A trent’anni dal rapimento dei monaci di Notre-Dame de l’Atlas, la loro testimonianza è viva e di profonda attualità

Ultimo aggiornamento: 26/03/2026 12:18:07

Trent’anni fa, nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, sette monaci del monastero di Notre-Dame de l’Atlas, a Tibhirine, in Algeria, venivano rapiti da alcuni terroristi e, due mesi più tardi, uccisi. Furono tra le tante vittime del cosiddetto Decennio Nero, il conflitto che tra il 1992 e il 2002 oppose lo Stato algerino e i movimenti islamisti. In questo drammatico periodo persero la vita 150.000 persone, in gran parte civili algerini, tra cui anche i 19 religiosi e religiose beatificati nel 2018 a Orano.

 

La storia dei monaci è stata resa celebre dal film Uomini di Dio (2010), diretto dal regista francese Xavier Beauvois. Vincitore del Grand Prix del Festival di Cannes, proiettato in oltre 50 Paesi, il film racconta in maniera intensa e commovente la scelta dei monaci di restare in Algeria, accanto ai loro amici algerini, pur sapendo che la possibilità di cadere vittime del terrorismo era più che reale: oltre al rischio che investiva tutti gli algerini, infatti, gli stranieri erano stati oggetto di uno specifico ultimatum che imponeva loro di lasciare il Paese entro il 1° dicembre 1993. Chi restava, dunque, lo faceva a proprio rischio e pericolo. Dopo un tormentato discernimento, un percorso a cui erano stati chiamati tutti gli ordini religiosi presenti nel Paese e che era stato accompagnato dall’allora Arcivescovo di Algeri Henri Teissieri, i monaci decisero di restare.

 

Il 21 maggio 1996 il Gruppo Islamico Armato (GIA) diffuse un comunicato annunciando la loro decapitazione. Il giorno successivo, a Parigi, Gérard de Chergé, fratello minore di Christian, aprì la lettera che gli era stata inviata due anni prima dal fratello, sulla quale campeggiava la scritta «Aprire solo nel caso in cui…». Era il testamento spirituale di Christian, che Gérard e sua madre Monique – «una donna straordinaria, con una fede e una speranza capaci di spostare le montagne», secondo le parole del nipote Bruno de Chergé –, decisero immediatamente di rendere pubblico, inviandolo al quotidiano cattolico francese La Croix. [Clicca qui per ascoltare la lettura integrale del testamento in traduzione italiana].

 

Il testamento, che il Cardinal Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano e fondatore di Oasis, definì uno dei vertici letterari del Novecento, racchiude in poche righe il senso dell’impegno di de Chergé per il popolo algerino a cui – scrive il religioso – «la mia vita era donata», e la sua visione teologica del dialogo con l’islam.

 

Il suo primo incontro con l’islam avvenne quando aveva appena cinque anni. Era il 1942 e suo padre, il generale Guy de Chergé, fu coinvolto nello sbarco americano in Nord Africa. La famiglia lo seguì in questa missione e rimase nel Paese per tre anni. Molti anni più tardi, nel 1959, Christian tornò in Algeria per svolgere il servizio militare durante la guerra d’indipendenza. È a quel drammatico frangente che risale un episodio destinato a cambiare la vita del futuro monaco. Mohammed, un pastore algerino e padre di dieci figli, lo salvò da un’imboscata organizzata dai combattenti del Fronte di Liberazione nazionale; il giorno seguente questi si vendicarono uccidendo Mohamed, il cui corpo senza vita fu ritrovato accanto a un pozzo. Questo episodio segnò in modo decisivo Christian e il suo rapporto con i musulmani: Mohamed aveva dato la vita per lui. Molti anni dopo, nel 1982, Christian ricordò così il suo amico: «Nel sangue di questo amico, ucciso per essersi rifiutato di cedere all’odio, ho capito che la mia vocazione a seguire Cristo si sarebbe dovuta vivere proprio nel Paese in cui avevo avuto il privilegio di sperimentare l’amore più grande».

 

Rientrato in Francia, Christian fu ordinato sacerdote nel 1964 e nominato cappellano della basilica di Montmartre a Parigi. Ma sentendo sempre più forte la chiamata alla vita monastica, nel 1969 entrò nell’abbazia di Aiguebelle, in Francia, per diventare monaco trappista e, due anni più tardi, raggiunse il monastero di Tibhirine.

