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Religione e società

Tra la moschea e il centro commerciale a Istanbul

L’esplodere delle manifestazioni di Istanbul e la contestazione al governo turco stanno rapidamente trasformando l’immagine che il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) era riuscito a dare di sé negli ultimi dieci anni, accreditandosi internazionalmente come esempio di equilibrata ed efficace interlocuzione tra Islam e democrazia. Ci troviamo dunque di fronte alla degenerazione di un modello potenzialmente capace di produrre una “laicità islamica” o assistiamo piuttosto all’affiorare di tendenze autoritarie e progetti di islamizzazione della società geneticamente presenti nella formazione di Recep Erdoğan? Per tentare una risposta occorre prendere in considerazione il contesto in cui l’AKP è sorto.

 

 

È noto che la Turchia rappresenta uno dei casi più emblematici di secolarizzazione di un Paese islamico. Dopo la prima guerra mondiale, il padre fondatore dello Stato turco, Mustafa Kemal Atatürk, fece infatti dello sradicamento dell’Islam uno dei capisaldi del suo progetto di modernizzazione: abolì le giurisdizioni sciaraitiche, smantellò l’insegnamento islamico tradizionale e colpì molto duramente le confraternite sufi.

 

 

L’Islam continuò tuttavia a rappresentare una presenza significativa, fino a dar vita a esperienze di forte compenetrazione tra religione e vita sociale, come il movimento Nurcu (movimento della luce), nato dalla riflessione del riformista e teologo Said Nursi (1877-1960), e la confraternita Naqshbandi. Dal punto di vista politico l’elemento religioso cominciò a riaffacciarsi sulla scena turca dopo la liberalizzazione politica degli anni ’50 e l’apertura al multipartitismo. La stagione della rinascita pubblica dell’Islam turco fu dominata da Nacmettin Arbakan, il quale tra gli anni ‘70 e gli anni ‘90 svolse un ruolo di primo piano nella formazione di ben quattro partiti politici di ispirazione islamica: il Partito dell’Ordine Nazionale, il Partito di Salvezza nazionale, il partito del Benessere (Refah) e il Partito della Virtù. Fu in particolare in seguito ad una scissione del Refah che Erdoğan diede vita all’AKP, inanellando tre vittorie elettorali consecutive: 2002, 2007, 2011.

 

 

A differenza di altre formazioni islamiche, in primis i Fratelli musulmani in Egitto, i partiti islamici turchi hanno preferito agire all’interno del sistema politico piuttosto che contestare direttamente la legittimità dello Stato. Essi hanno inoltre evitato alcune rivendicazioni classiche dei movimenti islamisti, come l’applicazione della sharî‘a e la sua ricezione nell’ordinamento giuridico dello Stato o l’edificazione Stato islamico. In realtà tale prudenza non è bastata ad assicurare la loro integrazione effettiva nel sistema politico. Pur avendo potuto partecipare per un certo tempo alla vita politica turca, tutti i partiti fondati da Arbakan sono finalmente stati banditi dalla Corte Costituzionale (pilastro, accanto all’esercito, dell’ordinamento laico voluto da Atatürk), con la motivazione che essi puntavano a introdurre la legge islamica, considerata «incompatibile con il regime democratico dello Stato». Consapevole di tale difficoltà, Erdoğan ha ulteriormente trasformato la retorica politica del suo partito, evitando i riferimenti all’Islam e insistendo piuttosto sul suo carattere socialmente e moralmente conservatore ed economicamente liberale.

 

Assenti dal discorso politico pubblico, i temi esplicitamente islamici sono invece presenti nella vita sociale ed economica. Negli stessi anni in cui dava vita alle sue formazioni politiche, Arbakan andava organizzando una rete di piccoli e medi imprenditori di origine anatolica che si sarebbe istituzionalizzata nel Müsiad, un’associazione di uomini d’affari orgogliosamente musulmani creata nel 1990 per fare concorrenza agli imprenditori kemalisti e laicisti. Realtà economica influente (controlla il 12% dell’economia truca), e vicina alle posizioni dell’AKP, il Müsiad esprime nel suo discorso ufficiale quella che lo studioso svizzero Patrick Haenni ha definito una «teologia della prosperità», fondata sull’idea che l’accumulazione di ricchezze non solo sia incoraggiata dal Corano, ma vada perseguita in una logica di rivalità con l’Occidente. È emblematico a questo proposito quanto scriveva il primo presidente del Müsiad, Erol Yarar, sulla rivista ufficiale dell’associazione: «dobbiamo diventare ricchi, dobbiamo lavorare ancora di più e diventare ancora più ricchi per diventare più forti dei profani». È stata probabilmente proprio questa ideologia della prosperità una delle chiavi del successo elettorale di Erdoğan, il quale ha intercettato i consensi sia delle persone insofferenti verso il laicismo aggressivo di matrice kemalista, che di una classe media desiderosa di arricchirsi partecipando ai benefici della liberalizzazione turca.

 

 

Forti di questa ispirazione e delle riforme attuate nei primi anni del 2000, i risultati economici dei governi Erdoğan sono stati sorprendenti, facendo registrare tassi di crescita del PIL tra i più alti al mondo: +9,2% nel 2010 e +8,5% nel 2011, con un deficit e un debito pubblico rispettivamente all’1% e al 39%. Così, nella retorica dell’AKP, il leitmotiv del successo economico ha finito per diventare un allettante surrogato di quello “Stato islamico” che tradizionalmente alimenta l’ideale politico di altri movimenti islamisti e coprire, se non giustificare, i deficit democratici del regime.

 

 

Le preoccupazioni sulle derive autoritaria dell’AKP sono senza dubbio giustificate, come dimostrano i tanti rapporti, di varia provenienza, che denunciano da anni pesanti violazioni delle libertà fondamentali e in particolare della libertà di espressione. Ma la commistione tra Islam e ricerca forsennata del successo economico, ben simboleggiata dalla combinazione moschea-centro commerciale prevista dal famigerato progetto di piazza Taksim, rende del tutto inadeguate le letture di una Turchia spaccata in due tra le forze progressiste e secolarizzate (i kemalisti) e quelle reazionarie. L’idea che «la laicità [intesa come laïcité] è uno modo civilizzato di vita, che abbatte il dogmatismo del medioevo e costituisce la pietra miliare del razionalismo e della scienza», per citare la sentenza con cui la Corte costituzionale turca ha abolito il Refah, suona oggi del tutto anacronistica.

 

 

Da almeno un secolo a questa parte infatti, due tratti distintivi della modernità – la mondanizzazione della fede e il primato della prassi – sono, più o meno consapevolmente, trapassati nel pensiero politico islamico, producendo ibridi ideologici talvolta più minacciosi (il jihadismo), talvolta apparentemente più rassicuranti (la teologia della prosperità), ma pur sempre figli anche della secolarizzazione.

 

 

(articolo scritto per ilsussidiario.net)

 

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