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Religione e società

Troppe scintille nella polveriera delle identità

India nazione laica? In una società dominata da costumi e tradizioni di matrice religiosa la dichiarazione di neutralità rispetto alle fedi è più una volontà che un dato reale. E dall’Indipendenza a oggi quella volontà è sempre più sotto attacco.

L’India è diventato uno Stato laico in epoca post-coloniale, cioè dopo l’indipendenza del 1947. La Costituzione varata il 26 gennaio 1950 non faceva però uso della parola laicità. In altre parole l’India è diventata uno Stato laico più nello spirito che in termini di ideologia politica. La parola “laico”, tuttavia, fu aggiunta con un emendamento durante uno stato di emergenza. Così oggi la Costituzione dell’India è laica. 

 

 

Definire la laicità in contesto indiano implica diversi problemi. Sia durante il periodo coloniale che in quello post-coloniale la società indiana è stata tradizionalmente dominata da costumi e tradizioni di profonda matrice religiosa, mentre per gli intellettuali progressisti “laicità” significava la completa esclusione della religione dall’arena politica. 

 

 

Nehru, il primo Primo Ministro dell’India, fautore della laicità sin dall’epoca coloniale, dovette venire a patti da un lato con la società indiana tradizionale, dall’altro con la propria idea di laicità di impronta occidentale. Nehru era agnostico, se non ateo, ed era piuttosto critico verso la religione, ma, come uomo di Stato, era anche ben consapevole dell’importanza che essa rivestiva per le masse dell’India. Il suo concetto di laicità si traduceva nella “pari protezione” di tutte le religioni da parte dello Stato. Purtroppo, a causa di sviluppi storici, politici e sociali molto complessi, lo Stato non poté farsi garante di tale protezione e la laicità non divenne mai un’effettiva politica di Stato.

 

 

Il termine “laicità” non aveva neppure un equivalente esatto nelle lingue indiane visto che la società non aveva mai sviluppato strutturalmente un concetto simile. In Hindi il termine venne tradotto con dharmanirpeksh (cioè “religiosamente neutrale”), che suscitò alcune obiezioni dal momento che difficilmente gli indiani sarebbero diventati neutrali dal punto di vista religioso. Gli attivisti della destra religiosa proposero in alternativa panthnirpeksh (cioè neutrale rispetto ad ogni denominazione religiosa). Ma lo Stato adottò il primo ed è in questo senso che la laicità viene oggi compresa in India.

 

 

In Urdu, una lingua parlata solo dai musulmani, laicità venne tradotto con ladiniyyat, cioè “contrario alla religione”, termine che continuò ad essere usato per almeno un decennio durante gli anni ’50. Si trattò tuttavia di una pessima traduzione, soprattutto se riferita al contesto indiano, e fu perciò lasciata cadere per essere sostituita dall’inglese “secular”.

 

 

Benché progressivamente accettata dalla popolazione, il principio di laicità continuò ad essere contestato dai conservatori e dai militanti di destra. Secondo il movimento nazionalista Rashtriyya Swayamsevak Sangh (Organizzazione volontaria nazionale – RSS), e il Jansangh (oggi Bharatiyya Janata Party, Partito del popolo indiano – BJP), la laicità “alla Nehru” poggiava su due pilastri: da un lato essa era concettualmente occidentale e contraria allo spirito indiano e dall’altro si ¬basava sulla conciliazione nei confronti delle minoranze, in particolare i musulmani. La sua connotazione occidentale era rappresentata dall’agnosticismo e dal modernismo di Nehru, mentre il suo atteggiamento conciliante verso le minoranze si rifletteva dalle politiche del Partito del Congresso, in particolare nella sua remissività nei confronti dei leader musulmani conservatori, sia politici che religiosi. Nonostante questa posizione critica, la destra indù riconobbe progressivamente la laicità come un fatto compiuto e ne sviluppò un proprio concetto, quello di “laicità positiva”, definendola in termini di “giustizia per tutti e discriminazione per nessuno”, anche se lo slogan nascondeva più di quanto in realtà non rivelasse. 