 

Durante tutta la sua vita trascorsa in Algeria, de Chergé fece del dialogo con i musulmani la sua missione. Nel settembre del 1989, intervenendo alle Giornate Romane, un appuntamento annuale informale che riuniva i religiosi attivi nel campo islamo-cristiano, il priore di Tibhirine spiegò che per lui il dialogo è «il frutto di un lungo “vivere insieme” e di preoccupazioni condivise, a volte molto concrete. Raramente è di natura strettamente teologica. Anzi, noi rifuggiamo questo genere di competizioni, che io ritengo miopi»[1]. Per lui il dialogo è la vita vissuta nella sua quotidianità, è il lavoro manuale nella comunità, è il suo confratello Luc che visita i malati, è l’incontro con le persone.

 

Questa visione era condivisa anche dai sufi della confraternita ‘Alawiyya, un ordine islamico mistico fondato a Mostaganem da shaykh Ahmad al-Alawi all’inizio del Novecento (è una branca della Shadhiliyya, una delle confraternite sufi più importanti dell’Africa settentrionale), che con Christian condividevano l’esperienza del gruppo di preghiera islamo-cristiano Ribāt al-Salām:

 

Non vogliamo entrare in un dibattito dogmatico. Ci sentiamo chiamati all’unità. Nel dogma o nella teologia ci sono molte barriere create dagli uomini. Noi desideriamo lasciare a Dio la possibilità di creare tra di noi qualcosa di nuovo. E questo si può fare solo nella preghiera…[2]

 

Sempre durante le Giornate Romane, de Chergé racconta anche di un’altra amicizia che ha segnato il suo rapporto con i musulmani. Il priore era diventato amico di un vicino, un altro Mohamed, con il quale aveva preso l’abitudine di parlare di Dio. Per un certo periodo, assorbito dalle responsabilità del monastero, Christian aveva però trascurato quell’amicizia. Mohamed trovò un modo elegante per richiamarlo: «È da tanto tempo che non scaviamo il nostro pozzo!» Qualche tempo dopo fu Christian a chiedergli: «Che cosa troveremo in fondo al nostro pozzo? Acqua musulmana o acqua cristiana?» L’amico rispose: «Camminiamo insieme da tanto tempo e tu ti fai ancora questa domanda! Lo sai che in fondo al pozzo c’è l’acqua di Dio!»

 

Il legame con l’islam accompagnerà il priore di Tibhirine fino alla fine, diventando il filo conduttore della sua vita. La sua apertura verso i musulmani e il suo impegno nel dialogo si riflettono anche nel suo testamento spirituale, che si conclude con una vertiginosa notazione: «Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con Lui i suoi figli dell’islam così come Lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della Sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre stabilire la comunione e ristabilire la somiglianza giocando con le differenze».

 

Benché non ugualmente impegnati a riflettere su questa esperienza di condivisione spirituale, anche gli altri monaci sperimentarono una profonda immersione nella vita del popolo che li aveva accolti: Luc Dochier, il celebre medico del monastero, negli anni curò migliaia di algerini lasciando un ricordo indelebile; Paul Favre-Miville, idraulico di professione prima di prendere i voti, che anche da religioso mise a frutto le sue competenze tecniche risolvendo i problemi  di approvvigionamento idrico del monastero e dei villaggi vicini; Michel Fleury, lettore e cuoco della comunità; Célestin Ringeard, cantore, organista e compositore di diverse musiche liturgiche che accompagnavano la preghiera quotidiana; Christophe Lebreton, poeta e il più giovane dalla comunità; e Bruno Lemarchand, superiore del monastero annesso di Fes, che la sera del rapimento si trovava a Tibhirine per l’elezione del nuovo priore. Scamparono invece al sequestro padre Jean-Pierre Schumacher e padre Amédée, che si rifugiarono proprio nella casa di Fes e contribuirono poi alla continuazione dell’opera di Notre-Dame de l’Atlas a Midelt, sempre in Marocco.

