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Cristiani nel mondo musulmano

A quando il riconoscimento internazionale e concreto all’azione della Chiesa per l’Africa?

Ho potuto partecipare come uditore al Sinodo dedicato all’Africa ed è stata per me un’esperienza di allargamento dell’orizzonte in cui collocare l’opera di cui mi occupo, come presidente di Avsi, una Ong di ispirazione cattolica che si occupa di progetti di sviluppo ed è operativa in 15 Paesi dell’Africa e 40 nel resto del mondo.

 

 

Nel loro intenso lavoro di scambio di esperienze concrete e testimonianze emblematiche di vita, i padri sinodali hanno messo in rilievo quale sia il più grande tesoro dell’Africa, che anche noi - nella nostra azione quotidiana in vari ambiti della cooperazione - avvertiamo sulla pelle: in Africa le persone hanno fame di significato e di spiritualità. Hanno fame di Dio, quella fame che sembra non manifestarsi più nella vecchia e sazia Europa.

 

 

In Africa la fede in Dio esercita pienamente il suo fascino, perché è un fascino “autentico”, che passa attraverso l’incontro con dei testimoni e che si propone alla libertà di ciascuno.

 

I giovani sembrano molto attratti da questo, perché è come se intuissero quanto la fede - intesa come conoscenza della realtà nella sua verità profonda, non certo come un manuale di regole etiche o ambientali da rispettare - possa cambiare il modo di guardare alla vita quotidiana, possa capovolgere la vita.

 

Un’espressione di Benedetto XVI, tratta dal suo commento alla preghiera mattutina del primo giorno, mi ha offerto una particolare chiave di lettura sia dei lavori che sono poi scaturiti al sinodo, sia della nostra azione come Ong.

 

Il Santo Padre ha rilevato che se è alterato il rapporto tra creatore e creatura, anche tutto il resto risulta inevitabilmente alterato.

 

Come dire: se non si tiene viva questa tensione continua, questo rapporto tra Dio e le sue creature, se non si tiene viva la fede come metodo di conoscenza, anche in ogni azione “a fin di bene”, in ogni opera che punti allo sviluppo, si innesta un principio di dualismo e un relativismo che svuotano da dentro le stesse opere.

 

Rileggendo questo nelle fibre della mia esperienza nella cooperazione, il rischio che si intravede è che la nostra agenda troppo spesso coincida con l’agenda di organismi internazionali, in primis le Nazioni Unite, che a volte si propongono come templi di una nuova religione umanitaria, luoghi della neutralità e del relativismo ciechi.

 

Organismi talmente relativisti che arrivano al paradosso di espellere come primo obiettivo di lavoro l’uomo e il suo bene autentico.

 

Per questo, per contrastare questa deriva, balzano in primo piano due urgenze: la questione educativa e la presa di coscienza a livello internazionale dell’imponenza dell’azione e del contributo della Chiesa al bene comune.

 

Sul primo punto, l’educazione, ribadisco come già avviene per iniziativa di molti, che essa è un fattore determinante, è la questione che va affrontata su tutti i tavoli dove si disegnino progetti di sviluppo per l’Africa e non solo, ma che non può essere ridotta a una pura faccenda di forma. Il problema da considerare è tutto nei contenuti di questa educazione: cosa si insegna anche nelle scuole cattoliche? Su quali fondamenta viene aiutata a maturare la coscienza delle nuove generazioni?

 

La seconda urgenza è che occorre lavorare perché sia riconosciuta la dignità civile e sociale delle opere della Chiesa, come contributo al bene comune, secondo il principio di sussidiarietà. Solo un paio di dati: la Chiesa in Africa offre educazione primaria al 50% della popolazione scolastica e garantisce il 50% dei servizi sanitari di base in molti Paesi. Ma tutto ciò non viene riconosciuto adeguatamente. Basti pensare che a fronte di queste dimensioni del servizio offerto, il fondo mondiale per le tre grandi malattie destina alla Chiesa solo il 3,6% di tutte le risorse che gestisce ed eroga complessivamente alle Faith-Based Organizations.

 

La conferenza episcopale ugandese ha in questo senso operato mirabilmente, ma molto si può ancora fare.

 

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