cardinale, è una testimonianza diversa, che dimostra l’esistenza di una comunione e il fatto che «le religioni sono la fonte della fraternità e dell’incontro. Le guerre non vengono dalla religione ma da chi la sfrutta».

 

Un concetto ribadito da una personalità musulmana particolarmente significativa delle istituzioni religiose promosse dagli Emirati, lo shaykh Abdallah Bin Bayyah, presidente del Consiglio degli Emirati per la Fatwa e del Forum per la Promozione della Pace nelle Società musulmane. Secondo quanto riportato dal quotidiano emiratino al-Ain, lo shaykh considera la conferenza appena conclusasi come «un rifiuto della teoria della responsabilità religiosa» nella diffusione delle guerre e dell’odio. A suo parere, tale teoria sarebbe stata utilizzata da alcuni filosofi per invocare l’isolamento della religione dalla sfera pubblica. Nel corso dell’incontro con il Pontefice e l’imam di al-Azhar, Bin Bayyah ha sottolineato il concetto di «protezione legale del pluralismo», ricordando come «il nobile Corano chieda ai musulmani di proteggere i luoghi di culto, in particolare quelli della famiglia abramitica». Rimanendo sul tema delle minoranze religiose, in particolare cristiane, lo shaykh ha inoltre assicurato che «i cristiani sono in Oriente per rimanerci. Sono una delle radici dell’albero genealogico abramitico. Una stirpe che non può essere sradicata», in nessun caso. Bin Bayyah ha infine chiesto agli uomini di religione di tornare ai loro testi per ricavarne solide basi su cui fondare i principi di tolleranza e fraternità, come a suo parere già fa il Consiglio dei Saggi musulmani presieduto dall’imam di al-Azhar, lo shaykh Ahmad al-Tayyeb.

 

Proprio al-Tayyeb è stata la figura musulmana di maggior spicco dell’incontro interreligioso di Abu Dhabi, che ha mostrato la relazione sempre più forte tra l’imam e il Papa argentino. Ne parla in un articolo Al-sharq al-awsat, ripercorrendo i momenti principali di quello che ormai sembra essere un vero e proprio sodalizio. L’autore lo descrive come un «rapporto fraterno basato sulla convergenza intellettuale, la fede profonda nei valori umani derivati dagli insegnamenti religiosi e lo sforzo instancabile per costruire ponti di dialogo e convivenza» tra persone di religioni e culture differenti. Tra gli altri punti in comune, viene messa in luce l’attenzione di entrambi per l’ascetismo, la semplicità e l’empatia verso poveri. L’articolo riporta il commento di una fonte interna ad al-Azhar secondo la quale la relazione tra l’istituzione sunnita del Cairo e il Vaticano ha subito un cambiamento senza precedenti negli ultimi anni; un cambiamento avviato da al-Tayyeb nel 2013, quando si è congratulato con Francesco per la sua elezione a Papa. Da quel momento, si legge nell’articolo, si sono moltiplicate le iniziative comuni per sbloccare la tensione e la freddezza tra le due istituzioni, fino a quando nel novembre del 2014 è stata annunciata ufficialmente la ripresa del dialogo tra le due parti e l’elaborazione di azioni congiunte per la comprensione reciproca. Questa prima dichiarazione, scrive l’autore, è poi culminata nel primo incontro in Vaticano nel maggio del 2016 e nel viaggio del Papa al Cairo nel 2017, sette anni dopo l’ultima visita di un pontefice nel Paese, a cui ha fatto seguito un terzo incontro a Roma nel novembre dello stesso anno. Occasioni in cui sono stati ribaditi gli sforzi comuni verso la convivenza pacifica e la diffusione dei valori della pace, della tolleranza, della giustizia e dell’uguaglianza. L’articolo evidenza inoltre il desiderio espresso dal Papa di proseguire e rafforzare la collaborazione con al-Azhar su queste tematiche. Sembra dunque che Francesco cerchi in al-Tayyeb un interlocutore autorevole, nella convinzione che «il mondo abbia bisogno degli sforzi di chi costruisce ponti di comunicazione e di dialogo e non di chi costruisce muri di isolamento ed esclusione».

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

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