 

 

Tra i musulmani, mentre la Jamiat-ul-Ulama (un’organizzazione di teologi musulmani indiani), che aveva attivamente partecipato alla lotta di liberazione opponendosi con forza, sul terreno religioso, alla Partition dell’India, accettò il concetto di laicità, la Jamat-e-Islami-Hind, fondata da Maulana Mawdudi, si oppose alla laicità in quanto non islamica e dichiarò haram (cioè proibita) la partecipazione islamica ai governi laici.

 

 

Si trattava però di posizioni ideologiche. Di fatto, le masse musulmane videro sempre nella laicità la sola ideologia politica in grado di garantire loro diritti e sicurezza. Per loro Nehru era il simbolo della cultura politica laica. Di conseguenza essi votavano sempre per il Congresso o per gli altri partiti politici laici, socialisti, comunisti e simili. Il Jansangh volle invece promuovere una linea più militante. Lo fece con una risoluzione che invocava l’indianizzazione dei musulmani. Ciò implicava chiaramente che i musulmani non fossero veri indiani e avessero bisogno  di essere indianizzati adottando la cultura prevalente. 

 

 

Due domande sui musulmani indiani venivano ripetutamente proposte, anche negli ambienti universitari: primo, i musulmani indiani sono fedeli all’India o sono pakistani nel cuore? Secondo, essi fanno parte della cultura indiana prevalente? Il problema è che nessuno era in grado di dire cosa si intendeva per fedeltà al Pakistan e quale fosse la cultura indiana prevalente. L’unico esempio di fedeltà dei musulmani al Pakistan frequentemente citato era il fatto che alcuni musulmani festeggiavano le vittorie del Pakistan contro l’India nelle partite di cricket. Quanto all’appartenenza dei musulmani alla cultura indiana prevalente c’è da chiedersi quale sia questa cultura e da chi sia stata modellata. Fondamentalmente questa pretesa proviene dalla destra indù, per la quale la cultura indiana equivale alla cultura delle caste indù superiori, costituita per lo più dalla cultura vedica. E in questo senso nemmeno tutti gli indù ne farebbero parte. Di fatto in nessuna epoca è mai esistita una cultura indiana prevalente visto che l’India non è in alcun senso un paese monoculturale.  

 

 

 

Violenze e Controversie

 

 

Gli anni ’60 si chiusero così con una crescente polarizzazione comunitaria e fu in questa atmosfera che scoppiarono i disordini di Ahmedabad del 1969, nei quali più di mille persone persero la vita. Tuttavia, per via della guerra del Bangladesh dell’inizio degli anni ’70, cui seguì lo stato di emergenza, il fronte delle tensioni inter-comunitarie fece registrare una relativa pace. Ma dalla fine degli anni ’70 la situazione cominciò a deteriorarsi e si verificarono una serie di disordini ad Aligarh, Jamshedpur, Varanasi e in altre località, che culminarono negli scontri indù-musulmani di Morabad nel 1980. I fatti  di Moradabad scossero tutto il paese e rappresentarono il punto di svolta nella storia della violenza inter-comunitaria nell’India post-indipendente.

 

 

Indira Gandhi, leader del Congresso tornata al potere dopo le elezioni del 1980, approfittò di questa occasione per operare una svolta. Capì che i voti dei musulmani non erano più garantiti e che il Congresso sarebbe dovuto andare in cerca di nuovi sostenitori. Si rivolse allora alla classe media indù e alle caste più basse per compensare la perdita di voti musulmani. 

 

 

Furono diverse le ragioni che fecero segnare, negli anni ’80, l’apogeo del comunitarismo. Tra queste non va esclusa la militanza sikh e il suo impatto sulla classe media indù, soprattutto quando, all’assassinio di Indira Gandhi nel 1984 fece seguito il massacro di 4 mila sikh tra Delhi e diverse altre città dell’India settentrionale. 

