La sfida della Bosnia all'Unione Europea

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Ultimo aggiornamento: 28/06/2024 10:44:29

L’Unione europea, che  accetta nel suo seno solo paesi democratici ed esercita grande attrazione sui vicini, è sfidata da Paesi come la Bosnia: la costringono infatti a chiedersi se i diritti siano un “lusso” di ordinamenti che sono già in pace oppure se siano anche gli strumenti per ottenerla.

 

Dopo essere stati teatro negli anni ’90 di numerosi conflitti a sfondo etnico-religioso, i Balcani si stanno progressivamente integrando al resto del continente: proprio per questo, la “questione balcanica” e la creazione di un quadro istituzionale capace di ospitare una realtà religiosamente plurale, segnata dalla presenza di comunità ortodosse, cattoliche e musulmane, sta diventando un affare sempre più giuridico per le istituzioni europee. Slovenia e Croazia sono già nell’Unione europea, altre parti dell’ex Jugoslavia stanno affrontando il processo di avvicinamento, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo ha visto l’adesione degli interi Balcani, e la Commissione di Venezia, strumento di promozione della democrazia attraverso il diritto, ha contribuito al rinnovamento istituzionale praticamente di tutti gli ordinamenti interessati. Se dunque i Balcani sono largamente europei per cultura e geografia, lo stanno lentamente divenendo quanto a integrazione giuridica. Tuttavia, i destini delle istituzioni pan-continentali e quelli dei Balcani s’incrociano in un momento particolarmente delicato.

 

L’attrazione europea

L’Europa moderna è sicuramente un successo. Lo è sotto un profilo giuridico e politico. La creazione di uno spazio di pace, prosperità, libertà e sicurezza con pochi precedenti è proprio la ragione dell’attrattiva che l’integrazione europea suscita su tanti Paesi, inclusi quelli balcanici.

Bastino pochi elementi per rammentare il fenomeno dell’Unione europea: Paesi in conflitto da secoli, rispettivamente vittoriosi e perdenti alla fine della seconda guerra mondiale, hanno messo volontariamente in comune il mercato, carbone ed acciaio, e la ricerca sull’energia atomica. Se vogliamo tradurne il significato politico, dobbiamo osservare che d’un tratto tali Paesi hanno estirpato le ragioni del conflitto, le risorse per condurlo e gli strumenti di distruzione più letali, individuando delle istituzioni capaci di offrire un quadro di riferimento sovranazionale, unitario e condiviso, a questi ambiti. In termini ancor più generali, possiamo affermare che, per evitare nuove guerre, diversi paesi europei hanno scelto di non vivere esistenze separate, ma di cooperare.

Benessere e prosperità erano una ragione più che sufficiente per ricominciare, dopo il conflitto che aveva dissanguato il Continente; la cooperazione sovranazionale era invece un’intuizione cruciale, necessaria dopo le derive nazionalistiche. Complessivamente, il risultato è consistito in un continente pacificato, nel quale si sono collocate le premesse per delle vite democratiche stabili.

 

Un ultimo punto assolutamente degno di nota è il carattere di quest’iniziativa: per il suo successo, si è affidata alla volontà di ciascuno dei suoi membri. L’Unione europea si è sviluppata, nelle sue varie fasi, puntando interamente sulla volontà degli operatori giuridici nazionali di dare attuazione alle scelte effettuate in sede europea. Le istituzioni europee sono state infatti prima strutturalmente, e poi largamente, incapaci di portare ad esecuzione le proprie decisioni; e per la verità non hanno mai avuto la legittimazione democratica necessaria a giustificare poteri coercitivi paragonabili a quelli statali[1]. Gli stati vi si sono – quasi miracolosamente – adeguati, piuttosto di buon grado.

