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Religione e società

Alle periferie dell’impero: il “buono” dell’Albania

Piazza Scanderbeg a Tirana, Albania [© Chris Walts - Wikimedia Commons]

Nei Balcani è possibile “uno scambio vero con i responsabili della comunità islamica”

Questo articolo è pubblicato in Oasis 20. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 30/04/2019 10:49:59

Impenetrabile come la sua lingua, l’Albania è sempre stata percepita come marginale. Prima  periferia dell’Impero ottomano, poi isolata dal mondo nella notte del regime comunista e oggi in coda per entrare in Europa. Ma per qualche giorno è tornata alla ribalta grazie a Papa Francesco, mostrando che può offrire lezioni preziose.

 

 

È solo un pezzo di legno. Il busto di un crocifisso con il capo reclinato, annerito dal fuoco che si è divorato gambe e braccia. Salvato di nascosto da una persecuzione disumana contro uomini e donne di fede, per uno strano destino è arrivato tra le mani dell’arcivescovo di Scutari, mons. Angelo Massafra, che oggi lo tiene nel palmo con la stessa tenerezza che riserverebbe a un neonato. Solo un “resto”, quasi una reliquia, eppure basta poggiarci lo sguardo per essere scaraventi nella zona oscura del Novecento albanese.

 

 

Nella violenza del regime comunista iniziata subito dopo la seconda guerra mondiale e cresciuta esponenzialmente fino allo scatto del ’67. Allora cala la notte più tetra sull’Albania, che taglia i ponti con tutti i Paesi del blocco sovietico, perfino con la Cina ritenuta troppo liberale e “revisionista”. «La nostra terra aperta come un cratere gigante – la descrive così il francescano Zef Pllumi, sopravvissuto alle torture – come un buco di tomba con rabbia tentava di divorare tutti quelli che volevano liberarla». Nel memoriale inaugurato di recente a Scutari alcuni video della propaganda di allora mostrano gli assalti alle chiese, la devastazione degli oggetti sacri e le picconate ai minareti fino all’abbattimento totale. Chi osava dire besim, credo, veniva sottoposto a processi farsa, incarcerato, torturato fino alla morte se non riconosceva come suo unico Dio il Partito. Custodite dalle Clarisse, nel museo si possono visitare le celle, dove sono conservati alcuni strumenti di tortura e il prontuario di quelle più praticate. L’obiettivo era chiaro, lo proclama a lettere maiuscole uno dei manifesti comunisti affissi alle pareti: «L’uomo nuovo è l’opera brillante del Partito». Uno slogan che nella sua traduzione pratica ha portato a un bilancio di questo tipo: 42.772 prigionieri politici per crimini contro la nazione; 14.500 persone incarcerate per attentati contro il popolo; 987 morti in carcere; 308 ricoverati nei manicomi per disordini mentali; 2.169 istituzioni religiose distrutte; 157 chiese e 530 moschee distrutte o trasformate in palestre e teatri.

 

 

Perché la creazione dell’uomo nuovo passava per forza attraverso la cancellazione di Dio da ogni spazio, pubblico e privato. Con l’esito dei 40 martiri albanesi per i quali è in corso il processo di beatificazione. Tra i loro volti esposti durante la visita del Papa nel centro della capitale, splende quello di Maria Tuci, di una bellezza dell’altro mondo, una giovanissima consacrata arrestata nel 1949. A lei, raccontano in molti in Albania ancora increduli, fu riservata una tortura medievale: violentata, fu chiusa in un sacco con dei gatti che, affamati e picchiati, la graffiarono e sfigurarono fino ad ucciderla. Ma le vicende delle vittime di quasi cinquant’anni di comunismo, decine, forse centinaia considerando che molte storie non sono mai venute allo scoperto, sono accomunate da un dato: l’irriducibilità della fede di fronte al piano sistematico di distruzione, alla delazione che poteva arrivare fin dentro le mura di casa, oltre che tra vicini. Perché il partito addestrava al tradimento, metteva figli contro padri, istruiva a riconoscere gli indizi della fede. Chi veniva colto a dipingere le uova a primavera, come usano i cristiani per celebrare la Pasqua, era a rischio denuncia.

 

 

 

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Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Maria Laura Conte, Alle periferie dell’impero: il “buono” dell’Albania, «Oasis», anno X, n. 20, dicembre 2014, pp. 91-95.

 

Riferimento al formato digitale:

Maria Laura Conte, Alle periferie dell’impero: il “buono” dell’Albania, «Oasis» [online], pubblicato il 28 gennaio 2015, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/alle-periferie-dellimpero-il-buono-dellalbania.

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