 

 

Ma in generale i movimenti identitari si rafforzarono al massimo strumentalizzando da una parte la controversia sul Tempio di Ramjanambhumi-Moschea Babri – avanzata dai nazionalisti indù in merito alla presenza, nella città di Ayodhia, di una moschea situata sul presunto sito della nascita del dio Rama – e dall’altra quella sulla Mandal Commission – creata nel 1979 per affrontare la questione delle quote e rimediare alla discriminazione castale ricorrendo alla discriminazione positiva a favore delle caste più basse. Tale situazione condusse a un’escalation di violenza che sfociò, tra gli anni ’80 e gli anni ’90 in disordini di inaudita brutalità. 

 

 

Fino a tempi recenti i cristiani erano stati risparmiati dalla violenza inter-comunitaria, nonostante la propaganda dell’RSS continuasse ad accusarli di voler convertire gli indù al cristianesimo. Ma gli stessi cristiani compresero in anticipo i loro futuri problemi, e quando negli anni ’80 la violenza etnica iniziò a rivolgersi in particolare contro i musulmani, molte ONG cristiane si attivarono per contrastare il comunitarismo organizzando seminari e incontri interreligiosi. Alcuni studiosi sostenevano che i cristiani non erano oggetto della violenza inter-comunitaria per via dei servizi che rendevano al paese: l’educazione impartita nelle loro istituzioni e le cure sanitarie offerte dai loro ospedali. I pregiudizi anti-musulmani al contrario erano dovuti al fatto che essi non fornivano servizi simili ed erano sleali verso il loro paese. 

 

 

La fragilità di tali argomenti fu provata quando il Sangh Parivar (la galassia delle associazioni collegate all’RSS) inaugurò una campagna settaria anche contro i cristiani che, al pari dei musulmani, furono accusati di essere una religione straniera e di costituire perciò un problema per la “nazione” indiana, essenzialmente indù nelle sue origini. All’inizio si registrarono sporadici attacchi contro chiese cristiane, scuole e sacerdoti: quando questi ultimi predicavano alla loro gente venivano accusati di voler convertire gli indù e attaccati.  

 

 

 

Valvola di Sfogo

 

 

L’apice di questa campagna nazionalista fu lo scoppio di una violenza su larga scala nel distretto di Kandhamal in Orissa, di fatto la prima violenza di massa contro cristiani nella storia indiana. Più di quaranta persone furono uccise, molte donne tra cui una suora violentate, e più di 40 mila cristiani si rifugiarono nella giungla andando a vivere in campi d’accoglienza. La violenza di Kandhamal fu innescata dall’omicidio del leader della Vishva Hindu Parishad (Congresso Mondiale Indù), un movimento indù attivo contro la conversione dei dalit (gli appartenenti alle caste più basse) e sostenuto principalmente dal BJP. La polizia, come al solito, o non intervenne, o, quando lo fece, fu per schierarsi dalla parte degli aggressori. I cristiani furono colpiti dal Sangh Parivar quando la violenza contro i musulmani iniziava a diventare controproducente, rendendo indispensabile l’individuazione di un altro obiettivo. In particolare, dopo la demolizione della moschea Babri e lo scioglimento del movimento Ramjanambumi le organizzazioni militanti indù avevano bisogno di un'altra valvola di sfogo per il proprio gioco politico e i cristiani sembravano essere lì apposta per questo scopo. 

 

 

Tutti questi fatti provano che l’India è un paese estremamente eterogeneo nel quale le identità religiose, culturali, linguistiche e castali sono sfruttate dai politici per mobilitare voti. Le identità possono svolgere ruoli contraddittori in una democrazia parlamentare. Il nostro sistema perpetua gravi ingiustizie nei confronti degli strati più bassi della società come i tribali, i dalit, le OBC (Other Backword Castes, cioè la caste basse non classificate dai censimenti) e le minoranze. Per combattere tali ingiustizie l’unico strumento democratico a disposizione è l’identità, attraverso la quale questi gruppi vengono mobilitati. 