Se pace, progresso e prosperità sono stati consegnati al processo d’integrazione dell’Unione, altra questione riguarda il rispetto dei diritti umani e delle garanzie democratiche assicurati da ciascun Paese europeo[2]. Questo profilo è stato vigilato dalle istituzioni del Consiglio d’Europa, un organismo separato, che ormai conta nel suo seno quasi cinquanta Stati (venti oltre quelli dell’Unione) e che trova la sua ossatura nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Tuttavia, l’Unione europea ha comunque costantemente richiesto agli stati entranti di aderire a standard di democrazia e diritti, quale precondizione per l’ingresso nell’Unione[3]. Questo, sia perché Stati democratici sono normalmente Stati stabili e con prospettive di crescita realistica, sia perché è diventato culturalmente inaccettabile legarsi a Paesi insoddisfacenti quanto a standard di politica e diritti. Infatti, i governi di quegli Stati, una volta avvenuto l’ingresso nell’Unione, si siedono a fianco dei loro partner per decidere le politiche dell’Unione.

Il club dei Paesi europei ha dunque complessivamente preso i caratteri di un ambiente inclusivo, democratico, rispettoso dei diritti umani e prospero. Un ambiente – come alcuni hanno efficacemente notato – scaturito all’inizio dall’intuizione di figure mosse da ideali profondamente immersi nella cultura cristiana, capace di trasformare buona parte di un continente in macerie, che aveva sperimentato ogni genere di conflitto, in una “forza civile”[4].

 

Dal successo al declino?

Questi processi tanto fortunati hanno mostrato alcuni segnali di arresto, anche con riferimento ai Balcani. Le ragioni sono sia strutturali che esterne. Voglio segnalarne alcune, che riguardano rispettivamente l’Unione europea da un lato, e il Consiglio d’Europa e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo dall’altro, nella convinzione che questo spieghi almeno parte della disaffezione europea per tali strumenti.

Quanto all’Unione europea, le prospettive di prosperità e progresso si sono affievolite. Se il più grande mercato del mondo è debole nella competizione mondiale, qualsiasi suo operatore economico è a rischio, proprio perché non esistono frontiere interne. Ecco una forte ragione di disaffezione nei confronti dell’Unione. La connessione tra prosperità, progresso e pace, inoltre, si è offuscata per il suo medesimo successo[5]: la guerra è diventata così impensabile nei territori dell’Unione[6] che la leva militare non è più obbligatoria nella stragrande maggioranza degli Stati membri. Una delle ragioni principali dell’Unione, il legame tra l’economia e la pace, si è dunque smarrita nelle generazioni contemporanee. Ecco un’altra ragione di disaffezione.

 

Relativamente alla cultura della guerra, vanno precisati due aspetti. Innanzitutto, la guerra è divenuta impensabile non solo in termini di opzione, ma anche di comprensione dei fenomeni politici. Negli anni ’50, i costituenti europei hanno abbandonato il progetto di uno strumento militare unificato, confinando l’Ue al di fuori degli strumenti militari e persino diplomatici. Questo blocco ha significato anche il blocco della capacità, per l’Unione, di giocare un ruolo nello scacchiere internazionale, anche al fine di tutelare i valori di cui essa si fa portavoce[7]. L’Unione è stata, per così dire, il “grande assente” nelle questioni balcaniche, limitandosi ad accogliere nel suo seno i processi politici quando essi avevano dato un certo esito, ma senza influenzarli profondamente mentre essi si svolgevano.

In secondo luogo, l’Unione ha fatto sì che l’Europa dimenticasse la guerra, ma solo lungo i confini nazionali. Se non si fanno più la guerra, gli Stati si possono tuttavia ancora corrompere al loro interno: Irlanda del Nord e Paesi Baschi dimostrano che l’Unione non garantisce da qualsiasi linea di frattura, ma solo da quelle che percorrono i confini nazionali; i restanti conflitti rimangono impregiudicati. Né la cultura dei diritti, propria del Consiglio d’Europa, è efficacemente in grado di disinnescare questi ultimi.

Infatti, è proprio con riferimento al Consiglio d’Europa che si pone un problema profondo. La capacità d’integrare gli Stati attraverso il diritto, facendoli diventare democratici, si è inceppata proprio nei Balcani. Dopo i faticosi accordi di Dayton, e nonostante il contributo della Commissione di Venezia con la sua insistenza sulle garanzie costituzionali, la Bosnia si è vista condannare dalla Corte europea dei diritti dell’uomo perché, nella rotazione dei ruoli istituzionali tra le diverse etnie, ne esclude alcune[8].

