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Classici

Amore del bene, scopo ultimo della legge di Dio

Dio consegna agli uomini la sua legge come via da percorrere per aderire a Lui e trovare così la via dell’autentico compimento di sé. Il fine della legge divina, “sussidio” di quella naturale, è che l’uomo ami Dio e che, essendo amato, ami il prossimo.

Dal momento che lo scopo principale della legge divina è l’adesione dell’uomo a Dio, e che l’uomo aderisce a Dio principalmente con l’amore, è necessario che la legge divina sia ordinata soprattutto a questo amore. È poi evidente che l’uomo aderisce a Dio massimamente con l’amore. Infatti:

 

 

1. Nell’uomo due sono i mezzi con cui aderire a Dio, cioè l’intelletto e la volontà, poiché egli con le potenze inferiori dell’anima non può aderire a Dio, bensì alle cose inferiori. Ma l’adesione dell’intelletto riceve il suo completamento da quella volontà, poiché è mediante la volontà che l’uomo in qualche modo si acquieta in ciò che l’intelletto apprende. Ora, la volontà aderisce a qualcosa o per amore, o per timore: però in maniera diversa. Poiché alla cosa cui aderisce per timore, aderisce per qualche cos’altro, cioè per evitare il male che minaccia in caso di non adesione. Invece alla cosa cui aderisce per amore, aderisce per se stessa. Ora, ciò che è per se stesso è sempre superiore a ciò che è per altre cose. Dunque, l’adesione a Dio per amore è il modo principale per aderire a lui. Perciò questo è lo scopo principale inteso dalla legge divina.

 

 

2. Il fine di ogni legge, e specialmente di quella divina, è di rendere buoni gli uomini. Ma un uomo si dice buono perché ha buona la volontà, con la quale traduce in atto quanto c’è di bene in lui. Ma la volontà è buona per il fatto che vuole il bene: e specialmente il sommo bene, che è il fine. Perciò quanto più una volontà vuole questo bene, tanto più un uomo è buono. Ora, l’uomo vuole di più ciò che vuole per amore, che quanto egli vuole solo per timore. Poiché ciò che vuole solo per timore è mescolato con qualcosa d’involontario: come quando uno per timore vuole gettare le merci in mare. Dunque l’amore del Sommo Bene, cioè di Dio, è il massimo coefficiente della bontà, ed è la cosa sommamente intesa dalla legge divina.

 

 

3. La bontà dell’uomo dipende dalla virtù: «Poiché è la virtù che rende buono chi la

 

possiede». Perciò la legge tende a fare gli uomini virtuosi; e i precetti della legge riguardano atti di virtù. Ma tra le condizioni della virtù c’è che il virtuoso «agisca con costanza e con piacere». Ebbene, è l’amore principalmente a fare questo, poiché è per amore che facciamo qualcosa con costanza e piacere. Dunque l’amore del bene è l’ultimo scopo della legge divina.

 

 

4. I legislatori con la forza della legge che promulgano muovono i sudditi cui essa viene data. Ora, tra tutti gli esseri che sono mossi dal primo motore tanto uno partecipa più perfettamente la sua mozione, quanto più partecipa la mozione propria del primo motore, e la sua somiglianza. Ma Dio, che è colui che dà la legge divina, compie ogni cosa per il suo amore. Perciò chi tende a lui in questo modo, cioè per amore, si muove perfettamente verso di lui. D’altra parte, ogni causa agente mira alla perfezione nelle cose che compie. Dunque il fine di tutta la legge è che l’uomo ami Dio.

 

 

Di qui l’affermazione di S. Paolo: «Fine del precetto è la carità». E nel Vangelo si legge che «il primo e il massimo dei comandamenti è questo Amerai il Signore Dio tuo». Ecco perché la nuova legge, essendo più perfetta, è denominata «legge dell’amore»; mentre la legge antica, perché più imperfetta, è detta «legge del timore».

 

 

Amanti perché Amati

 

 

Da quanto abbiamo detto segue che la legge divina ha di mira anche l’amore del prossimo. Infatti:

 

 

1. Tra coloro che hanno un unico fine deve esserci un’unione di affetto. Ora, gli uomini hanno in comune l’ultimo fine della beatitudine, al quale sono ordinati da Dio. Dunque è necessario che essi siano uniti tra loro dall’amore vicendevole.

 

 

2. Chi ama una persona ama di conseguenza anche quelli che sono amati da essa, e i suoi congiunti. Ebbene, gli uomini sono amati da Dio, avendo egli predisposto per essi come ultimo fine il godimento di se stesso. Perciò è necessario che uno, come diventa amante di Dio, lo diventi pure del prossimo.

 

 

3. Essendo l’uomo «per natura un animale socievole», ha bisogno dell’aiuto degli altri uomini per raggiungere il proprio fine. E ciò si fa nella maniera più conveniente mediante l’amore reciproco. Perciò dalla legge di Dio, che guida l’uomo all’ultimo fine, ci viene comandato l’amore vicendevole.

 

 

4. L’uomo ha bisogno della tranquillità e della pace per dedicarsi alle cose di Dio. Ora, le cose che possono turbare la pace vengono eliminate specialmente dalla carità reciproca. Quindi, poiché la legge divina guida gli uomini soprattutto a dedicarsi alle cose di Dio, è necessario che dalla legge divina scaturisca negli uomini l’amore reciproco.

 

 

5. La legge divina è data agli uomini in sussidio di quella naturale. Ora, per tutti gli uomini è naturale amarsi a vicenda. E ne abbiamo un segno nel fatto che per un istinto naturale l’uomo è portato a soccorrere qualsiasi altro uomo, anche sconosciuto, che si trovi in necessità: richiamandolo, p. es., da una strada sbagliata, risollevandolo da una caduta, e così via, «come se ogni uomo fosse per natura familiare e amico di ogni altro uomo». Perciò è per legge che viene comandato agli uomini l’amore vicendevole. Ecco perché nel Vangelo si legge: «Questo è il mio comandamento, che vi amiate a vicenda». E ancora: «Noi abbiamo ricevuto da Dio questo comando, che chi ama Dio ami anche il proprio fratello». Inoltre in S. Matteo si legge che «il secondo comandamento è questo: Amerai il tuo prossimo…».

 

 

[Tratto da: S. Tommaso d’Aquino, La somma contro i Gentili, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2001, vol. 2, 441-443]

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