 

La loro testimonianza resta profondamente attuale «perché erano uomini di pace – spiega a Oasis padre Thomas Georgeon, postulatore della causa di beatificazione dei martiri d’Algeria. Questo non significa che non fossero attraversati dal dubbio o segnati dalla violenza che li circondava, ma alla fine la pace ha sempre prevalso nella loro vita. Erano un po’ come Maria ai piedi della Croce: una presenza che aiuta a sopportare con serenità ciò che ci opprime, a dare la priorità a ciò che non possiamo evitare, ricordandoci che il segreto della forza dello Spirito si riceve in un cuore animato dal desiderio di pace».

 

Padre Thomas faceva parte del gruppo di monaci trappisti che nel 1998 tornò in Algeria per verificare se esistessero le condizioni per riprendere la vita monastica a Tibhirine. Ma i tempi, racconta a Oasis, non erano ancora maturi, e alla fine di quello stesso anno rientrò in Francia. Nel 2013, l’allora arcivescovo di Algeri Mons. Bader, gli chiese di assumere il ruolo di postulatore della causa di beatificazione dei 19 martiri. E in quel momento gli tornarono alla mente le parole dell’abate che aveva seguito il tentativo di riaprire il monastero: «Vedrai che il tuo dono per l’Algeria e per la Chiesa algerina un giorno prenderà un’altra forma, che oggi ancora non conosci». Padre Thomas commenta così il suo impegno per la causa di beatificazione: «Ho vissuto il compito di postulatore come il modo che Dio mi ha dato per servire questa piccola Chiesa algerina, ed è una sorgente di grande gioia e di incontri che segnano profondamente la mia vita di cristiano e di monaco».

 

Il trentesimo anniversario del rapimento dei monaci è anche l’occasione per riscoprire i loro scritti, conservati negli archivi del monastero trappista di Aiguebelle e la cui pubblicazione è iniziata nel 2017, sotto la direzione di Marie-Dominique Minassian. Finora è stata pubblicata la prima serie completa di otto volumi, che tracciano la vita, la preghiera e la testimonianza dei monaci. Ora si sta lavorando alla pubblicazione dei loro scritti divisi per genere letterari, un lavoro che – spiega Minassian a Oasis – «permette di capire la maturazione personale di ciascuno di loro e della comunità nel suo insieme, e di entrare nella spiritualità dei monaci direttamente attraverso i loro testi. In questo modo è possibile comprendere meglio la personalità di ognuno e vedere emergere, a poco a poco, il volto di ciascuno, con personalità e teologie differenti. Minassian riassume così la loro eredità: «Tibhirine è un polmone spirituale della Parola vissuta nel quotidiano, un luogo di accoglienza, una Parola che ha permesso il discernimento. È in questa forza e in questo aggrapparsi alla parola di Dio che i monaci hanno deciso di rimanere fino alla fine. Tibhirine è la forza di una parola vissuta in una comunità, insieme ai musulmani, in una ricerca concreta di pace e fraternità».  

 

E proprio questa ricerca di pace e fraternità ha probabilmente ispirato anche la scelta del motto per la tappa algerina (13-15 aprile) del grande viaggio africano di Papa Leone XIV: “Assalam ‘alaykum”, “la pace sia su di voi”, che oltre a essere il saluto islamico per eccellenza, richiama anche la pace «disarmata e disarmante» evocata da papa Leone XIV il giorno della sua elezione, l’8 maggio scorso – giorno della memoria liturgica dei 19 beati – e nel messaggio per la Giornata mondiale della Pace del 1° gennaio di quest’anno.

 

I monaci, dice Bruno de Chergé riprendendo un’espressione di Pierre Claverie, vescovo di Orano e ultimo dei martiri, ucciso il 1° agosto 1996, «hanno deciso di restare là dove c’era una frattura, cioè una guerra civile, per continuare a vivere con i fratelli della montagna. Questo è un messaggio. In famiglia abbiamo la tendenza a non soffermarci sulla loro morte, ma sulla loro vita. Peraltro, è quello che ci aveva chiesto mio zio Christian: “Sappia, la mia famiglia, che la mia vita era già donata”. A noi il compito di far vivere questa vita donata».

 

 

[1] Christian de Chergé, L’échelle mystique du dialogue, «Islamochristiana», n. 23, 1997, p. 2.

[2] Ibidem, p. 7