Questo non è un dettaglio secondario. La sentenza della Corte significa la condanna degli strumenti di pacificazione balcanica, per ragioni legate alla democrazia e ai diritti. Naturalmente la Corte europea dei diritti dell’uomo, in sé, non mette in crisi le istituzioni, poiché le sue sentenze non interferiscono direttamente con le Costituzioni nazionali. Tuttavia, una tale decisione è capace di mettere in crisi sia il processo d’integrazione europea nelle zone interessate (può dirsi la Bosnia un Paese in linea con la cultura giuridica europea, anche ai fini dell’ingresso dell’Unione, in base alla sentenza?), sia la relazione politica tra parti dei Balcani e il resto d’Europa. Soprattutto, tale sentenza mette a nudo la problematicità di una relazione fondamentale su cui si era costruita l’Europa contemporanea: il nesso tra pace, democrazia e diritti. La narrativa che la Corte ha offerto, implicitamente, afferma che la pace si è fatta, ma che è costata troppo, in termini di diritti.

 

La provocazione dei Balcani

Se è almeno parzialmente vero quanto illustrato finora, allora non è semplicemente l’Europa a sfidare i Balcani; sono soprattutto questi a sfidare l’Europa. L’Europa può re-imparare dai Balcani il nesso tra le sue istituzioni e un ideale che sembra un dato assodato: la pace, dal momento che in questa regione la guerra ha scavato solchi tra e nelle nazioni, che ne conservano un ricordo ancora molto vivido[9]. Inoltre, i Balcani sfidano la concezione della democrazia e dei diritti, costringendo a chiedersi se questi siano una preoccupazione che un ordinamento si può permettere quando è in pace, oppure se siano anche gli strumenti per ottenerla (argomenti che probabilmente molti credevano superati con la fine della guerra fredda). La Corte europea dei diritti dell’uomo, in un certo senso, assume che solo la democrazia ottenga la pace; e che la concezione di democrazia sia una e una soltanto. L’Unione europea, viceversa, accetta nel suo seno solo paesi democratici per promuovere la pace, ma non è in grado realmente d’interagire per sollecitarla. I Balcani sembrano dunque profilarsi sempre più come le Colonne d’Ercole della cultura democratica europea[10].

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

[1] Joseph H. H. Weiler, The individual as subject and object and the dilemma of European legitimacy, «International Journal of Constitutional Law» 12 (2014), 94.
[2] «Democracy is simply not part of the original vision of European integration», Joseph H.H. Weiler, Deciphering the Political and Legal DNA of European Integration: An Exploratory Essay, in Julie Dickson, Pavlos Eleftheriadis, Philosophical Foundations of European Union Law, Oxford University Press, Oxford 2012, 149.
[3] Sabino Cassese, Chi governa il mondo, il Mulino, Bologna 2013, 113-115.
[4] Joseph H. H. Weiler, Un’Europa cristiana, Rizzoli, Milano 2003, 197.
[5] Id., Deciphering the Political and Legal DNA, 157.
[6] Nel 2012, la leva obbligatoria non esisteva più nei seguenti membri dell’Unione: Belgium, Bulgaria, Croatia, Czech Republic, France, Germany, Hungary, Ireland, Italy, Latvia, Lithuania, Luxemburg, Malta, Netherlands, Poland, Portugal, Romania, Slovak Republic, Slovenia, Spain, Sweden, United Kingdom. Si veda http://ebco-beoc.org/files/EBCO_CO_leaflet_2012.pdf. Per un confronto con altre aree del mondo, si veda http://www.economist.com/blogs/dailychart/2011/07/military-conscription.
[7] Weiler, Deciphering the Political and Legal DNA, 143.
[8] Caso Sejdic e Finci c. Bosnia ed Erzegovina, (ricorsi nn. 27996/06 and 34836/06), in Christopher McCrudden, Brendan O’Leary, Courts and Consociations. Human Rights versus Powee-Sharing, Oxford University Press, Oxford 2013, 216.
[9] Jan Komarek, Waiting for the existential revolution in Europe, «International Journal of Constitutional Law» 12 (2014), 204.
[10] Si vedano le osservazioni di Christopher McCrudden, Brendan O’Leary, Courts and Consociations, 106.