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Religione e società

Wahabiti in Kosovo: una presenza estranea che preoccupa la società civile

La presenza dei wahabiti in Kosovo, sin dai primi momenti del dopoguerra, è stata un motivo di preoccupazione. Anche il più ingenuo tra i kosovari avrebbe potuto capire sin dalla fine degli anni '90 che prima o poi tra questa presenza "estranea" e la popolazione locale sarebbe nata qualche difficoltà.

 

 

Se all'inizio erano i cristiani a preoccuparsi maggiormente per la presenza crescente e invadente dei wahabiti, in seguito anche gli stessi musulmani moderati e filo-occidentali manifestarono un disagio nei loro confronti, in quanto intravedevano in essi una minaccia per l'ordine e la tradizione del Kosovo.

 

 

Molti kosovari hanno rilevato che i wahabiti si sono inseriti nel tessuto sociale gradualmente e in modo subdolo, tanto che non è stato possibile contrapporvisi a loro in maniera esplicita né fermare le loro attività, che generalmente spaventano la popolazione per il modo in cui vengono messe in atto.

 

 

La presenza internazionale in Kosovo, competente in materia di sicurezza e garante dell'ordine pubblico in vista della costruzione di uno Stato democratico, non è riuscita a contenere la diffusione di questa presenza, che tra l'altro non appartiene alla tradizione dell'Islam locale. Al contrario l'ha favorita, attraverso la promozione di un'idea squilibrata di "laicità" e "libertà", intese di fatto come il diritto di fare ciò che si vuole, al punto che si lascia che estremisti e fondamentalisti si muovano senza limiti e controllo.

 

 

Oggi la presenza dei wahabiti in Kosovo è molto attiva e visibile sia nelle zone urbane e che in quelle rurali. Il loro stile è molto primitivo, spaventa i cittadini perché non è trasparente e favorisce condizioni che alimentano l'odio interreligioso. Essi tentano continuamente di assumere una posizione forte e di controllo all'interno degli organi esecutivi della Comunità Islamica kosovara, anche se in modo sempre molto prudente e nascosto.

 

In alcuni comuni hanno già conquistato il potere e sono diventati maggioranza nella comunità locale.

 

Negli ultimi mesi, rappresentanti di questa corrente sono arrivati a colpire fisicamente alcuni leader moderati della Comunità Islamica, tra cui Xhabir Camiti, capo del Parlamento della stessa Comunità, e Osman Musliu, imam di Skenderja (Kosovo centrale), entrambi molto influenti nel Paese, colpiti in quanto rappresentanti di un Islam considerato non autentico e dannoso per il vero Islam.

 

 

Questi fatti stanno provocando una certa inquietudine in Kosovo, ci si domanda chi ci sia realmente dietro questi gruppi wahabiti e a cosa realmente puntino.

 

 

Ma si assiste a una situazione interna bloccata: da una parte la Comunità Islamica non ha più la forza di fermare questi estremisti e chiede aiuto alle istituzioni statuali, dall'altra le stesse istituzioni si dichiarano non competenti in materia: non è loro compito intervenire in vicende interne alle comunità religiose.

 

La stessa polizia non può intervenire senza una denuncia e accusa verificabile.

 

 

Una delle conseguenze più drammatiche di ciò è che gli stessi musulmani kosovari appaiono sempre più divisi: c'è chi continua a proclamare l'Islam moderato come la scelta giusta, intendendo un Islam "europeo", "laico" che distinguerebbe cioè la religione dalla politica, e c'è chi invece appoggia l'Islam radicale, sostenuto dai Paesi arabi che cercano di attirare il Kosovo nell'area di influenza mediorientale.

 

 

Un episodio emblematico in questo senso è accaduto recentemente a Pristina: l'imam della famosa moschea di Pristina, Shefqet Krasniqi, che simpatizza per i wahabiti, in una sua predica del venerdì ha usato parole molte pesanti e offensive nei confronti di Madre Teresa di Calcutta. Questo discorso, registrato da un fedele anonimo, ha fatto poi il giro del mondo attraverso internet, offendendo pesantemente i kosovari e gli albanesi profondamente legati a Madre Teresa e presenti in diaspora in tutto il mondo. La chiesa cattolica del Kosovo ha chiesto le scuse ufficiali da parte della Comunità Islamica, ma la vicenda ha reso manifesto il livello di tensione presente nell'aria.

 

 

Un altro imam di Pristina è stato picchiato perché possedeva - secondo i wahabiti - alcuni libri "vietati" nella sua biblioteca, libri non rispettosi del vero Islam.

 

 

La situazione appare compromessa e si teme di arrivare a un punto di non ritorno in un Paese così a lungo martoriato da scontri fratricidi e le cui ferite sono ancora aperte.

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