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Medio Oriente e Africa

Abu Dhabi si congeda dalle cause panarabe. In nome di Abramo

Washington, un momento della cerimonia di firma degli Accordi di Abramo [The White House / Flickr]

Riconoscendo Israele, gli Emirati si emancipano dai principi e dalla retorica che hanno caratterizzato la politica mediorientale degli scorsi decenni. Per farlo invocano Abramo, ma in gioco c’è il loro interesse nazionale

Ultimo aggiornamento: 22/09/2020 14:48:33

Se dal punto di vista cronologico gli Emirati Arabi Uniti sono, dopo Egitto e Giordania, il terzo Paese arabo a riconoscere formalmente Israele (il quarto se si considera il riconoscimento congelato della Mauritania), in termini qualitativi l’accordo tra l’emirato del Golfo e lo Stato ebraico è un fatto inedito, che segnala l’eccezionalità di Abu Dhabi rispetto agli altri Stati arabi e ratifica l’apertura di una nuova fase della storia mediorientale.

 

I trattati con Egitto (1979) e Giordania (1994) mettevano infatti fine a una situazione di belligeranza attiva, erano incentrati sulla sicurezza e sull’integrità dei rispettivi Stati e s’inserivano nel quadro più ampio del processo di pace tra Israele e Palestina. Al contrario, l’accordo tra Emirati e Israele, due Paesi che non si sono mai combattuti militarmente, instaura una vera e propria partnership e, nonostante un fugace accenno all’impegno per una soluzione al conflitto Israelo-Palestinese, si sottrae alla logica che aveva fin qui guidato i Paesi arabi: pace in cambio di terra.

 

La novità dell’intesa nasce certamente dal riconoscimento del fatto compiuto. Come ha scritto Abdulkhaleq Abdullah, politologo emiratino che negli ultimi anni si è distinto per la “sintonia” con la leadership politica del suo Paese, la normalizzazione con Israele è una scelta «ineluttabile», la presa d’atto che decenni di lotte tra gli Stati arabi e lo Stato ebraico hanno finito per sfibrare i primi e rafforzare il secondo.

 

L’avvicinamento tra Emirati e Israele non è tuttavia un mero ossequio al realismo politico, ma scaturisce da un’ampia convergenza d’interessi, se non di posizioni politico-culturali. I due Paesi condividono infatti l’ostilità verso l’Iran degli Ayatollah e verso la Turchia di Erdoğan; osteggiano l’Islam politico e sono impegnati nella cosiddetta lotta all’ “estremismo” e al “terrorismo”. A ciò si aggiunge la cooperazione già esistente, ma destinata a intensificarsi in virtù del trattato, nella finanza, nel turismo, nella ricerca scientifica, medica e aerospaziale, nell’energia e nella sicurezza alimentare.

Nel testo dell’accordo, questo intreccio di interessi coincidenti trova espressione in una retorica che suona molto familiare a chi negli ultimi anni abbia seguito il dispiegamento del soft-power emiratino: si parla infatti di dialogo interreligioso e interculturale, di cooperazione tra i popoli, di rispetto reciproco, mentre l’intesa è posta sotto il segno dell’ascendenza abramitica, comune a ebrei, cristiani e musulmani.

 

Per comprendere l’origine dell’approccio emiratino occorre tenere conto di quello che Dominique Moïsi affermava nella sua Geopolitica delle emozioni. In questo saggio, scritto nel 2009 per rispondere alla teoria huntingtoniana dello scontro delle civiltà, il politologo francese sosteneva che il criterio che orienta le relazioni internazionali non è l’appartenenza a blocchi culturali diversi, ma l’identificazione dei vari Paesi del mondo con un sentimento prevalente. Mentre la maggior parte del mondo arabo-musulmano è dominato da un senso di umiliazione, gli emirati del Golfo sono segnati da una cultura della “speranza”, che non a caso è il nome della sonda emiratina partita il 19 luglio scorso per Marte.

 

Si tratta di un’osservazione che fa luce anche sull’adesione dei Paesi arabi alla causa palestinese. Per un certo periodo, il destino della Palestina ha infatti rappresentato sineddoticamente quello dei popoli arabi nel loro complesso, molti dei quali erano a loro volta impegnati ad affrancarsi da qualche sorta di occupazione, dominazione o influenza coloniale. Anche i Paesi del Golfo, che negli anni’60 e ’70 erano giovani Stati in corso di formazione, avevano fatto propria l’idea e il linguaggio della liberazione della Palestina. In un’intervista del 1971, per esempio, il fondatore degli Emirati, shaykh Zayed, affermava che «la politica di espansione di Israele e i piani razzisti del sionismo sono diretti contro tutti i Paesi arabi, e in particolare contro quelli ricchi di risorse naturali. Nessun Paese arabo sarà al sicuro dai pericoli della battaglia con il sionismo se non farà la sua parte e non si assumerà le proprie responsabilità confrontandosi con il nemico israeliano». Nel corso del tempo, questa retorica si è svuotata di significato o è stata progressivamente abbandonata, al punto che nella sua sessione del 9 settembre scorso la Lega Araba ha respinto la risoluzione palestinese che chiedeva di condannare l’accordo tra Abu Dhabi e Tel Aviv.

