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Cristiani nel mondo musulmano

Afghanistan: cosa resta delle tracce di San Tommaso

«Potremmo parlare di un atteggiamento cristiano. Ovvero di una morale oggettiva determinata dai dieci comandamenti». A parlare è un ex ufficiale dell’Esercito italiano, che desidera restare anonimo e che ha prestato più volte servizio in Afghanistan. «Nel Paese degli aquiloni non esiste una cristianità radicata. Né per tradizione né per importazione coloniale», dice ancora. «Non è come nel mondo arabo, dove i cristiani sono una minoranza originaria della regione. Oppure come in Pakistan e India, dove il Vangelo è stato introdotto dagli Europei».

 

 

Le stime parlano di una comunità cristiana tra i 3mila e i 10mila fedeli. Una comunità clandestina. La legge afgana, infatti, non riconosce altre confessioni se non quella islamica. Sono vietate l’evangelizzazione, l’istruzione scolastica di ispirazione cristiana e la presenza di qualsiasi luogo di culto non musulmano. Ufficialmente, le sole chiese presenti in Afghanistan sono ammesse dove è riconosciuta l’extraterritorialità diplomatica, ambasciate e sedi consolari. «Alcuni parlano di un gruppo di suore e di un sacerdote attivi a Kabul», dice ancora la nostra fonte. «Tuttavia sono informazioni difficili da verificare».

 

 

Interessante è poi il caso di Deborah Rodriguez, operatrice umanitaria americana, protestante, che arrivò a Kabul già nel 2001, appena dopo la caduta dei talebani. In città aprì un semplice salone di estetista. Un’iniziativa che ha fatto scuola e che poi è diventata oggetto di un libro: La parrucchiera di Kabul, appunto. Della Rodriguez sarebbe sbagliato parlare come di una donna atterrata in Afghanistan con l’ambizione di diffondere il Vangelo. Il suo fu e resta tutt’oggi un impegno a-confessionale.

 

Eppure l’Afghanistan non è completamente estraneo alla storia del Cristianesimo. Le cronache ricordano le missioni degli apostoli Tommaso e Bartolomeo in Persia e nel Vangelo apocrifo del primo è citata la provincia di Battriana, a ridosso della catena montuosa dell’Hindu Kush, che oggi rientra nei confini dell’Afghanistan. Da allora, una presenza della Chiesa nestoriana, il passaggio dei gesuiti e ancora degli armeni testimoniano di altrettanti tentativi d’introdurre il Vangelo anche in Afghanistan.

 

 

«Ricordiamoci inoltre che il Paese è stato coinvolto nelle grandi esperienze di sincretismo religioso, partite dal Caucaso e che si sono sviluppate in Persia e Turkmenistan». L’ufficiale fa riferimento soprattutto allo zoroastrismo, ma anche alle correnti mistiche squisitamente islamiche. Per esempio il sufismo che si espresse in nomi come ‘Abdallâh al-Ansârî, nato e vissuto a Herat nell’XI secolo, giurista rigoroso, ma anche autore delle Grida del Cuore, un appassionato dialogo con Dio. Dimostrazioni di un Afghanistan sensibile al confronto tra le fedi, ma piuttosto nel passato che oggi.

 

Le cronache recenti, infatti, sono infarcite di episodi che hanno seriamente compromesso il potenziale dialogo fra le tribù locali e i rappresentanti – religiosi quanto laici – di una religione indiscutibilmente lontana dai canoni culturali locali. Gli afgani oggi associano il Cristianesimo alla presenza militare occidentale. E rendendosi colpevoli di atti profanatori, alcuni soldati statunitensi hanno compromesso l’immagine del loro Paese e anche della cultura che rappresentano. Per gli afgani così è difficile scindere il Cristianesimo da chi brucia il Corano.

 

Il comportamento è stato istigato da Terry Jones, un pastore protestante estremista. Ha indetto manifestazioni di esplicita violenza verbale nei confronti dell’Islam ed è autore di gesti provocatori. Le pericolose prodezze di Jones sono state emulate in Afghanistan. Per trovare una spiegazione per questi gesti insensati, si è ricorsi alla psicologia di guerra: si è parlato di soldati vittime di shock da combattimenti, senza precedenti. Analisi che, se anche possono avere un fondamento per la visione occidentale, risultano incomprensibili per la popolazione locale.

 

 

Un esempio virtuoso di dialogo interreligioso è invece offerto da Serge Laugier de Beaurecueil, frate dominicano e islamologo scomparso nel 2005. Non a caso De Beaurecueil, uno dei 3 membri fondatori dell’IDEO del Cairo, fu condotto in Afghanistan proprio dai suoi studi sul mistico al-Ansari, di cui pubblicò una traduzione francese. Trasferitosi a Kabul e abbandonata la carriera accademica, si dedicò agli orfani e hai ragazzi di strada. Non è un caso che il suo Un chrétien en Afghanistan, dato alle stampe nel 1985, abbia visto una nuova edizione nel 2001. Purtroppo quello di Beaurecueil resta ancora un caso isolato.

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