 

 

Mentre i partiti che rappresentano le OBC e i dalit hanno rafforzato le identità castali, la destra religiosa ha esacerbato le identità comunitariste e creato una forte polarizzazione tra indù e musulmani. La mobilitazione a base identitaria continuerà perciò a porre sfide molto serie al nation-building laico. Quando i partiti identitari vedono restringersi la loro base elettorale diventano più insistenti sulle questioni identitarie. Nenche i partiti laici come il Congresso resistono a questa tentazione, incoraggiando, direttamente o indirettamente, una coscienza identitaria o addirittura appoggiando disordini etnici.

 

 

L’identitarizzazione della politica si ripercuote pesantemente sul sistema educativo. L’educazione potrebbe essere lo strumento più efficace per promuovere il rispetto per le altre religioni, lingue e culture. Ma essa è un’arma a doppio taglio. Un esame critico del funzionamento del nostro sistema educativo negli ultimi sessant’anni mostra chiaramente come esso sia stato usato più male che bene. Lo scopo principale dell’educazione dovrebbe essere la formazione di menti pensanti, creative, critiche e indagatrici. La conoscenza procede tramite queste facoltà mentali e da una mente uniformata può solo venire la stasi. Ma il nostro sistema educativo quasi non produce tali facoltà intellettive. Ciò che è peggio, esso inculca negli studenti non solo un falso orgoglio per il passato, ma l’accettazione acritica di qualsiasi cosa sia accaduta nella storia dell’India. La Costituzione ha abolito il sistema castale, ma il nostro sistema educativo continua ad avvalorarlo non solo attraverso i testi scolastici ma anche attraverso il comportamento di insegnanti che perpetuano divisioni castali nelle aule. 

 

 

Inoltre, il nostro sistema educativo promuove la divisione, o addirittura l’odio, su base comunitaria tramite l’appropriazione di parte della storia medievale, ridotta a racconti di distruzioni di templi da parte dei governanti musulmani contrari all’adorazione degli idoli. Tale ipersemplificazione della storia finisce per creare odio settario contro i musulmani. Ciò che è peggio, gli insegnanti, che non vengono formati ai valori della laicità, aggiungono i propri pregiudizi a quelli contenuti nei libri di testo. 

 

 

Bisogna inoltre considerare che ci sono scuole statali e private. Mentre le scuole statali devono adottare i testi indicati dal Ministero, le scuole private sono libere di scegliere i propri libri di testo. Le scuole statali sono perlopiù frequentate dalla piccola borghesia e dagli studenti più poveri, mentre la media e alta borghesia e gli studenti più ricchi vanno alle scuole private. 

 

 

Ci sono anche scuole gestite dalla Vidya Bharati, un’organizzazione dell’RSS o da altri movimenti nazionalisti indù e madrase gestite da diverse organizzazioni private islamiche, che minacciano fortemente i valori di laicità e pluralismo. Non c’è dunque da stupirsi se il comunitarismo, invece di indebolirsi con la diffusione dell’educazione, cresce incessantemente. È anche una delle ragioni per cui i ceti più colti diventano più settari di quelli più poveri e meno scolarizzati: i poveri non frequentano le scuole e se lo fanno le abbandonano precocemente e non si imbevono di pregiudizi.

 

 

Ecco perché il nostro sistema scolastico è diventato parte del problema più che la sua soluzione. È assolutamente necessario operare un cambio drastico nel sistema educativo e rafforzare il secolarismo e l’apertura multiculturale in India. Tra l’altro il sistema è totalmente indifferente ai valori e orientato più all'informazione che alla conoscenza. Anche nelle scuole private frequentate dai ceti più ricchi si insiste molto sulla costruzione di una carriera e sulla competizione più che sulla cooperazione e la compassione. La ricerca della verità, elemento vitale dell’amore per la conoscenza è totalmente accantonata. La casta e l’identità di gruppo sembra molto più importante della verità e dell’accettazione di una preziosa diversità nella società indiana.

 

 

 


 

[]1 Per un analisi di questi scontri cfr. Asghar Ali Engineer, Communal riots after independence:  A comprehensive account, Shipra, Delhi 2004.

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