 

Per gli Emirati in particolare, il congedo dalle cause panarabe è stato accompagnato dall’ambizione a trasformarsi in una media potenza regionale: «un piccolo Stato con un grande ego», secondo l’efficace formula usata da uno studente emiratino nella sua tesi di master. A questa evoluzione è corrisposta la transizione ideologica dalla solidarietà panaraba e panislamica a un neopositivismo nazionalista. Come ha scritto sempre Abdulkhaleq Abdullah commentando il lancio della sonda “Speranza” e l’avvio di una centrale nucleare nel suo Paese, «la leadership emiratina crede nella scienza e ascolta gli scienziati. […]

  Gli Emirati si sono allontanati dalle ideologie e dai discorsi ideologici demagogici, dando la priorità assoluta all’economia, allo sviluppo, al sapere e hanno investito con forza nelle infrastrutture e nel digitale, riuscendo nel corso degli ultimi cinquant’anni a realizzare i propri obiettivi nazionali».

 

Da questo punto di vista, la normalizzazione con Israele segna il punto d’approdo dell’emancipazione degli Emirati dai linguaggi, dalle priorità e, nel caso palestinese, dai tabù che hanno caratterizzato nei decenni scorsi la politica di molti Paesi arabi, e la loro inserzione definitiva nella logica vestfaliana dello Stato-nazione indipendente che persegue i propri interessi e obbedisce alle proprie logiche. Un processo forse accelerato dal parziale disimpegno statunitense nell’area, ma che consegue dalla visione del mondo dell’attuale leadership politica del Paese.

 

Gli Emirati sono stati seguiti a ruota dal Bahrein, anche se quest’ultimo non condivide tutti i presupposti politici e ideologici del suo vicino. Ma se quello tra Abu Dhabi e Tel Aviv è un matrimonio d’interesse, e forse anche d’amore, l’accordo con Manama appare piuttosto come un matrimonio combinato, in particolare da Riyad. Altri Paesi compiranno forse lo stesso passo: alcuni cedendo alle forti pressioni che arrivano sia dal Golfo che dagli Stati Uniti; altri, come l’Arabia Saudita, perché desiderano seguire le orme degli Emirati (e non solo nella questione d’Israele), ma godono di minore libertà di movimento rispetto ai loro vicini e devono ancora preparare adeguatamente il terreno.

 

Dal punto di vista della geopolitica regionale, gli accordi sono la consacrazione di una dinamica già in atto più che un vero punto di svolta, con la formalizzazione di un fronte anti-iraniano e anti-turco che fa affidamento su armamenti e sistemi di sicurezza sempre più sofisticati. Politicamente, l’intesa rafforzerà probabilmente la tendenza dei Paesi del Golfo a voler “stabilizzare” la regione tramite l’esportazione del proprio autoritarismo (più o meno modernizzatore a seconda dei contesti), forse con minori risorse economiche a causa della diminuzione della rendita petrolifera, ma con più efficaci mezzi tecnologici.

 

Alla luce di queste considerazioni, è difficile non cogliere una stonatura nel riferimento ad Abramo, a cui sono intitolati gli accordi. Fu l’orientalista francese Louis Massignon a creare, con una straordinaria intuizione, il concetto di religioni abramitiche. Di autore in autore, di documento in documento, la formula è finita in un trattato internazionale. Non è così strano se si pensa che lo stesso Massignon aveva, non senza forzature, elevato questa categoria teologica a criterio di azione politica, in particolare nel caso della Palestina. Nel 1949, per esempio, l’islamologo invocava il Patriarca biblico come «unica opzione non solo per il problema della giustizia in Terra Santa, ma per la pace e la giustizia del mondo» e rifiutava logica della partizione della Terra Santa in nome del fatto che «la tunica senza cuciture dell’umanità non può essere tagliata in due».

 

Nel caso dell’intesa israelo-emiratina siamo però in un orizzonte ben diverso da quello espresso da queste righe. Abu Dhabi ha presentato la normalizzazione con Israele come un atto capace di arrestare (per quanto tempo?) l’annessione dei territori della Cisgiordania voluta da Netanyahu, ma nel testo del trattato di questo aspetto non si parla e la questione israelo-palestinese sembra irreparabilmente consegnata alla logica dei rapporti di forza.

 

Sempre secondo Massignon, nel corso della storia Ismaele (cioè l’Islam) avrebbe cercato di «riconquistare a Dio la promessa scartata, il privilegio rifiutato; e il simbolo materiale del successo, la presa d’Istanbul, “Costantinopoli”, la Città per eccellenza del trionfo cristiano […] fu annunciata ai soldati dell’Islam più di seicento anni prima dell’evento». L’Ismaele emiratino ha lasciato a Erdoğan la spada della conquista e ha preferito stringere la mano ai figli d’Isacco. Due simulacri, l’arma esibita a Santa Sofia e il richiamo strumentale alla figura di Abramo, che, per ragioni diverse, non risolveranno i problemi del Medio Oriente.

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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